Una pipa scarica

La ”diga” di Grado, che costeggia il mare e porta dal centro storico alla spiaggia vecia, topograficamente denominata lungomare Nazario Sauro, fa – a volte – dimenticare di trovarsi alla fine del piccolo mar Adriatico ed è capace d’evocare, negli animi più votati all’immaginazione, vastità marine che poco si conciliano con la realtà lagunare stessa. Fra la gente, abbastanza numerosa, sdraiata sugli scogli al bordo della passeggiata, in costume da bagno, c’è anche una coppia fra la cosiddetta mezza età e qualcosa di più; anni già vissuti ma portati molto bene. La donna è piuttosto bella, sicuramente d’origine nordica, ed è munita d’una femminilità felicemente in carne; solamente la bocca ha qualcosa di duro, forse la freddezza che la coscienza della propria classe sociale stampa, talvolta, su labbra contegnose. L’uomo non è sdraiato, ma seduto, e guarda vacuo e malinconico il mare giocherellando con una pipa scarica, improbabile strumento d’ozio marinaresco quando sulla costa batte forte il vento da levante ed il sole picchia.

Poco più in là c’è un’altra coppia, molto più giovane, con una bambina, evidentemente disturbata ed imprevedibilmente mutevole nei suoi scatti e nei suoi immotivati cambiamenti d’umore. Ha dei bellissimi occhi scuri, ma il suo sorriso è come contorto, distorto in una smorfia incontrollabile che accompagna qualche improvviso gesto aggressivo. La curiosità intorno a questa bambina dolorosamente stonata trapassa presto il fastidio, quando si getta su uno scoglio battendo ripetutamente i piedi sulle pietre mentre lacrime enigmatiche paiono scendergli sulle guance. Poi, d’un tratto, la bambina s’accorge della pipa che tiene tra le mani l’uomo, facendola come girellare a vuoto, e gli sorride, guardandolo intensamente. L’uomo risponde al suo sguardo ed al suo sorriso e, capendo che è la pipa scarica ad attirare l’attenzione della bambina, gliela porge. La bambina ci sta, s’avvicina, la prende trionfante in mano, corre a mostrala ai suoi genitori, poi torna da lui, gliela rende e dopo un’altro mezzo minuto s’allontana, nuovamente incupita chissà per che motivo.

A quel punto la moglie dell’uomo – la vera sul suo anulare consente questa illazione – gli si rivolge irritata, la voce è dura come le sue labbra: “Sai che non devi farmi queste cose, Mario. Sono troppo sensibile, mi fa male vedere una piccola così; ho già le mie angosce e non ho voglia di vederne altre…”. E’ raro che la brutalità abbia la franchezza di dichiararsi tale, ma a volte succede e, la sensibilità della signora, è la miglior maschera dell’egoismo, il suo avvocato più efficace perché convinto di ciò che dice, anche se è falso. Tutti siamo così angosciati e sensibili, così sensibili al dolore altrui soprattutto, da toglierlo di mezzo per non guastarci l’appetito. Ci sono persone così sensibili, sosteneva Georges Bernanos, che non possono veder soffrire neppure un’insetto e lo schiacciano subito sotto un piede pur di non vederlo più tormentarsi e penare. Intanto, il presunto marito, non sapendo cosa dire o fare, si mette la pipa scarica in bocca, succhiando a vuoto, e confermando l’assoluta sensatezza d’una famosa massima attribuita non ricordo più a chi: “Una pipa dà al saggio il tempo per riflettere e all’idiota qualcosa da mettere in bocca”.

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