Le pipe in terra (parte 1 di 4)

Le pipe in terra - parte 1

Arturo Vecchini, in quattro articoli, passa in rassegna la storia delle pipe in terra. Questa prima parte è pubblicata sulla rivista Smoking (n°1, marzo 1976).

Le pipe in terra (parte 1 di 4)

Prima di entrare nel vivo dell’argomento per la parte tecnica quella industriale e storica delle pipe di terra europee è necessario ricordare che in epoca pre-colombiana tutte le tribù dell’America Settentrionale, dette abitualmente Pelli Rosse, anche se nessuna di esse aveva la colorazione della pelle tendente al rosso ma con sfumature che andavano dal giallo chiaro dei Malesi al bianco degli Europei, usavano pipe di terra e di tali pipe oltre quelle scambiate dagli europei con le solite perline di vetro, furono trovati numerosi esemplari ovunque ed in particolare in grandi quantità nei notissimi Mounds che ancora oggi esistono tra la regione dei Grandi Laghi ed il Golfo del Messico, tra il Mississipi e l’Atlantico. I Mounds sono di grandezza assai diversa e vanno da tumuli di terra appena rilevabili a tumuli di trenta e più metri di altezza e con una estensione di decine di ettari. La stessa struttura dei Mounds, così chiamati dagli scopritori Anglo-Sassoni, è assai varia, possono avere base circolare od ellittica ed innalzarsi in forma piramidale oppure semisferica. Altre volte formano recinti o muraglie assai estese che formano vere e proprie cittadelle. I più singolari sono quelli aventi forme animali, serpenti, tartarughe od altre specie animali usate come emblemi totemici dalle tribù costruttrici. Le stesse costruzioni vanno dai semplici tumuli di terra a tumuli rinforzati con muraglie di pietra o di mattoni di terra seccati al sole. Nei Mounds sono contenuti spesso monumenti funerari ed in essi si rinvennero numerosi oggetti e tra essi gran numero di pipe sia in terra che in pietra tenera. Si ritiene che questi monumenti fossero opera delle tribù Algonchine degli Shawness e degli Shawanos. Moltissime pipe in terracotta si trovarono nei Mounds dei Grandi Laghi eretti dalle tribù del gruppo Irochese. Le pipe in terra erano comunque di modello assai simile, il fornello era per lo più di terra (argilla nera oppure rossa) a forma di T rovesciato ed aveva un terminale a punta per tenere la pipa in mano. L’argilla era estratta da luoghi ben definiti che presso alcune tribù erano ritenuti sacri perché sotto la protezione di ben definite divinità minori. Occorre infatti ricordare che la pipa era utilizzata in tutte le cerimonie e nei consigli dei capi. Nei Consigli era passata circolarmente tra i presenti dopo che il Capo maggiore (primus inter pares) aveva aspirato la prima boccata indirizzandola verso il sole poi verso la terra e pronunziata la frase rituale. Presso alcune tribù, ed in particolari cerimonie, l’offerta del fumo era indirizzata verso i quattro punti cardinali. Come per la precisazione fatta prima sul colore della pelle, anche per la pipa occorre ricordare che la denominazione “Calumet” non è parola di origine indiana ma francese ed esattamente da “Chaume-Chalumeau” dal latino calamum. 

Quanto finora accennato sulla pipa e suo uso avveniva assai prima del Secolo XVII nel corso del quale la pipa in terra acquistò notorietà e si diffuse in Europa, Inghilterra prima e Francia poi. Parliamo ora della tecnica di fabbricazione impiegata in generale dagli Europei e che richiedeva un lavoro lungo ed assai specializzato. Prima di tutto si trattava l’argilla con prove di cottura tendenti ad accertare l’assenza di ossido di ferro e l’argilla ritenuta idonea era posta a bagno in capaci mastelli di legno entro i quali l’argilla veniva impastata con appositi strumenti. Questo era un lavoro di grande importanza per la perfetta amalgama ed era assai faticoso ma era proprio tale lavoro, compiuto con la massima cura, che rendeva la pasta del tutto omogenea, tanto da definirla in gergo “filante”. Questa pasta veniva poi stesa su di un tavolo e lavorata, proprio come si faceva e si fà per la pasta del pane, utilizzando però un’asta di ferro appiattita. In altri casi la pasta era versata in un mescolatore azionato da una bestia da soma, così come oggi le zangole per fare il burro son azionate dalla corrente elettrica. Queste lavorazioni erano indispensabili per ammorbidire l’argilla fino al punto di renderla cremosa e passarla poi all’operaio specializzato che in base ai modelli da realizzare arrotolava in maggiore o minor spessore il rotolo di argilla. Questi rotoli o cilindri erano passati all’essiccatoio fino a quando gli sbozzi, sufficientemente secchi, erano passati all’operaio che perforava il cannello con un trapano di ferro. Tale trapano aveva la punta lievemente arrotondata e sporgente e prima di essere usato veniva cosparso di olio. Tale operazione era effettuata da persone altamente specializzate poiché si doveva fare in modo che il foro passasse nel centro esatto del cannello dello sbozzo e solo la grande esperienza e la sensibilità manuale permettevano di seguire con le dita il progredire del ferro nel cannello da perforare. Lo sbozzo con il ferro usato per la perforazione del cannello era poi messo in uno stampo di bronzo, internamente unto con olio purificato che veniva serrato a mezzo di una vite a pressione. Il fornello della pipa era preparato con un colpo di scovolo di rame a forma tondo conica (ricorda le trottole in legno usate dai bimbi) che dai pipaioli tedeschi era chiamato “stopfer”. Compiuta tale operazione lo sbozzo, ormai pipa grezza, tornava all’operaio che perfora i cannelli e che con un ultimo colpo al trapano sopra indicato creava il passaggio tra fornello e cannello. Tolte ormai le pipe dallo… stampo si passavano alla operazione di rasatura delle sbavature formatesi nelle giunture dello stampo e del fornello. Seccavano poi all’ombra in appositi scaffali per molti giorni ed erano levigate con una pietra di agata. Solo dopo il perfetto essiccamento si disponevano in fila a strati successivi in recipienti di refrattario e coperte di sabbia silicea erano messe nei forni a temperature di 200/300 gradi per un periodo variante dalle 16 alle 20 ore. Dopo cottura e pulitura dalla sabbia che le ricopriva, le pipe destinate alla selezione migliore, passavano al reparto smaltatura dove erano verniciate a pennello oppure al punto con uno stilo di acciaio ed ultimata tale fase erano ancora passate al forno per un breve ulteriore periodo di cottura stabilito per ogni tipo dall’esperto. Solo dopo questa fase, le pipe non dipinte passavano in una vasca per l’immersione in terra da pipe diluita in acqua e strofinate poi con panni di lana per la lucidatura. Le pipe lavorate al punto, oppure dipinte, erano lucidate invece con vernice di gomma, cera bianca e sapone di Marsiglia diluiti in acqua. In alcuni luoghi il procedimento sopra descritto era sostituito dalla immersione delle pipe in latte non scremato e poste brevemente al forno, il loro colore diveniva simile a quello del legno. Nel prossimo numero parleremo dei vari modelli e delle fabbriche che li producevano.

Post successivo
Post precedente

Condividi: