Immagini sul Tamigi

In tema di pipe e di fascinazione del marchio – in questo caso Dunhill – pubblico di seguito un bellissimo estratto preso da “Immagini sul Tamigi” di Pierre Mac Orlan.

Immagini sul Tamigi

Quando il vento di ghiaccio fabbricato nel Nord tortura il borghese di Calais in semplice soprabito, proprio allora una pipa permette di resistere agli angeli perfidi della tempesta fiamminga. Un piccolo caffè sulla piazza d’armi, un caffeuccio tozzo e gonfio di calore interno apre di colpo una porta verde che proietta sul selciato ben lavato una ragazzetta tonda come un volano.

Questa pipa, tirata fuori dalla mia saccoccia, fuma nella strada con un senso di sollievo d’una beatitudine francamente umana. Tutte le porte del cielo si chiudono. E le idee peregrine urtano contro il soffitto delle nubi. Non vi sono idee peregrine con una buona pipa. Si vive dolcemente nell’atmosfera della terra fiamminga, senza aspirare a decorazioni divine e senza stimoli per la conversione al cattolicesimo letterario dell’ultim’ora.

Vivere con una pipa accesa in una strada del Nord popolata di algide canzoni che dei fonografi riducono in polvere, significa avere un’importanza sociale che si acquista presso un calorifero personalissimo.

Per questa ragione, che mi portava lontano dall’Est più misterioso d’un messaggio cifrato inteso inavvertitamente tra due notizie radio, io esaminavo la mia pipa ardente, in attesa dell’ora del battello. La mia pipa era ornata sul cannello con un impercettibile trifoglio bianco. In tasca, un’altra pipa recava una vistosa stella bianca. Tuttavia, sapevo di non avere pipe contrassegnate da un piccolo cerchio di madreperla bianca. Simile particolare, inciso sulla mia pipa di èrica, m’aveva sempre lasciato scettico. Sapevo, ugualmente, che la purezza dei miei sogghigni non mancava di affettazione. Il prezzo d’una pipa ricamata in bianco mi aveva consentito, spesso, di ostentare qualche fantasia che costringeva i fumatori di quelle pipe a scusarsi per la presenza di tali costosi e aggraziati strumenti da tabacco. Generalmente i gentlemen si vergognavano d’essere proprietari di una pipa così emozionante. Dicevano: «È stupido comprare una pipa da centocinquanta franchi, ma si tratta di un regalo».

E tuttavia manovravano costantemente in modo che fosse bene in vista il distintivo bianco che conferiva a quella pipa un sì alto rango tra le pipe. Molta gente però non faceva caso a quel particolare essenziale. Allora essi erano costretti a dire: «Secondo voi, cosa costerà una pipa come questa?».

Quegli altri buttavano lì una cifra piuttosto bassa. Allora l’uomo dalla pipa diceva: «Una pipa come questa costa centocinquanta franchi».

Siffatta dichiarazione dava adito a mille ingegnosi ragionamenti sulle pipe e la crudeltà degli uomini. Ma la invidia penetrava nei cuori dei testimoni di questa piccola conversazione, all’apparenza anodina.

Percorrendo lo Strand, dalla parte dell’albergo Cecil, io mi fermavo sempre davanti a una magnifica bottega dove si vendevano pipe con l’intento di eclissare tutto quanto non fosse pipe e accessorio di pipe sulla faccia della terra. Quella mostra mi costringeva a inghiottire saliva come un cane davanti a un osso di montone posato su un cuscino di peluzzo, sotto una campana di vetro. Ne ero preoccupato al punto da fare ad alta voce calcoli penosi sulla mia disponibilità di denaro per il miraggio delle pipe.

Secondo me, Londra è una città meravigliosamente dedicata agli uomini. Un negozio di novità per signora non può competere con le splendide botteghe popolate di cappelli, di calzini, di farsetti coi quali l’uomo britannico arriva a un’eleganza che gli conferisce, a parità d’intelligenza, un vantaggio sull’avversario. È proprio partendo da questa osservazione che cominciai a capire l’importanza del contrassegno bianco su quelle pipe, la cui funzione essenziale è di organizzare l’ozio. E l’ozio, servendo di cattivo esempio a coloro che lavorano, dà alle grandi nazioni un ideale che si illustra secondo gli umori del momento. Dopo aver giurato solennemente davanti a una considerevole quantità di testimoni che mai avrei comprato una pipa Dunhill, io sentivo, da quando ero a Londra, d’esser vittima d’una forza seducente e bottegaia contro la quale la mia volontà, per lo meno, non mi permetteva di resistere vittoriosamente.

Mi diressi dunque con passo d’automa verso il tempio dove l’oggetto del mio desiderio riposava in un tabernacolo di legno di rosa. Avevo già ideata, nella mia mente, una scena appropriata all’avverarsi della mia disfatta. Mi pareva indispensabile che eleganti commesse presiedessero alla cerimonia.

Niente.

Un vecchio signore, vestito come un contabile, mi chiese senz’alcuna curiosità che cosa desideravo. Gli risposi che volevo comprare una pipa Dunhill, d’un modello che, d’un modello il quale, ecc… Non mi lasciò finire la frase e disparve, come un personaggio claudicante, simile a un contemporaneo della prima pipa che alcuni chiamavano Lilith, per fissare una data.

Tornò, poco dopo, tenendo fra le braccia una grande scatola di cartone dove pipe di calibri differenti e di forme diverse si avviluppavano come tartarughe in una cassa. Frugando nel profondo della scatola, il vecchio signore contemplava il mio viso, con l’aria d’interessarsi seriamente a tale esame.

Fattasi un’opinione, prese una pipa, la tese in direzione delle mie labbra e dichiarò semplicemente: «Questa vi sta». Dopo aver pagato, misi la mia pipa in saccoccia col proposito di non fumarla se non nelle grandi occasioni, preferibilmente in presenza di individui che avessero qualche nozione delle pipe e delle razze delle pipe.

Altre occupazioni tra Oxford e Barking obbligandomi a pensare ad altre cose, ritardarono nuovamente il processo della malattia.

Fu al mio ritorno in Francia che mi resi conto che il virus aveva agito e che il veleno circolava a suo piacimento nelle mie vene. Accesi la mia prima pipa Dunhill con tabacco preso nel mio vaso da tabacco che è un recipiente da tabacco assiro, ritoccato da un decoratore luigifilippegiante.

Fui disgustato, non per il sapore della mia pipa, ma per l’insufficienza estetica del mio vaso da tabacco. A dir vero questo vaso non era brutto, ma non si accordava con lo stile della pipa. Fortunatamente per me, Parigi mi offriva una succursale della casa madre che stava per rivoluzionare tutta la mia vita. Acquistai dunque un vaso da tabacco Dunhill che si accordava col sigillo bianco della mia pipa e lo misi nello studio, su una tavola, come capitava, senza pensare a guai.

La tavola non andava col vaso da tabacco.

Era da prevedersi. Ma l’esperienza sola poteva condurmi verso tale sciagura. Ho cambiato successivamente la tavola, le poltrone, l’ammobiliamento generale del mio alloggio, e ho persino fatto grossi debiti per farmi costruire una casa, eretta, ammobiliata, decorata da architetti, tappezzieri e decoratori della fabbrica Dunhill. Tra qualche anno, forse, potrò fumare la mia pipa senza preoccupazioni nascoste, come un uomo di gusto, al centro di un quadro armonioso.

Questo non è uno scherzo. Ho perduto il gusto dello scherzo verso il 2 agosto 1914, e non vedo nulla nel futuro che possa farmi ricadere in codesto errore di gioventù. Ma se ho citato quest’avventura vera, è stato per rendere omaggio ai principi del commercio inglese.

La storia di questa pipa contiene la genesi stessa di qualunque colonizzazione. Tu offri una pipa a un uomo nudo: gliela offri, cioè gli fai pagare una pipa dopo averlo sottoposto alle macerazioni spirituali d’una propaganda ammirevolmente umana. Dopo di che gli vendi dei cannoni, delle automobili, delle trattrici, e cotoni e ombrelli e scatole di conserva, e dell’alcole che si armonizza con la pipa.

Si può, in tal modo, fondere i diversi elementi che formano uno Stato, secondo le regole generalmente ammesse dall’abitudine. E la pipa marcata in bianco, che si trasmette di padre in figlio, è la tradizione. Tutto finisce per spiegarsi. Ed è anche la bellezza del commercio, il suo lirismo e il suo misticismo discreto, questo poter costruire un mondo intorno a un oggetto di una sentimentalità più che spoglia. Quando un mercante di chincaglierie, un mercante di pipe o un mercante di parapioggia sono toccati dalla fiamma del genio, nulla gli può impedire di costruire un mondo, e meglio ancora un dio a immagine di ciò che essi vendono. Il popolo che primo sentirà la poesia che anima l’avventura commerciale sarà vicinissimo ad aver trovato il Messia, il quale regolerà precocemente i primi principi di quel sentimento nuovo, di quel misticismo inatteso che ridarà all’Europa il gusto dell’onestà.

1 Comment

  1. Testo raro e delizioso, di grande freschezza. Una vera scoperta, grazie !
    Gustose pipate, Antonio Pesce

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