Non si può piacere a tutti

“Lei può affermarlo ma io non posso confermarlo” – era la risposta che più spesso si trovava a dare durante le conferenze stampa alle quali, suo malgrado, era costretto a partecipare. Emil aveva l’abitudine di predisporsi a quei periodici supplizi con un’approccio che potremmo definire quasi spirituale e, l’unico elemento concreto al quale s’aggrappava, era la sua pipa che stingeva ed a volte stritolava nella sua mano quando le domande dei giornalisti si facevano più ficcanti, più scomode, più vicine a quella che era la realtà dei fatti ma che lui, in veste di responsabile delle pubbliche relazioni dell’Ambasciata, non avrebbe mai potuto ammettere. D’altro canto omettere, senza ricorrere alla menzogna, era parte del suo lavoro e non si può dire che gli riuscisse poi così male. In passato aveva lavorato per un’importante società farmaceutica ed in quella realtà aveva assorbito ed imparato le basi della diplomazia. Perché l’industria farmaceutica è un’altro di quei campi in cui raramente si può dire tutta la verità: non conviene a nessuno. Ovviamente Emil, durante le conferenze stampa, non la fumava la pipa. Si limitava a tenerla in mano, anzi tra le mani, di sotto alla grande scrivania che lo separava e quasi difendeva dai giornalisti. 

Per alcuni provava umana simpatia, per altri meno. Cercava comunque di mantenere una certa imparzialità nel rispondere, non facendo trasparire alcuna sua inclinazione personale e, talvolta, si nascondeva dietro un’espressione del viso anche un po’ ebete che lasciava veramente poche speranze ai cronisti. Ma erano tutte tecniche dissimulatrici a cui lui ricorreva per uscire senza danni dagli incontri a tu per tu con la pubblica opinione. La verità è che certi fatti, certe verità, è bene rimangano a conoscenza di pochi e che, nel caso sia possibile, queste notizie vengano rese note soltanto a cose concluse. In quello specifico momento in Ambasciata, unitamente ai servizi, stavano tentando di mantenere segreta una trattativa economica portata avanti da alcune personalità quantomeno discutibili ed Emil, nel suo ruolo, era il bersaglio preferenziale di tutta la stampa. Ma lui si proteggeva, con la sua pipa. All’alcol, grazie a Dio, aveva rinunciato qualche anno prima dopo che la disgraziata morte dell’unica figlia in un’incidente stradale aveva compromesso, per sempre, anche la serenità del suo già claudicante matrimonio. Lui si era rifugiato nel lavoro, lei prima dalla madre e poi tra altre braccia, più giovani e vigorose delle sue. 

Ma, in fin dei conti, andava bene anche così. Emil era più quel tipo di persona solito perdersi nelle sue solitudini, nei suoi silenzi, tra il fumo delle sue pipe, che sempre l’accompagnava quando era possibile fumare. Aveva smesso, già da molto giovane, di rincorrere l’infantile desiderio di piacere a tutti. Sapeva che non è possibile. Sapeva che le sue poche energie andavano spese in altre direzioni e quindi non gli erano mai pesati troppo gli abbandoni, gli addii, nella vita. Neppure quelli più significativi, come quello di sua moglie. La conferenza stampa, nel frattempo, volgeva al termine. Emil salutò tutti, muovendo dal suo fortino, e stinse qualche mano, sorrise moderatamente, diede appuntamento di lì a qualche giorno, nel caso in cui fossero sopraggiunte novità nella trattativa. Controllò se, nella tasca della giacca, avesse l’accendino e, rassicuratosi d’averlo con sé, s’incamminò verso l’atrio antistante la sala stampa dell’Ambasciata. Qui si mise, chissà poi perché, vicino al posacenere in marmorino ed accese finalmente la sua pipa. I giornalisti gli sfilarono davanti in processione, di nuovo salutandolo, chi con un semplice gesto del capo chi in altro modo, finché non se ne furono andati tutti.

Arrivarono le donne delle pulizie, che lui conosceva. Normalmente lo staff dell’Ambasciata non intratteneva alcun tipo di rapporto con il personale addetto al mantenimento della struttura ma Emil faceva un po’ caso a parte. Non gli dispiaceva parlarci, perdendo qualche minuto insieme a loro. C’era solo un’addetta, in particolare, che proprio non lo tollerava e, nonostante il ruolo subalterno avesse raccomandato più discrezione nel manifestare questa antipatia, non c’era verso che si moderasse. Ad infastidirla così tanto era il fumo. La schifava. Emil molte volte si era chiesto il perché di tanta acredine verso un fatto così marginale ma non c’era stato verso di venirne a capo. Forse qualche malato di tumore in famiglia. Forse il disgusto per le cicche nei posaceneri o, forse, semplicemente non gradiva l’aroma del latakia che Emil era solito fumare nelle sue pipe. “Pfuui! Cacca!” – starnazzava lei ogni volta che gli passava vicino, in un italiano pronunciato alla meno peggio. Ma anche questo, su Emil, scivolava addosso senza far male o creare alcun imbarazzo. Anzi ci sorrideva sopra. Lui lo sapeva, quasi da sempre: non è proprio possibile piacere a tutti.

1 Comment

  1. Bello come tutti i tuoi racconti. Hai il dono di raccontare cose semplici in modo magistrale sia sul piano sintattico/letterario che sul piano del far emergere i sentimenti veri. Pregasi continuare.
    Riccardo

Rispondi