Le cose di Borges

Vi siete mai chiesti, rigirando tra le mani un oggetto a cui tenete particolarmente, che fine farà dopo la vostra dipartita? D’accordo: tocchiamoci. Anche due volte. Eppure, ad esempio, il destino della mia sudata e mai definitiva collezione di pipe è un tema che ricorre sempre più nei miei pensieri, andando avanti negli anni. Jorge Luis Borges, in tarda età, ebbe il coraggio d’affrontare di petto l’argomento. Certo Borges non era un collezionista di pipe e non ad esse si riferiva direttamente nei suoi testi poetici ma, giacché non è più alla comunità dei fumatori (intesa come unicum) che mi rivolgo – con questa “tre punto zero” del blog – mi sento anche più libero di spaziare nelle citazioni e nelle mie conseguenti riflessioni.

Borges, dicevamo. Borges che affronta un tema primario dell’esistenza umana stessa, ma che a noi pare sempre stare dietro a mille altre cose più imminenti ed importanti: la sua fine. Un fine che, in verità, non è la fine della storia e non è neppure la storia: è un tempo, la nostra vita, prima della storia. Pensiamoci bene, facciamoci una fumata sopra, perché è proprio così che stanno le cose. Perché scrivo questo? Perché, in realtà, dopo la morte non c’è più la morte ed è per questo che è li che inizia la storia. Almeno quella che non ha una scadenza. Almeno quella delle cose apparentemente inanimate, come le mie pipe,  come la mia adorata macchina fotografica, e come qualsiasi altro oggetto a cui ci sentiamo sentimentalmente legati.

Partendo da supposizioni simili Borges scrive un testo drammatico, perché fa capire che noi siamo morti già mentre parliamo e che, non solo il pensiero, lo spirito, ci sopravvivranno attraverso le nostre opere in vita, ma che basta molto meno: basta un oggetto, un oggetto qualunque per dimostrarci che noi siamo ben poca cosa giacché l’indefinita resistenza di una serie di oggetti apparentemente inutili o, anzi, utili soltanto per ragioni pratiche o di conforto, come le mie pipe o la mia macchina fotografica, resteranno qui oltre la mia vita stessa. Per dirla con un po’ di sportività, che non guasta affatto visto l’argomento: forse non ce ne siamo accorti ma, stiamo trascorrendo questi anni in perenne fuori gioco rispetto ad esse.

Le cose

Le monete, il bastone, il portachiavi,
la pronta serratura, i tardi appunti
che non potranno leggere i miei scarsi
giorni, le carte da gioco e la scacchiera,
un libro e tra le pagine appassita
la viola, monumento d’una sera
di certo inobliabile e obliata,
il rosso specchio a occidente in cui arde
illusoria un’aurora. Quante cose,
atlanti, lime, soglie, coppe, chiodi,
ci servono come taciti schiavi,
senza sguardo, stranamente segrete!
Dureranno piú in là del nostro oblio;
non sapran mai che ce ne siamo andati.

Rispondi