Montaigne ed il treno

Michel de Montaigne, brillante scrittore francese nonché grande viaggiatore, una volta disse: “devo parlare dell’uomo, ma qual è l’uomo che conosco meglio? Sono io: quindi parlo di me stesso, e parlo della ricerca – mia come quella di ognuno – di vivere, e vivere nel bene”. Non intendeva il bene morale Montaigne, da umanista molto lontano dal cattolicesimo quale è stato. La “salute” di Montaigne è un concetto quasi pagano: cioè la salute del corpo, dell’anima: la salute che non è né piacere sfrenato né dolore né sofferenza, ma costante ricerca d’equilibrio. Non c’è lamento nei suoi Saggi ma riflessione sulle cose del mondo e sulla propria posizione rispetto al mondo. Quando andiamo in un paese straniero, la prima cosa che avvertiamo – se non conosciamo la lingua – è una sensazione di separatezza e d’impossibilità di comprensione, prima ancora che di comunicazione. Conoscere una nuova lingua vuol dire controllare e dominare quel mondo nuovo: la vita si deve esprimere, non può avere confini e, se ci sono, vanno superati.

Avvicinarsi alla pipa, da analfabeti, non è poi troppo dissimile dall’avventurarsi in un paese straniero senza conoscerne la lingua e, come Montaigne nei suoi Saggi, noi “anziani” – nel cercare di dare strumenti e linguaggio agli ultimi venuti – dovremmo limitarci a parlare di noi stessi senza cercare di procacciarci il favore del pubblico dotto e dedicandoci, più umilmente ma più autenticamente, alla privata utilità dei nuovi amici, affinché, dopo averci nuovamente perduto, possano ritrovare in loro stessi alcuni tratti delle nostre esperienze e delle nostre transitorie fasi umorali. Traspare invece, purtroppo, sempre un po’ troppa facile saccenza nella comunicazione scritta on-line. Il perché accada questo lo spiegò perfettamente Friedrich Nietzsche: «Il libro deve esigere penna, inchiostro e scrivania. Ma di solito sono penna, inchiostro e scrivania che esigono il libro»: perché ci vuole il luogo in cui si fermi lo scrittore, ci vuole l’inchiostro e ci vuole la penna. Della pipa e sulla pipa, come per molti altri argomenti, bisognerebbe scriverne perché e se si ha qualcosa da comunicare: e non per esigenze esterne che vanno al di là della necessità di scrivere.

Volendo fare un parallelo, chi viaggia in treno sa che una delle caratteristiche, propria e dell’eventuale suo vicino di scompartimento, è l’essere in un luogo che non solo continuamente muta – col muoversi del treno – ma in cui nessuno può far valere quello che «ha», giacché non è in casa propria, non in ufficio né comunque in territorio proprio. In treno ognuno è uguale ad un altro, ed ognuno può raccontare quello che vuole. Temo non vi siano balle più clamorose di quelle che si raccontano ed ascoltano in treno. Tuttavia nel dialogo, in questa simulazione, talvolta può anche nascere una discussione interessante, alla pari, su un argomento di comune interesse. Al contrario, quando si è in un salotto – virtuale o meno che sia -, ovvero in un luogo dove ognuno ha il proprio nome/nickname, ognuno ha il proprio posto/ruolo, tutti vengono assaliti dalla brama di parlare di quello che non fanno e di quello che non sanno. Per una strana ambizione avviene che gente ignorantissima sull’argomento parli di tabacco e di pipe facendo valere – più che la propria esperienza diretta sul campo – la propria data d’iscrizione, il numero dei post e le eventuali amicizie con quelli che ne sanno o “contano” in quel salotto. Transitando dalla bellissima stazione di Reggio Emilia mi confermo di preferire Montaigne.

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