La svolta: dal diario al romanzo, dall’album al libro

Se, nei miei due precedenti post, “Ramon sta alla pipa come…” e “Stendhal ed il magico mondo della pipa”, ho insistito molto su questa difficoltà a dire, a raffigurare l’Italia di Stendhal è perché io, come Narratore del blog, vi vedo una sorta di sospetto rivolto al linguaggio stesso. E poi, cari lettori di fumodipipa.it, non dimentichiamoci da dove siamo partiti ovvero da dove si origina tutto il nostro discorso. Ricordate cosa scrisse Ramon nel suo post “Primo tagliando alla tre punto zero”? Citò questa frase: “Ci si arena sempre nel parlare di ciò che si ama”; dove, al verbo arenarsi-incagliarsi, attribuiva due distinti significati: il primo era che “non si riesce mai a parlare di ciò che si ama” ed il secondo era che “si finisce sempre con il parlare di ciò che si ama”. Le analogie con le difficoltà riscontrate dallo scrittore francese nel suo diario paiono evidenti. Gli amori di Stendhal, ovvero la musica e l’Italia, sono – se si può dire così – degli spazi fuori linguaggio; la musica lo è per statuto, perché sfugge ogni descrizione, non si lascia dire se non per il suo effetto; e l’Italia perviene allo statuto dell’arte con la quale essa si confonde; non soltanto perché la lingua italiana – dice Stendhal – “è fatta più per essere cantata che per essere parlata”, ma anche per due più strane ragioni: la prima è che – alle orecchie di Stendhal – la tipica conversazione italiana d’ogni giorno tende continuamente a quel limite del linguaggio che è l’esclamazione e la seconda è precisamente la sua quasi totale estraneità al linguaggio militante della cultura. Tradotto: la lingua italiana di ogni giorno – secondo Stendhal – non legge, non parla, ma esclama e canta ed in questo starebbe tutto il suo genio e la sua fascinosa naturalezza.

Questa sorta di sospensione dal linguaggio articolato – civilizzato ed acculturato, cioè, alla maniera della più minuziosa e dotta lingua francese –  Stendhal la ritrova pari pari in tutto ciò che per lui “fa dell’Italia l’Italia”. Così, ribadisco il sospetto che avverto nei confronti del suo linguaggio che lo porta a quell’afasia che nasce e si origina dal suo eccesso d’amore: davanti all’Italia (tutta), alle donne italiane (tutte), alla musica italiana soprattuto, Stendhal è letteralmente interdetto, vale a dire continuamente interrotto nella sua locuzione letteraria. Badate bene che lo afferma lui stesso quando dice: “Quale partito prendere? Come raffigurare una felicità folle? In fede mia, non posso continuare così: l’argomento supera chi dovrebbe parlarne. Rimando a domani”. E poi, ancora: “Io sono come un pittore che non ha più il coraggio di dipingere un angolo del suo quadro”. Quindi che fa, il nostro buon Stendhal? Abbozza velocemente, alla bene meglio, ciò che non può dipingere per intero… E’, come quando, qualcuno – magari Ramon stesso – cerca di raffigurare tutti i piaceri (estetici, psicologici, metafisici) che la pipa può offrire. Non c’è molta differenza. Non trovate? Questa pittura dell’Italia – alla bene meglio – che occupa tutto il diario di Stendhal è come un ghirigoro, uno scarabocchio, che dice al tempo stesso l’amore e l’incapacità a dirlo, perché questo amore sparso (che riguarda tante cose, tanti aspetti, com’è anche nel caso della pipa) soffoca la scrittura stessa, in quanto troppo vivo. 

Una piccola, ma importante, digressione: questa dialettica tra amore sparso – nel caso di Ramon: tutto ciò che concerne il magico mondo della pipa e dei suoi tabacchi – e la difficoltà d’espressione compiutamente matura è anche quella che conosce il bambino piccolo, ancora privo del linguaggio adulto, allorché gioca con quello che Donald Winnicott chiama “un oggetto transizionale” nello spazio ancora informe della fantasia, dell’immaginazione e della creazione. E così è, mi sembra, pure l’Italia di Stendhal: una specie di oggetto transizionale il cui impiego, ludico, produce quegli scarabocchi di cui si occupa Winnicott e che sono, nel caso di Stendhal, i suoi diari di viaggio. Ecco perché, tornando all’origine del nostro discorso, è giustificabile sostenere malinconicamente che non si riesce mai a parlare di ciò che si ama. Tuttavia, udite udite: c’è speranza! C’è speranza per tutti, anche per Ramon! Vent’anni dopo aver scritto i suoi mediocri diari di viaggio, come per una specie di scoppio ritardato che fa parte della logica contorta dell’amore, Stendhal riesce a scrivere finalmente il suo capolavoro: La Certosa di Parma. C’è, finalmente, una specie di accordo miracoloso tra le sensazioni e la loro raffigurazione: l’effetto provato coincide, finalmente, con l’effetto prodotto. Ed il cerchio – nel caso di Stendhal – si chiude.

Ora la domanda: perché questo ribaltamento? Perché Stendhal, passando dal diario al romanzo, e cioè dall’album al libro, abbandonò la sensazione – particella viva, ma sulla quale non riuscì a costruire mai nulla di valido – per affrontare quella grande forma mediatrice che è il racconto? Lo fece perché, ravvedendosi, riuscì anche ad accaparrarsi gli ingredienti giusti ovvero, nel caso della Certosa di Parma, la discesa di Napoleone a Milano e l’eterna lotta tra il Bene ed il Male. Furono questi due ingredienti a conferire un senso compiuto a tutto il suo lavoro di scrittore perdutamente innamorato dell’Italia. Nella Certosa di Parma il lettore trova infatti: la noia, la ricchezza, l’avarizia, l’Austria, la Polizia, Ascanio, ecc.. E poi, in perfetta antitesi: l’eroismo, la povertà, la Repubblica, Fabrizio, Milano, ecc… Affidandosi ai suoi personaggi – e dimenticandosi delle persone da lui conosciute realmente – abbandonandosi al mito, affidandosi alla finzione, Stendhal ritrova gloriosamente ciò in cui aveva mancato nei suoi diari: l’espressione, la bella espressione letteraria, di un effetto. L’effetto “Italia” ha finalmente un nome, che non è quello molto piatto della bellezza (bello, bella, e superlativi annessi) ma è la festa: l’Italia è una festa, almeno nel preambolo milanese della Certosa di Parma, e da li – poi – inizia una storia, avvincente ed appassionante. Insomma, amici lettori, cos’è accaduto? Cos’è successo tra il diario di viaggio di Stendhal ed il suo romanzo più famoso? E’ accaduta la scrittura. E che cos’è la scrittura? E’ un potere, frutto di una lunga iniziazione, che “disfa l’immobilità sterile dell’immaginario amoroso e dà alla sua avventura una generalità simbolica” (Barthes).

Tornando infine a noi, a Ramon ed al suo amore sparso per la pipa, io – come Narratore del blog – avvalendomi abbondantemente, come ho fatto, dell’esempio di vita di Stendhal, non posso che esortarlo a prendere definitivamente atto che esiste la menzogna – la menzogna romanzesca – e che questa è, al tempo stesso – oh! miracolo! – la definitiva svolta della verità per uno scrittore sui generis, o presunto tale, ed è anche l’espressione letteraria sicuramente più trionfante per descrivere la sua stessa passione per la pipa. Il diario, ahi-noi, ha i suoi limiti impliciti e le sensazioni, in sé per sé, rimangono letterariamente incostruttibili. Con questo credo d’aver sviscerato tutto quanto c’era da dire sull’argomento e mi auguro d’essergli stato utile nel suo desiderio di prima manutenzione di questa tre punto zero del blog, senza aver annoiato troppo i lettori. Nei miei prossimi interventi (link al successivo), come Narratore, andrò a trattare l’altro argomento sollevato nel post “Primo tagliando alla tre punto zero” ovvero affronteremo l’interessante questione dell’atopia. Buon proseguimento!

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