Il viaggio come persuasione

L’esperienza del viaggio è, anzitutto, esperienza della persuasione perché il viaggiatore vede istintivamente stimolate le proprie capacità di vivere pienamente l’attimo – ogni attimo – e non solo quello privilegiato ed eccezionale, senza alcun sacrificio al futuro, senza annegamento nei progetti e nei programmi a medio e lungo termine. Lo sosteneva, questo pensiero, il brillante filosofo e poeta goriziano Carlo Michelstaedter, di cui ho già avuto modo di parlare nel blog (link al post). Molto spesso accade invece che, nelle nostre vite, troviamo ragioni per sperare che il tempo passi il più rapidamente possibile, che il presente diventi quanto più velocemente possibile futuro, che il domani – insomma – arrivi quanto prima. I perché? Pressoché infiniti: l’attesa per il responso di un medico, l’attesa per il superamento di un esame professionale o scolastico, l’attesa per l’inizio delle vacanze o, più semplicemente, dell’ennesimo fine settimana; e così si finisce a vivere l’attimo non per viverlo ma per averlo già vissuto, in fremente attesa di quello successivo, di quello speciale.

Viaggiare interrompe questo circolo vizioso. Certo: c’è viaggio e viaggio. Esiste quello imposto dal lavoro e dalla professione, incalzante e spettacolarizzato (specialmente quello del manager di se stesso) e poi quello dello spirito, tipico dell’intellettuale post-moderno. Ma questi viaggi sono, in una certa misura, la negazione stessa della sosta, del vagabondare senza meta, della persuasione di cui dicevo – con Carlo Michelstaedter – all’inizio del post. Questi viaggi, più che ad un viaggio, assomigliano ad eiaculazioni precoci: non si vuole tanto fare all’amore quanto averlo subito già fatto. Fumateci sopra, pensateci, e vedrete che è così: il viaggio di un conferenziere, tra un aeroporto o un albergo e l’altro, non è dissimile dall’orgasmo assillato. Io invece intendo rimanere concentrato ed aggrappato ai viaggi “aperti” e disponibili alle digressioni continue che si verificano soltanto quando ci si abbandona al loro scorrere lieve come, appunto, una fumata di pipa rispetto a quella di una sigaretta. Se mi leggete, se siete anche voi dei fumatori di pipa, dovreste riuscire a capire cosa intendo dire. 

Goethe, per lungo tempo “turista” in Italia, sosteneva che viaggiando bisognerebbe predisporsi ad essere come un bottiglia aperta sott’acqua che, via via, si riempie del fluire delle cose. Bella e convincente immagine del viaggiator persuaso. In un viaggio vissuto in tal modo i luoghi diventano insieme tappe e dimore, soste fugaci e radici al tempo stesso, che inducono a sentirsi a casa in ogni dove nel mondo. Viaggiare sentendosi sempre, nello stesso istante, nell’ignoto ed a casa, sapendo di non avere, di non possedere, una vera e propria casa. Chi viaggia persuaso è sempre un po’ uno zingaro, un randagio, uno straniero, un ospite. Non possiede più il guanciale su cui riposa il capo la notte e questo è un’ottimo espediente per ridimensionare le proprie angosce esistenziali, anzi: per dimensionarle correttamente. Il viaggio è utile per comprendere che non si può mai veramente possedere uno spazio ma solo sostarvi, per una notte o per tutta la vita. Nel viaggio, ignoti fra gente ignota, si impara ad essere Nessuno, lo si tocca con mano, ed è proprio questo che, alla fine, permette di dire – echeggiando don Chisciotte -: “Qui io so chi sono”. Finalmente. Oggi è Pasqua ma non qui, dove canta il muezzin. Auguri sinceri a tutti voi.

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