In viaggio, come tartarughe

La casa natale che ciascuno di noi – nella propria nostalgia – crede di vedere nella propria infanzia secondo alcuni autori dell’antichità classica si trova invece alla fine del viaggio della vita. Questi autori ci offrono un’interpretazione circolare del viaggiare: si parte da casa, si attraversa il mondo e si ritorna a casa, anche se a una casa molto diversa da quella lasciata, perché ha acquistato significato diverso grazie alla partenza, alla scissione originaria. Ulisse – ad esempio – torna a Itaca, ma ci torna da uomo diverso e trova, ad attenderlo, una Itaca diversa. In questo senso l’eroe guerriero è simbolo dell’esperienza dell’infrangere i legami viscerali con la casa natale per poterla ritrovare successivamente con maggiore autenticità. Ma, dai tempi di Ulisse, qualcosa sembra essere cambiato per sempre nell’uomo e nella società: s’è incrinato il rapporto fra il singolo e la totalità che lo avvolge. Nella macchina della società moderna il viaggiare diventa, sempre più spesso, un fuggire, un violento rompere limiti e legami. Non a caso parliamo di viaggio anche quando abbiamo a che fare con la cosiddetta cultura dello sballo, anche quando abbiamo a che fare con le sostanze stupefacenti. 

Il viaggio mette in luce, quindi, non solo la precarietà del mondo ma anche quella del viaggiatore, la labilità dell’Io individuale, che comincia – sosteneva in tempi più recenti Nietzsche – a disgregare la propria identità e la propria unità diventando un uomo oltre l’uomo, oltre l’individualità classica sottintesa nell’Ulisse dell’antichità. Allora il viaggio non è più immaginato come circolare, come eterno ritornare, ma subentra l’idea del viaggio come qualcosa di rettilineo: un movimento che procede sempre avanti verso un cattivo infinito come una retta che avanza pencolando nel nulla, oltre Itaca stessa; un’esortazione al dépaysement, lasciandosi tutto dietro alle spalle. E quindi? Tirando le somme, quando viaggiamo, compiamo un movimento circolare o rettilineo? In realtà, guardando la scia della nostra vita disperdersi dietro di noi, pare sia impossibile per noi non resistere alla dispersione – fedeli a tutto, nonostante tutto – della nostra vita intera, come fossimo delle tartarughe che viaggiano perennemente insieme alla propria casa. 

Ed è qui che s’innesta perfettamente, a mio modesto avviso, la nostra amata pipa. Chi, se non lei, potrebbe simboleggiare meglio il concetto di carapace? La pipa che viaggia con noi è, essa stessa, casa: casa che ci portiamo dietro, guscio che protegge e cova non solo il nostro tabacco ma anche le nostre riflessioni, i nostri silenzi, i nostri ricordi, le nostre tante – a volte troppe – zavorre; materiali ed immateriali. Circolare o rettilineo che sia il movimento del viaggiare, per la nostra anima, la pipa è certamente perfetta compagna d’avventura e tana. Scelgo di chiudere questo post accendendomi appunto una buona pipa serotina e proponendovi, per concludere, una parabola di Borges, buona epigrafe del viaggiare e del vivere tutto: “Un uomo si propone il compito di disegnare il mondo. Trascorrendo gli anni, popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi, d’isole, di pesci, di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto”.

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