Nel tempo, senza tempo: la pipa

Parafrasando Benedetto Croce potremmo dire che alla domanda “Che cosa è la Pipa?” si dovrebbe rispondere che la Pipa è ciò che tutti sanno che cosa sia. D’altra parte, se esistesse un paradigma fisso per definirla – slegato dalla mera funzionalità dell’oggetto in sé, intendo dire – sarebbe impresa assai ardua considerare al tempo stesso “pipa” un’arzigogolata schiuma figurativa ed una delle iperfunzionali reverse-calabash tanto in voga al giorno d’oggi. Due espressioni e due realizzazioni talmente lontane che, se vi fosse un unico archetipo di Pipa fuori dalla storia, una delle due allora non lo sarebbe. Invece l’oggetto-soggetto della nostra passione esiste e persiste nella storia, ed anzi: esiste “in quanto” rappresenta anche il mutamento del tempo; e comunque, per quanto astrusa la sua estetica ci appaia, la Pipa è sempre realistica. Anche una Pipa che rimandi in qualsivoglia direttrice dell’astratto – se ben fumabile – è realistica e pertanto non è possibile stabilire un principio assoluto ponendo come condizione la nostra facoltà di comprensione che, invece, è evidentemente un limite. Le stesse Pipe di ieri, quelle che comunemente consideriamo superate, rimangono ancora oggi assolutamente realistiche. 

Per farla breve: forse per noia, forse per curiosità, dopo tanti anni di radica tout-court mi sto sempre più appassionando alle Pipe alternative ad essa. A tal proposito suggerisco la caccia ad un piccolo ma grande libro che mi è stato regalato l’anno scorso dall’amico Remigio: edito da Rizzoli nel 1966 e scritto da Diego Sant’Ambrogio, s’intitola semplicemente “Pipe”. E’ rimasto a mio avviso ingiustamente marginale rispetto alla letteratura più nota e celebrata del periodo (da Giuseppe Ramazzotti in poi). Letto questo libro vi sentirete quantomeno limitati nella vostra esperienza di moderni fumatori di pipa perché riesce ad incuriosire il lettore verso percorsi diversi dalla radica. Ne cito un passo: “Nella nostra epoca stiamo assistendo al trionfo delle pipe di radica, per l’uso quotidiano dell’uomo moderno, simile sotto ogni latitudine e longitudine, pipe «di massa» per tutti i gusti: per il sedentario e lo sportivo, per il giovane e per il vecchio, per il ricco e per il povero. Pipe nelle classiche forme anglosassoni, francesi, italiane, diritte o ricurve, lucide o sabbiate, di radica chiara o scurita, fiammata o no, di prima o seconda o terza scelta, di grande marca, d’alto prezzo o modica spesa, pipe di mille fogge diverse e chi più ne ha più ne metta”. Non credo sia solo una mia sensazione: l’autore sottintende una certa omologazione dei fumatori di pipa causata dalle pipe in radica e si percepisce questa sorta di monito in vari punti del suo libro. Insomma: ti fa sentire un po’ banale a non conoscere sufficientemente bene l’argilla, il ciliegio, il pero, il palissandro e – ovviamente – la schiuma di mare. 

Infatti prosegue: “E’ bene comunque alternare le pipe, quante che siano, accrescendole di numero, con libertà e leggerezza. Fumare la pipa è un’arte piacevole, non un calcolo elettronico. Un certo numero di pipe fuori ordinanza da fumare in casa, nei momenti particolari, in speciali stati d’animo, risolleva lo spirito, rinforza i propositi, allieta la vita”. Tornando a bomba, dunque, la ricerca di una definizione sul che cosa sia una Pipa sta anche in uno spazio «senza tempo» pur avendo mille ragioni per essere ancorata al proprio tempo, come dicevamo all’inizio, e questo autore “minore” che, nel 1966, disobbedendo alla moda, ancora promuoveva le molte varianti delle pipe etniche e contadine a dispetto dell’omologante pipa di radica era già, in un certo senso, un’isolata voce fuori dal coro. In direzione ostinata e contraria alla Faber pure lui insomma e, probabilmente, a me il suo libro è piaciuto anche per questo motivo.

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