Matilde e il barone

Matilde e il barone

“Che se ne preoccupi Matilde!” – Il barone Ritter von qualcosa non ci vedeva più dalla rabbia. Era appena rientrato, esausto, dall’ennesima scorribanda notturna nei casinò di Lipica, ovviamente alleggerito da una cospicua somma di denaro e, ad attenderlo sul selciato a fronte del palazzo, aveva trovato il fattore a braccia conserte in attesa delle comande quotidiane. Matilde però, quella mattina, era dovuta correre dal veterinario del paese perché c’erano problemi nelle stalle per via di alcune vacche gravide ed il veterinario, che era molto indietro nei pagamenti per i suoi servigi precedenti, oramai si rifiutava di darle assistenza. Il fattore era già corso da lui, nottetempo, ma quello niente, si era categoricamente rifiutato d’intervenire come avrebbe dovuto, così – già di mattina presto – la sorella del barone si era vestita di tutto punto ed aveva tentato la sua disperata ambascia. Ritter, il barone, era poco portato per questo genere di cose di natura pratica. Preferiva mantenersi lontano da stalle e fienili ed era invece molto più incline a dissipare quel poco che rimaneva dell’antico patrimonio familiare tra cavalli, sale da tè e case da gioco.  

La bella Trieste, d’altro canto, in quel periodo brillava di luce propria e, senza tema di smentita, si sarebbe potuto affermare che fosse una delle città più gaudenti e sfavillanti dell’Impero, ovviamente dietro a Vienna, l’inarrivabile capitale. Al barone anche un po’ scocciava l’origine rurale della sua famiglia e del suo capitale: avrebbe di gran lunga preferito millantare un suo coinvolgimento economico con le assicurazioni, che all’epoca erano in piena espansione, oppure con il commercio internazionale e la Borsa. Ma era conosciuto, in città, e nessuno sarebbe stato disposto a dar credito alle sue fantasiose ricostruzioni sull’origine delle sue ricchezze. No, Ritter era Ritter e basta: uno a cui piaceva troppo la bella vita e molto poco il doversi preoccupare di come finanziarla. Tra le sue bizzarrie, non ultima, v’era poi un’insana passione insorta negli ultimi tempi e che consisteva nel mantenere – quasi a tempo pieno – alcuni affumigatori di pipe in schiuma di mare; anche questa una moda importata dalla capitale austriaca a Trieste.

Queste pipe erano divenute il suo biglietto da visita. Se ne vantava, spesso, e non mancava mai di proporle all’attenzione di chiunque gli avesse fatto visita nell’appartamento che la sua famiglia aveva in città, appena dietro l’antico anfiteatro romano. Un’appartamento che, oramai, era fonte di accesissime discussioni tra lui e la sorella. Matilde, costretta dalla contingente realtà, era da parecchio tempo intenzionata a liberarsene per rifinanziare le attività delle loro proprietà agresti ma Ritter, il barone, non voleva proprio saperne. La sua “vetrina”, così chiamava quell’appartamento, gli serviva per far bella mostra di sé e delle sue bellissime pipe, affumigate così mirabilmente d’averlo reso noto, ed ammirato, persino a Vienna e Budapest. Chi mai sarebbe venuto a vederle nel loro palazzo di campagna? E poi c’era Malachia, un commerciante ebreo con cui aveva intrallazzato troppo e male ed al quale, oramai, doveva rendere conto delle sue mosse.

Era stato questo Malachia, infatti, a procuragli molti dei pezzi più pregiati della sua collezione e sempre ebrei, o giù di lì, erano gli affumigatori che quest’ultimo sostentava per conto del barone stesso. L’omino era tanto scaltro quanto vorace: non disdegnava di far credito a Ritter tuttavia – giacché nessuno muove la coda per nulla – di tanto in tanto profittava delle conoscenze nell’alta società del barone per proporre gli stessi servigi anche ad altri nobiluomini affetti dalla fascinazione per questi mutevoli oggetti. Trovandosi nell’invidiabile posizione d’esser proprio nel mezzo tra la domanda e l’offerta Malachia era divenuto in breve tempo quello che si potrebbe definire un broker e, a seconda dell’opportunità, non si faceva pregare due volte per far passar di mano in mano qualche pezzo che aumentava o diminuiva di valore a seconda dei casi. In questo modo riusciva sempre a lucrarci qualcosa sopra e, raramente ma di tanto in tanto capitava, anche a guadagnarci bene.

Matilde nel frattempo era rincasata. La santa donna era riuscita, per l’ennesima volta, a toglier le castagne dal fuoco e le vacche stavano, grazie a Dio, partorendo i loro vitellini con l’assistenza del veterinario e del fattore accorso in suo aiuto. All’ora del desio fratello e sorella si ritrovarono nella sala da pranzo principale e l’argomento di conversazione, quel giorno, non potè che essere lo scampato pericolo di perdere due delle poche bestie rimaste. Almeno in quella circostanza il barone dimostrò una qualche forma d’interesse per la faccenda e non mancò di dire, ma la cosa sembrava più una presa in giro che altro, quanto dovesse essere grato alla sorella per il modo in cui era stata capace di risolvere il problema. “Quel maledetto veterinario” – chiosò infine il barone – “dovrò decidermi a regalargli una delle mie pipe così la smetterà di sentirsi sempre a credito con noi e, soprattutto, si toglierà una volta per tutte quell’orrenda pipa di ciliegio dalla bocca!”

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