Il Velocifero e l’incantesimo della pipa

Il Velocifero e l’incantesimo della pipa

Con il titolo “L’incantesimo della pipa” la rivista Il Club della Pipa ha riproposto un breve ma bellissimo estratto dal libro “Il Velocifero” di Luigi Santucci (Mondadori, 1963).

L’incantesimo della pipa

Il nonno teneva a fianco della ’’Caprera” – la sua poltrona personale in velluto rosso – un emporio di pipe: una cinquantina, di ogni colore, calibro e foggia, collezionate nel corso della sua lunga vita e adesso ben allineate in una rastrelliera. C’erano quelle inglesi in radica, d’un bel rossiccio foglia morta o d’un tenue isabella simile alle groppe dei cavalli signorili; le sabbiate dalla scorza ruvida e dal colore della torba, le pipe contadine dal fornello di pannocchia o di gesso col cannello in ciliegio, le ricurve a foggia moresca, le tirolesi con le tazze di porcellana smaltata, il coperchio di nichel ed il cordoncino con la nappa; le bionde d’ambra e le candide di schiuma. Alcune erano scolpite in fogge pretenziose e barocche, con teste di toro o di strega; ce n’era una gigantesca che portava istoriata una scena di caccia con dame e cerbiatti in avorio. Ma le predilette dal nonno non erano queste che colpivano tanto la fantasia dei ragazzi. Erano le pipe cimelio, rosicchiate dagli anni col cratere incrostato di gomma; quelle che lo avevano accompagnato nelle campagne, battezzate dal farmacista col nome della battaglia cui avevano preso parte. C’era la Calatafini, la Bezzecca, la Milazzo; e c’era — pipa ammiraglia — la Volturno, scheggiata da una pallottola borbonica. In quella una sera il Generale, benché non fumasse, aveva tirato qualche boccata togliendola di bocca a Lorini: e s’era messo a tossire e lagrimare, fra l’ilarità dei presenti.

A tutto quel delicato tesoro accudiva Silvia dopo che Renzo, messa come maschio la sua candidatura a tale ufficio, v’aveva dato mediocre prova. (Si trattava di nettare puntualmente le pipe con gli appositi ferruzzi e spazzolini aromatizzandole poi con qualche goccia di grappa). Silvia invece, col suo zelo muliebre, s’era mostrata subito una perfetta scudiera. Dedicava alla pulitura un pomeriggio ogni settimana, ricevendone un salario di venti soldi. Solo la Volturno era tabù anche per lei e restava chiusa nel cassetto del nonno che la governava personalmente. Era di schiuma e guai se, cadendo, fosse andata in cocci.

Poiché ognuno ha bisogno d’una filosofia per spiegare se stesso, Camillo Lorini attribuiva a quella rastrelliera di pipe la giovanile gagliardia delle sue settantotto primavere. Quei legni erano per lui una famiglia nella famiglia. E le sere in cui qualche bicchiere di più gli attizzava l’estro dei paradossi, sosteneva che la felicità del suo focolare non gli sarebbe stata sopportabile senza quel rifugio di oggetti inanimati, tutti e solo suoi, da cui escludeva i propri cari per vederli muoversi trasfigurati dietro l’incantesimo del fumo. Come la illustrava bene, quand’era di vena, la sua teoria dei talismani! Ognuno doveva averne uno. Guai ad amare solo gli uomini, e neppure gli animali ci bastano. Bisogna farsi nutrire dagli oggetti, sposarsi almeno con una cosa: e in quella annidare gli spiriti vitali, le potenze, il polline — diceva — dell’anima propria; e uno si ricarica di se stesso, si rimane fedele e perciò non invecchia. Per lui erano state le pipe.

Silvia, benché piccina, comprendeva meglio di tutti codesta teoria. E da quando era addetta al governo delle pipe, fra il vecchio e la bambina era nato un affetto specialissimo, un occulto tramite di vitalità, quasi che quelle ore in cui Silvia maneggiava le pipe del nonno s’imbevesse dei suoi segreti pensieri; e a sua volta il vecchio aspirasse, insieme al tabacco, i fluidi novelli che le mani della nipotina trasmettevano a quei legni stagionati. «Mi sento più giovane da quando mi pulisci le pipe. Stanotte ho fatto un sogno di bambole».

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