Odori ed etichettame commerciale

Gli odori, grande spia della realtà, hanno l’indiscussa facoltà di portarci – e riportarci – a spasso nel tempo: di colpo a quegli anni, ad esempio, in cui portoni ed edifici, scale e corridoi, sapevano ancora di umido e di condivisa miseria. Una specie di adolescenza olfattiva della società presente: epica delle cose apparentemente minime eppur significative. Si potrebbe vagabondare per ore, nella città dell’infanzia come nel paesucolo natale, col naso per aria come incantato e non è il caso di sorridere troppo dinnanzi a questa immagine soprattutto se – come fumatori di pipa – si è adusi ad esercitare finemente il senso dell’olfatto. Negli odori c’è la memoria degli anni e dei secoli, delle passioni, dei dolori e delle speranze, dei sentimenti degli uomini intrecciati al loro destino. Gli odori sono una puntigliosa memoria che protocolla tutto, accanitamente fedeli, talvolta ossessivi. Specchio veritiero del mondo, anche o soprattutto quand’è purtroppo sgradevole. Si va per il mondo annusando quel tutto o quel niente che c’è: si scende al greto del fiume, tra tronchi sradicati e oramai marcescenti, tra i suoi sassi, e ci si rende conto di come ciascun fiume abbia un suo odore: sull’Isonzo non s’assapora il Piave. Il fiume dell’infanzia, quello che ci ha sbucciato le ginocchia mentre correvamo e capitombolavamo, riemerge chiaramente distinto da tutti gli altri corsi d’acqua. Ma non si propone, qui, di tenere una meticolosa contabilità degli odori: la maledizione di cui talvolta sono vittime gli uomini consiste proprio nella feroce incapacità di dimenticare o di voler rievocare a tutti i costi ciò che è stato; una gabbia da manicomio, come un Caffè in cui ristagnano il fumo e il tanfo d’epoche trascorse. 

Come l’albero che per crescere bene dev’essere anche potato forti venti sbattano e spalanchino pure porte e finestre di quel vecchio Caffè, aprano pure nuovi orizzonti e possibilità e speranze ad una nuova storia che deve e vuole cominciare. Il viaggio negli odori che è anche viaggio nel tempo talora può portarci in dono un graditissimo tuffo al cuore ma non può, in alcun modo, essere trattenuto e fissato come non è possibile ripercorrere, come presenza urgente e viva, i tanti sguaiati giorni estivi della nostra infanzia. Inutile pertanto ribadire, tra di noi, che il Clan non è più quello di una volta: neppure noi lo siamo, quelli di una volta; percepiamo probabilmente di meno, sicuramente percepiamo diversamente ed abbiamo conosciuto, nel frattempo della vita trascorsa, mille altre fragranze che prima non conoscevamo e che ci hanno man mano reso più consapevoli. Tuttavia, pressoché da zero, ad ogni nuova fumata di pipa possiamo ricominciare in nome d’una convertibilità che potrebbe essere estesa, a mio avviso con profitto, a tutta la nostra esistenza. D’altronde gli odori hanno certamente una loro poesia e, come un pezzo di realtà inquadrato all’interno d’una cornice vuota, essi stessi sono già un quadro. Certo: non possiamo pretendere di apporre la nostra firma sulla fumata dall’aroma perfetto ma è in questa accettazione di una sorte comune, in questa capacità di essere Ognuno Che Fuma, che consiste infine la nostra eleganza e distinzione nella giusta misura. Altroché etichettame commerciale per allocchi, risibilmente auto-referenziale, riportante l’orrenda dicitura: “per fumatori esperti”. Andassero. 

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