Il viaggiatore anarchico conservatore

Il modello di viaggiatore a cui preferisco richiamarmi nei monologhi dedicati al viaggio, forse idealizzandolo anche un po’ troppo, è un anarchico conservatore. Un conservatore che scopre il perenne caos del mondo perché lo commisura con un metro personale ed assoluto che ne svela fragilità e ambiguità. Lo so: è una visione kafkiana. Ma è stato proprio Kafka a dire che senza “il senso profondo della legge insito in sé” non si può scoprire la sua vertiginosa assenza nella vita e – quindi – la fedeltà quasi donchisciottesca ad un ordine morale personale ci costringe a percepire più acutamente il disordine del mondo in cui ci avventuriamo durante il viaggio. A volte affatica, e fa soffrire, questo incedere nel disordine: molte cose cadono quando si viaggia; certezze, valori, sentimenti, aspettative che si perdono per strada. Altre cose, altri valori e sentimenti si trovano, s’incontrano, si raccattano per la via. Viaggiamo nella realtà come in un teatro di prosa, ove spostiamo le quinte, apriamo nuovi passaggi, ci perdiamo in vicoli ciechi e ci blocchiamo davanti a false porte disegnate sul muro.

All’aperto piove e nevica. Nevica storia” – diceva Yakov Bok, il misero tuttofare in cerca di fortuna nell’Uomo di Kiev di Malamud. Come il don Chisciotte della Mancia anche l’errante personaggio ebreo-orientale si ritrova faccia a faccia con l’ignoto, con la violenza e la brutalità di una realtà prima sconosciuta e la commisura con i propri ideali, inevitabilmente. Nel viaggiare ci affidiamo più al senso delle possibilità piuttosto che al principio di realtà. Scopriamo, come in uno scavo archeologico, altri e nuovi strati del reale, possibilità concrete che però, magari, non si sono materializzate ma esistevano e ne sono sopravvissuti soltanto i brandelli. Viaggiare significa si fare – a volte duramente – i conti con la realtà ma anche con le sue alternative, con i suoi vuoti; con la Storia e con un’altra storia o con altre storie: impedite e rimosse, ma non del tutto cancellate. Come il viaggio anche la scrittura rappresenta un’analoga esplorazione: trasloca, impacca e disfa, aggiusta, sposta, inventa, trova, scopre elementi prima sfuggiti all’inventario delle cose da dire e persino percepite nel reale. 

La scrittura, in questo senso, è come una lente d’ingrandimento rispetto all’anima come appunto lo è il viaggiatore rispetto al mondo. Vivere, viaggiare, scrivere: narrativa non legata alla pura finzione, all’invenzione, bensì connessa in presa diretta con i fatti per quanto impossibilitata a cogliere il mondo nella sua totalità e per quanto impedita dal poterne offrire una sintesi oggettiva ma sempre e solo frammentaria, coniugata al singolare: al viaggiatore. Egli stesso, tuttavia, ha l’opportunità di creare una vitalissima rappresentazione del suo incedere afferrando come un cane da caccia i dettagli a suo giudizio più rivelatori, anche più fuggevoli, e componendo il tutto in un quadro, fedele e insieme reinventato. Forse il viaggiatore che si prende il tempo per fermarsi e appuntarsi sul taccuino le sue banali osservazioni è un vero privilegiato in quanto è il solo letterato che produce della narrativa veramente “non finction” se paragonata ad altri generi romanzeschi e popolari. Fumiamoci sopra.

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