La panchina (io e René)

E’ ferragosto ed io e l’amico immaginario René – Renato, in verità, ma René suona decisamente più letterario – ce ne stiamo seduti sopra quella che potrebbe essere una nuova tag di questo blog: la panchina. Io e René adoriamo le panchine, ne abbiamo collaudate tante nella nostra vita, ed oramai abbiamo stilato mentalmente anche una specie di graduatoria delle nostre preferite. Ci sono, ad esempio, le panchine dei giardini pubblici di Trieste e di Gorizia, in ghisa monumental-regia risalente ai tempi dell’imperatrice Sissi e quelle, decisamente più spartane, posizionate lungo il fiume Sile, a Treviso, che furono, qualche anno addietro, al centro d’una surreale battaglia ideologica tra il sindaco Gentilini e gli extracomunitari della Marca trevigiana: quest’ultimi le usavano per dormirci sopra, la notte, e l’amministratore leghista per questa ragione le aveva volute temporaneamente rimuovere. Poi ci sono quelle intenzionalmente scomodissime, per principio in quanto moderne, prive di schienale e con la seduta incomprensibilmente ovaleggiante; diremmo panchine da sosta breve ma non da fermata. 

Una panchina davvero speciale, almeno per me e l’amico Renè, è anche quella posizionata davanti alla tabaccheria di Remigio, a Gradisca d’Isonzo, uno dei nostri luoghi di ritrovo preferiti. Qui abbiamo modo di realizzare il nostro sogno perché, standocene seduti su questa panchina, possiamo parlottare tra di noi fumandoci le nostre pipe praticamente a chilometri zero: il tabacchino è proprio dietro le nostre spalle, ed il resto del mondo si dischiude davanti ai nostri occhi. A destra un’erboristeria, dove si vendono tutte quelle altre verdure salutiste che Remigio non tratta, in quanto specialista del tabacco, e poi il bar di Teo con il suo plateatico semi coperto, insuperabile crocevia del vivere della mai dimenticata Contea Principesca di cui, nel cuore, ancora sentiamo di far parte. A sinistra un supermarket, luogo-non-luogo sempre identico a sé stesso ovunque lo si voglia posizionare nel mondo. Un bel piazzale uso parcheggio, con i suoi vieni e vai, sali e scendi dalle automobili continui, davanti a noi, completa il quadro di quella situazione. 

Insomma, panchine. Potrebbe essere un’idea quella di cominciar a buttar giù qualche istantanea focalizzata attorno ad esse dove riassumervi ciò che io e Renè vediamo, quali fatti di cronaca scegliamo di commentare, ivi compreso il fatto del nostro stesso vivere in panchina, mio e di Renè, rispetto alla fiumana di gente che pare attraversare la vita morendo dalla voglia d’entrare in campo, in pista, di partecipare, di condividere, per convincersi d’esistere. Non è che io e l’amico René ci consideriamo speciali, o addirittura alieni rispetto a questo modo di sentire comune, soltanto che noi due, a differenza della maggioranza delle persone, abbiamo un’arma e la nostra arma è proprio la pipa, mantenuta costantemente tiepida come la nostra speranza in un finale di vita sereno. Essa ci consente di poter vivere, almeno per un po’, in un tempo sospeso – come quello trascorso appunto sulla panchina – e questo tempo sospeso ci permette di far ossigenare il cervello, sconnettendoci da tutto ciò che ci vorrebbe inesorabilmente condannati alla servile, ubbidiente ebete acritica complicità. Vedremo. Buon ferragosto a tutti quanti voi.

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