Ramon sta alla pipa come…

Di Marie-Henri Beyle, noto come Stendhal, si sa che fu vittima d’un vero e proprio transfert avente come oggetto l’Italia, il Bel Paese, da cui la famosa sindrome. Allo stesso modo si sa che a caratterizzare questo genere di transfert è il suo carattere totalmente gratuito: esso si instaura, cioè, senza ragione apparente. Per Stendhal il colpo di fulmine assunse la figura di un’attrice che cantava, a Ivrea, il Matrimonio Segreto di Cimarosa. Questa cantante non era esattamente la fine del mondo in termini di bellezza e fascino femminile e – a dire il vero – aveva pure un dente rotto sul davanti, ma ciò poco ha importato per il colpo di fulmine dello scrittore francese. Nel caso di Stendhal la musica è stato il sintomo dell’atto magico e misterioso – in quanto non completamente spiegabile – con il quale ha inaugurato il suo personalissimo transfert. Stendhal, nel suo diario, lo rievoca continuamente come un innamorato che vuole ritrovare quella “cosa determinante” che regola gran parte delle nostre stesse azioni: il piacere originario. Se leggete il diario di questo scrittore vi sarà facile, di primo acchito, confonderlo con un maniaco che cerca, ossessivamente, di ritrovare il piacere – identico e di pari intensità – ad ogni sua ennesima discesa in Italia, a Milano, alla Scala.

Come voce narrante, o meglio ancora come Narratore di questo blog – e vi rimando al mio post di presentazione “Io, il Narratore” – sono voluto partire da Marie-Henri Beyle, anziché da Ramon, perché i segni di una passione vera sono sempre ugualmente incongruenti, tanto diventano tenui e futili gli “oggetti” di cui si avvale il transfert principale. Stendhal amava l’Italia e qualcuno di voi, magari, parimenti ama il Giappone: Ramon ama la Pipa. C’è differenza? Cercheremo di capirlo, strada facendo. Stendhal andava pazzo per le spighe di mais della campagna milanese (da lui definita “lussureggiante”), adorava il suono delle otto campane del Duomo di Milano (a suo dire “perfettamente intonate”) e non parliamo della sua venerazione per le cotolette impanate… La rivalutazione amorosa, l’iper-valutazione, che Stendhal operava su qualsiasi dettaglio insignificante a me, qui, è utile per mettere in luce un elemento costitutivo del transfert stesso: la parzialità. La passione porta ad essere parziali, sempre e comunque. Addio obiettività, ahi-noi. Ma non basta: c’era, nell’amore di Stendhal per l’Italia, insita anche una forma di razzismo all’incontrario ovvero egli restava come ammaliato dalla differenza, annoiandosi del Medesimo ed esaltando sempre l’Altro; la sua passione per l’Italia fu, in definitiva, tragicamente manichea.

Per Stendhal, dal lato cattivo, ovviamente la Francia, la sua stessa terra d’origine (patria e padre), e dal lato buono l’Italia, cioè la matria, spazio in cui egli vede riunite tutte le donne, e le cose buone, genuine, della sua vita. Stendhal, è vero, era uno specialista di queste ardite inversioni e le portava davvero alle più estreme conseguenze ma, questa sua passione per l’Altro nasconde e sottintende, soprattutto, questo: la passione per Quell’Altro che era in lui stesso. E questo è meno raro di quanto si creda. Questo tipo di passione è destinata si a concentrarsi verso qualcosa ma, al tempo stesso, a restare coniugata al plurale: “E’ come amore” – diceva Stendhal – “e tuttavia io non sono innamorato di nessuno!”. Ecco: ciò che è amato e, se vogliamo, ciò che è goduto in questo caso sono collezioni e concomitanze. Stendhal non ama, romanticamente, la donna, una donna, (che è sempre “adorabile” in Italia, a suo dire) ma tutte le donne italiane, al plurale. Stendhal non ama un piacere che offre l’Italia ma una simultaneità, una sur-determinazione di piaceri. E’ superfluo, credo, rimarcare la differenza che esiste tra questo genere d’innamoramento al plurale e quello altrettanto folle, ma romanticissimo e goetheiano, del giovane Werther per Charlotte.

Stendhal andava alla Scala e li veniva completamente assorbito da una polifonia di piaceri: l’opera stessa, il balletto, la conversazione, l’informazione, l’amore per i rinfreschi. Piaceri estetici si mescolavano a piaceri psicologici e questi ultimi si fondevano ad altrettanti piaceri metafisici, saltando da un oggetto ad un altro, a mano a mano che il caso li presentava senza il minimo senso di colpa nei riguardi del disordine che tale passione plurale comportava nel suo implicito discontinuo irregolare. Stendhal di tutto ciò era perfettamente consapevole e cominciò a parlare, infatti, di “amore sparso” per tutto ciò che avesse a che fare con l’opera italiana e, poi, con l’Italia tutta. La musica italiana, per Stendhal, così “naturalmente ritmata” a differenza dell’implacabile e precisissimo “rumore tedesco” costituiva una sorta di primitivo del piacere: produceva in lui un piacere puro che, pur essendo un abile paroliere e scrittore, non riusciva però a tradurre in versi e frasi nel suo diario. A me, come Narratore di questo blog, interessa soffermarmi proprio su questo concetto di piacere puro di stendhaliana memoria perché, unitamente alla difficoltà di descriverlo e razionalizzarlo a parole, ritengo riguardi molto da vicino Ramon e, con lui, ogni persona che abbia la medesima passione e per la Pipa e per la scrittura. Intravedo cioè una sorta di possibile analogia, di cui inizieremo a parlare dalla prossima puntata (link). A presto!

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