Viaggi e frontiere

Viaggi e frontiere

Non c’è viaggio senza che si attraversino frontiere – politiche, linguistiche, sociali, culturali, psicologiche – anche quelle invisibili che mantengono separati un quartiere da un altro nella stessa città oppure quelle tra le persone. Ed è complicato rapportarsi in modo corretto ad esse perché – ritengo – le frontiere possono essere anche amate in quanto utili a definire una realtà, una individualità, dandole forma, salvandola dall’indistinto ma – al tempo stesso – non vanno idolatrate perché altrimenti, in loro nome, si finisce con l’esigere sacrifici di sangue. La Storia insegna. Conoscerle e viverle, quindi, come esistenti ma provvisorie, flessibili e periture (come il corpo umano) le rende più facilmente amabili e comprensibili. Viaggiare non vuol dire soltanto andare dall’altra parte della frontiera ma anche scoprire di essere sempre stati anche dall’altra parte. 

Certo: per chi, come me, è originario di una regione – il Friuli Venezia Giulia – storicamente confinaria e dimora abitualmente in una città di frontiera come Gorizia è più istintivo, direi più semplice, sentirsi al tempo stesso europeo, mitteleuropeo, già austroungarico, già serenissimo, già panslavo, e poi friulano della Bassa anziché carnico, ma anche – almeno in parte – giuliano. Come si suol dire dalle mie parti la Patria è come una matrioska: quella più grande ne contiene sempre una più piccola, e poi una più piccola ancora. In questa sorta di gioco non si finirebbe mai di distinguere, di particolareggiare, ed è proprio per questo che vivere le frontiere come statiche ed invalicabili è un problema molto serio che ci manda fuoristrada e ci impoverisce, anzitutto culturalmente e poi umanamente, come individui. 

Il mondo diviso in due, ove dietro la frontiera c’è unicamente l’ignoto, l’inaccessibile, lo sconosciuto – lo sappiamo – non conduce molto lontano. Noi in Friuli abbiamo avuto – nella seconda metà del Novecento – “il mondo socialista dell’Est ” a rappresentare il nemico: disprezzato, ignorato e temuto. Eppure quello stesso Est, che coincideva perlopiù con la Jugoslavia era, fino alla seconda guerra mondiale, noto, conosciutissimo, ed era un elemento dell’esistenza dei friulani e dei giuliani stessi. Quindi tornarci, ricominciare a frequentarlo, una volta caduto il muro di Berlino, è stato contemporaneamente un viaggio nel noto e nell’ignoto. Ma – ogni viaggio – implica, più o meno, una consimile esperienza: qualcuno o qualcosa che sembrava vicino e ben conosciuto si rivela straniero e indecifrabile, oppure un individuo, un paesaggio, una cultura che ritenevamo diversi ed alieni si mostrano affini e parenti. 

Alle genti di una riva quelle della riva opposta sembrano spesso barbare, pericolose e piene di pregiudizi nei confronti di chi vive sull’altra sponda. Ma se ci si mette a girare su e giù per un ponte, mescolandosi alle persone che lo attraversano, fino a non sapere più bene da quale parte o in quale paese si sia, si ritrova la benevolenza per se stessi e per il mondo tutto. Qui dove mi trovo ora, in Tunisia, praticamente nessuno fuma la “nostra” pipa in radica: io, e poi qualche francese e qualche inglese. Eppure noi stranieri, turisti per caso o recidivi come me, ci accomodiamo presso i caffè tunisini – dove sempre è lecito fumare – e mescolandoci agli uomini del posto, che affittano e fumano con soddisfazione i narghilè messi a disposizione dai baristi, ci uniamo pacificamente tutti insieme a contemplare davanti ai nostri occhi lo scorrere della vita, in su e in giù, attraverso mille frontiere che altrove, nella mia stessa Italia, sembrano a volte così difficili da valicare.

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