L’individuo puro

Esaminato preliminarmente il caso Socrate (link al precedente articolo) possiamo dedicarci, in conclusione, a quello che Gilbert Simondon definisce come “individuo puro”. La purezza, qui, non va intesa in senso morale, bensì alla stregua di un sinonimo di “semplicità” strutturale quale contropartita di una complessità potenziale dell’ambiente-mondo (o ambiente-associato, secondo la terminologia simondoniana). Secondo Simondon, l’ambiente-mondo dell’individualità atopica risulta a tal punto ricco da non riuscire ad esaurire la sua carica potenziale all’interno dei soli confini prefissati di un luogo precisato, di una collettività specifica, e men che meno di una comunità quale, a tutti gli effetti, risulta essere la polis greca (di Socrate) oppure – nel nostro caso – una fantomatica comunità dei fumatori e degli estimatori della pipa. Non potendo, l’individuo atopico, essere “contenuto” all’interno di un luogo cosa fa? Vive e muore… costruendo legami: costruisce legami, cioè, fra la sua comunità d’origine e quella di destinazione che nascerà a partire da lui, su basi fino a lì inedite, e non come semplice “duplicato” del già pre-esistente. Il suo ambiente-mondo non si esplica nella relazione con un solo luogo sociale, perché inadeguato e inadeguabile ai confini, più o meno fittizi, più o meno istituzionalizzati, di un luogo. E’ per questa ragione che, secondo Simondon, l’individuo puro, l’individualità eccezionale (nel senso di atopica) – proprio in ragione della ricchezza del suo personale ambiente-mondo – non si connette ad un luogo e neppure ad un tempo precisato (il presente, l’attuale) ed è in ciò che risiede la sua “atopia vissuta”. A cosa si connette, allora, l’individuo puro a causa della sua particolare condizione esistenziale? Secondo Simondon: ad un destino. E’ – in estrema sintesi – il dinamico divenire dell’essere.

Simondon sostiene anche che, come nel caso di Socrate, e più in generale degli esseri umani che vivono la medesima condizione, questa prerogativa sia propria degli “inventori”, dei “creatori” – lo siano essi di regole morali, di oggetti, di qualsiasi forma d’arte, eccetera. Nell’esaminare un altro caso, il caso Macaone, assunto anch’egli ad esempio dell’individualità pura, Simondon scrive: “Macaone risulta superiore a quell’uomo definito a partire dalla sua integrazione al gruppo: lo è cioè di per sé, poiché possiede un dono che gli è proprio e che non dipende dalla società, ma che definisce la consistenza della sua individualità, a sua volta concepita senza intermediari. Non consiste, dunque, solo in un membro di una società, quanto, piuttosto, in un individuo puro”. Tornando ora al caso Socrate – concepito come individuo puro – si può anche affermare che è morendo che Socrate, come un microrganismo che fonda una nuova colonia sacrificandosi, afferma definitivamente il suo ambiente-mondo. Quale è la nuova collettività che fonda Socrate? E’ anzitutto una comunità ideale, che a ben vedere ha tutti i caratteri di una società, intesa come collettività aperta e pluridimensionale: la società dei filosofi. I filosofi, in ogni epoca, dovendosi riconoscere in un’origine, lo faranno riconoscendosi in Socrate.

Cito Merleau-Ponty, che nel cercare di recuperare l’esempio di Socrate, dice: “Il filosofo è l’uomo che si risveglia e che parla, e l’uomo che ha in sé, silenziosamente, i paradossi della filosofia, perché per essere davvero uomo, bisogna essere un po’ più e un po’ meno che un uomo”. Oppure Michel Foucault, il quale, richiamandosi alla condizione di atopia dei filosofi, afferma: “Non sono sicuro […] che la filosofia esista. Ciò che esiste sono i filosofi, ovvero una certa categoria di gente le cui attività e i cui discorsi sono mutati di epoca in epoca. Ciò che li distingue, come i loro prossimi – i poeti e i folli – è la comunanza che li isola, e non piuttosto l’unità di genere o la costanza di una malattia”. E’ anche vero il fatto che, dall’esempio di Socrate, nascerà una comunità meno idealistica, e più storicamente individuabile, ovvero quella dei “pensatori socratici”, scuole socratiche comprese. Queste scuole, sorte dal sacrificio dell’uomo Socrate, dell’individuo puro, saranno sempre segnate dall’idea di cosmopolitismo e questo cosmopolitismo, noi, nel nostro contesto, lo potremmo concepire proprio come un sorta di “traduzione nel pensiero” di quella condizione di atopia che deriva dall’impossibilità dell’ambiente-mondo di un individuo puro di attivare tutti i suoi potenziali all’interno di un luogo definito e circoscritto, come una polis, oppure una qualsiasi comunità.

Gli esempi si sprecano: Diogene il Cinico affermerà che il suo solo luogo, il suo solo stato, è quello della bisaccia, che reca di città in città, di luogo circoscritto in luogo circoscritto. A partire da questa idea di cosmopolitismo, così risemantizzata, è possibile ampliare il discorso allo Stoicismo e all’Epicureismo che, sebbene saranno riconosciuti e istituzionalizzati, incarneranno comunque l’idea di radicale polverizzazione del luogo in favore del mondo. Il filosofo stoico sarà ugualmente libero sul trono come in catene perché la sua libertà si fonderà sull’impossibilità di adattarsi in modo esclusivo ad un luogo solo. Scriveva a questo proposito Simondon: “Lo Stoicismo rappresenta la filosofia di un impero nascente, e tutela la potenza di quell’individuo che non si basa né sulla tradizione né sulle leggi per stabilire un ordine che si estenda su una moltitudine di città e di popoli dotati di costituzioni e lingue diverse. Quest’uomo non è più il difensore della stabilità di una città o di una costituzione, poiché il suo ruolo consiste nel favorire il cambiamento del mondo: la sua opera ha un senso nel tempo, attraverso il suo dinamismo, e non piuttosto nell’ordine di simultaneità che provvedeva alla stabilità di una città”. Giunti a questo punto, chiarita, per come m’è stato possibile fare, anche quest’ultima nozione dell’individuo puro, come Narratore del blog a me non resta che tirare le conclusioni. Lo farò nel mio prossimo – ed ultimo – post (link). A presto!

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