Si, viaggiare

Si Viaggiare

Saltiamo piè pari (cosa ne dite?) cosa mangio quando sono in Tunisia, a che ora lo mangio e come il cibo si presenta nel piatto. Le tante amenità turistiche e gli aspetti più strettamente facebucchiani li lascio agli appassionati del genere, tra i quali non mi annovero. Tuttavia una sorta di prologo si addice ugualmente ad un’eventuale (auspicabile?) sequenza di brevi monologhi dedicati al viaggio, perché il viaggio è – in fin dei conti – un continuo preambolo a qualcosa che deve sempre ancora realizzarsi: partire, fermarsi, fare e disfare valigie; dissolvenze e riassestamenti temporanei compresi. Dunque anche questo post introduttivo ai prossimi che verranno è pensato per essere una sorta di piccolo nécessaire da viaggio in cui cerco di mettere dentro le poche cose che prevedo indispensabili nei prossimi giorni ovviamente dimenticando, come accade quando si fanno per davvero i bagagli, sempre qualcosa d’essenziale.

I viaggi – è nella loro natura – sempre ricominciano, hanno sempre da ricominciare, come le nostre stesse esistenze ed ogni annotazione che facciamo sul taccuino durante il cammino è a sua volta un prologo a qualcosa d’altro e di successivo, in parte inaspettato o imprevedibile. Similmente, suppongo, accade per la scrittura: perenne trasloco della realtà, anzi delle molteplici e contemporanee realtà, montaggio delle parole, ritocco continuo ad ogni girata d’angolo. Viaggiare dunque ha strettamente a che fare con il dinamismo della vita e, soprattutto, con la staticità della morte: quando tutto, improvvisamente, si ferma. Anche la scrittura che, a quel punto, ma soltanto a quel punto, rimane uguale a se stessa per sempre. Ovviamente siamo istintivamente portati a differire quel momento: lo rimandiamo il più possibile, per quanto ci è possibile. Si viaggia, come si suol dire, non per arrivare ma per viaggiare, per arrivare il più tardi possibile, per arrivare – possibilmente – mai.

Venendo alla zavorra che ho portato con me, come è consuetudine, ci sono anche delle pipe. Alcune molto pratiche: un paio di 3103, una 4203, una 5103. Tutte billiard inglesi, insomma. E poi altri tre “strumenti da fumo” privi di codice numerico, di cui servirà citare la marca per farsi capire, ma altrettanto – se non di più – cari al sottoscritto: due pipe curve, una Caminetto ed una Mastro de Paja ed infine una Castello, né curva né diritta. Ovviamente non ho scordato il trinciato, in quantità sufficiente per le prossime due settimane: della Scottish Mixture e del Navy Flake, entrambi Mac Baren, e qualche assaggino assortito della Samuel Gawith. Con il forte vento che c’era oggi lungo la costa m’è saltato subito all’occhio d’aver dimenticato il coperchietto metallico adattabile per riparare la brace nei fornelli. Ecco la prima cosa a cui sarà necessario adeguarsi. Ho pure dimenticato dentro il pc di casa la memory card della macchina fotografica ma per quella è stato più semplice rimediare. 

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