Viaggiatore si, turista anche no

Viaggiatore si, turista anche no

Otto Weininger, filosofo austriaco, sosteneva che viaggiare è immorale perché immorale è la vanità della fuga. L’Io forte, secondo il filosofo viennese, se ne deve restare a casa, a guardare in faccia l’angoscia e la disperazione senza volerne essere distratto, senza distogliere mai lo sguardo dalla realtà e dal combattimento quotidiano. Insomma: la metafisica è resistente quindi non cerca né evasioni né vacanze! Weininger denunciava nel viaggio la tentazione dell’irresponsabilità; chi viaggia è spettatore, non è coinvolto a fondo – fino in fondo – nelle realtà che attraversa, è meno colpevole delle brutture, delle infamie e delle tragedie del paese in cui s’inoltra. Per quanto vi possa suonare stonato debbo dire di trovarmi d’accordo con lui: io stesso, nello scrivere del viaggiatore, non penso mai a questa figura come a quella di un turista. Lo intendo diversamente da quello che va a prenotarsi, in un’agenzia di viaggi, una settimana a Marrakech.

Il viaggiatore, per come lo intendo io, a differenza del turista mette in gioco la propria vita e, pertanto, non la sospende rispetto al suo quotidiano domestico; non la mette in stand-by per dieci giorni o giù di lì: vive viaggiando. Lo spazio dell’esistenza concreta e dunque esposta al conflitto del “solito quotidiano” non necessariamente deve coincidere con la casa, con una casa. Si, forse andare in giro per il mondo vuol pure dire riposare dall’intensità monodomestica, adagiarsi in piacevoli diversivi, significa anche un po’ barare – come sosteneva Weininger – tuttavia, se escludiamo dal discorso il turista con il suo pacchetto vacanze all inclusive, significa anche andare incontro a passioni multiple, più forti, e talora devastanti. Non a caso, un tempo, si parlava di avventura legata al viaggio e certo non s’abbisognava di animatori turistici per esorcizzare la noia nel tempo dedicato alle vacanze.

Ma anche su questa sponda bisogna stare attenti a non strafare con la fantasia: è assai più facile che il viaggiatore a cui alludo io sia un temerario in veste da camera, uno che vorrebbe navigare fra una poltrona ed una biblioteca, sul blu oceanico dell’atlante piuttosto che su quello delle onde vere e proprie. Questo tipo di viaggiatore a cui mi riferisco io nei miei monologhi non è certamente un’Indiana Jones ed è, come dire, costretto a scoprire la fraternità ed il comune destino del mondo, a sentire che il mondo intero è la sua casa e che solo questo sentimento gli consente di viaggiare avventurosamente ma sempre in sicurezza. Ama la casa lasciata al suo paese come quella trovata nel suo prossimo paese vissuto. Non fosse così, non cercasse questa condizione esistenziale d’equilibrio, allora si tratterebbe soltanto di orrido e regressivo feticismo e non m’andrebbe più bene.

Amore delle lontananze ed amore del focolare, nel mio viaggiatore ideale, debbono coincidere perché in quel focolare si ama pure il vasto mondo sconosciuto e in quest’ultimo si coglie, anche nelle forme più diverse, l’intimità del focolare. Come diceva Dante, che pure amava fortemente la “sua” Firenze: la nostra Patria è il mondo come per i pesci il mare. Ed è proprio questo che s’impara viaggiando con quella che, secondo me, è la giusta predisposizione d’animo: s’impara lo spaesamento, a sentirsi sempre stranieri nella vita, anche a casa propria, ma essere stranieri fra stranieri è forse l’unico modo per sentirsi veramente a casa. Ed è per questo che la meta del viaggio e del viaggiatore – non del turista – sono sempre gli uomini e non i luoghi: non si va in Russia o in Tunisia, ma fra i russi o fra i tunisini. E c’è una grande differenza.

CONDIVIDI

Rispondi