Lorenzo

Lorenzo abita la soffitta d’un fatiscente e neghittoso palazzo di Görz, in pieno centro storico, dove gestisce con noncurante discrezione le ristrettezze ed il tramonto della sua vita. Ha una passione, una soltanto: la sua collezione di strumenti musicali automatici. E poi un vizio: fuma la pipa. E’ sulla settantina, alto, magro, con il petto un po’ incavato e le spalle ricurve. I capelli, brizzolati, non l’hanno mai abbandonato con l’avanzare degli anni e se li pettina, orgogliosamente, tirandoli tutti all’indietro. L’indiscutibile autorità d’un naso grande, grifagno, e due occhi scuri, piccoli e indifferenti, ne completano il volto. I suoi vestiti sono lisi; le mani enormi, con dita lunghe e affusolate, fanno sembrare piccola, quasi minuscola, la pipa che tiene sempre in mano quando non è impegnato a trafficare con i suoi giocattoli. 

D’estate, come d’inverno, riassestando e restaurando, nel frattempo, anche qualche ricordo di gioventù, Lorenzo continua a manutentare puntigliosamente, e con amore, i suoi automi. Li smonta, li lubrifica e li rimonta come il consigliere Krespel di Hoffmann sezionava violini sperando di scoprire il segreto della musica. Il palazzo di cui abita la sola soffitta apparteneva alla sua famiglia, in un lontano passato, ma Lorenzo – da buon austroungarico – della vita ha fatto una strategia della ritirata. La sua collezione potrebbe essere esposta in un vero e proprio museo, con il suo regolare orario d’apertura: organi automatici, flauti meccanici, orologi musicali; un’orchestra a forma di armadio che funziona a peso e suona diciotto composizioni diverse, una civetta carillon e tante altre amenità. 

Lorenzo, però, è come se, qua e là, fosse ricoperto da ragnatele, come fosse un orologio oramai senza più lancette. Un occhio vuoto del tempo. Se t’azzardi a farglielo notare, per quel po’ di bene che ti sembra di volergli, allora s’incazza, si raddrizza e, puntandoti la pipa addosso, ti risponde che alla sua età si ha il sacrosanto diritto di prediligere il passato. Durante la lunga avventura della sua sopravvivenza quotidiana Lorenzo ha ceduto via via ogni cosa trattenendo per sé unicamente questi strumenti musicali automatici che, ai suoi occhi, paiono muniti di vita propria e indipendente. Ed è per questo lui li ama. Insindacabile e autogiustificato, come ogni amore, sono divenuti la sua sola ragione di vita. 

D’altro canto, anche per noi, da bambini, l’orsacchiotto di pezza non era meno vero del gatto del vicino di casa, o del vicino stesso. Quei cilindri, quei dischi traforati, quelle schede perforate, quella miriade di molle e contrappesi, fanno capire, a noi che di tanto in tanto andiamo a fargli visita, come la tecnica meccanica sia tutt’altro che la morte della poesia bensì possa essere vissuta come la sapienza della mano, la magia del numero, la familiarità con le cose ed i loro interconnessi rapporti. Lorenzo ha la capacità di farle parlare, queste cose, giocare e suonare, inducendole a regalarci la musica di Mozart che spesso risuona, lassù, nella soffitta di Lorenzo mentre lui, offrendoti da bere il solito terribile pelinkovac annacquato, continua a fumare distrattamente la sua pipa trafficando con l’anima dei suoi automi.

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