Il primo Stendhal ed il magico mondo della pipa

“Quando sono con i Milanesi e parlo milanese, dimentico che gli uomini sono malvagi, e tutta la parte malvagia della mia anima si addormenta all’istante”. Eccolo, l’amore sparso ed il piacere puro di Stendhal di cui dicevamo nel precedente post “Ramon sta alla pipa come…“. A scrivere un pensiero del genere è uno Stendhal completamente irresponsabile in quanto si trovava – nel suo soggiornare in Italia – voluttuosamente tratto fuori da ogni responsabilità di cittadino: era milanese nel cuore, si, ma non per stato civile. E guardate il caso: quando poi fu nominato console a Civitavecchia, abbandonando l’Eterna Festa per ritrovare il Dovere, allora ebbe a dire che, “Civitavecchia non era più l’Italia”. Immagino succeda qualcosa di simile a chiunque, dopo aver soggiornato a lungo in uno stato estero, provi a stabilirsi in quel paese in modo permanente con l’annesso di doveri civici che quella scelta comporta. Ma torniamo al primo Stendhal ed a quella sorta di paradiso in terra ch’egli intravide nell’Italia milanese dell’epoca. Stendhal era uno scrittore e per lui non era possibile intravedere pienezza d’esperienza laddove la parola fosse assente. Il Bene, quel Sommo Bene, che Milano e la musica italiana e la Scala rappresentavano per lui, svilupparono nel suo essere una naturale forza di espansione ed eruppero necessariamente verso l’espressione scritta, volendo farsi condividere pubblicamente ad ogni costo. 

Ora, per quanto paradossale possa sembrare a chi mi legge, e fors’anche a Ramon stesso, proprio qui iniziarono i suoi problemi di scrittura. Stendhal, infatti, non riusciva a dire l’Italia, o piuttosto sapeva dirla, poteva cantarla, ma non raffigurarla; il suo amore – sparso, abbiamo detto, come inevitabilmente sparso è anche l’amore per la pipa di Ramon – egli lo proclamava continuamente nel suo diario, ma non era in grado di negoziarlo con una vera e propria, compiutamente definita, scrittura d’autore. Stendhal, ancora una volta, era consapevole di tutto e ne soffriva e se ne lamentava dicendo che non riusciva a “rendere il suo pensiero” e che spiegare la differenza tra Milano e Parigi “è il colmo delle difficoltà”. Questa lunga crisi lirica lo condusse a continui scacchi d’espressione nel suo diario, ovviamente gravi, gravissimi, per uno scrittore come lui. Infine, sembrava che Stendhal conoscesse soltanto due vuote parole: bello e bella. Eccolo, lo Stendhal – completamente impotente – del diario: “In vita mia non ho mai visto tante donne belle tutte insieme, la loro bellezza fa abbassare lo sguardo”; “i più begli occhi che ho incontrato nella mia vita, gli ho veduti in quella serata; quegli occhi sono così belli…”. E, per ravvivar questa litania, null’altro che la più vuota delle figure, il superlativo: “il volto delle donne, al contrario, presenta spesso la finezza più appassionata, unita alla più rara bellezza!”.

Eccetera eccetera eccetera. Questi eccetera che aggiungo io, come Narratore del blog, sono importanti perché vengono fuori di sovente anche nel diario di Stendhal: ogni cosa da lui descritta rinvia in maniera sbrigativa ad un altro ordine di significanti; suggerito questo rinvio si ripete l’operazione da capo: “Tutto ciò è bello come le più vive sinfonie di Haydn!”. Totalmente indifferente alle variazioni, Stendhal non riesce a descrivere le cose, a descriverne l’effetto; dice semplicemente: qui vi è un effetto! E io sono inebriato, trasportato, colpito, eccetera eccetera eccetera. Detto altrimenti: nel suo diario si legge un continuo rinvio ad un centro perpetuo di sensazioni ed infatti riesce a scrivere che: “Questa Italia non è, in verità, che una continua occasione di sensazioni”. E poi aggiunge: “Non pretendo di dire ciò che le cose sono, io racconto la sensazione che mi fecero”. Ma, ed eccoci giunti al punto: la racconta veramente? Neanche; dice soltanto che c’è, la segnala, ovvero l’asserisce continuamente ma non va oltre e questo accade perché è proprio qui – dalla sensazione – che comincia la difficoltà del linguaggio, soprattutto scritto; non è facile rendere a parole una sensazione, o molte sensazioni, che si tratti dell’Italia magicamente vissuta dal primo Stendhal o del magico mondo della pipa raccontato da Ramon o da chiunque altro si cimenti nell’impresa.

E siamo arrivati, così, ad uno snodo importante del discorso: ogni sensazione, qualora se ne voglia rispettare nella descrizione la vivacità e l’acutezza, conduce immancabilmente all’afasia. Lo sapevano, questo, anche le vecchie contadine quando, intimate dall’implacabile dottore a dire ciò che sentivano durante la visita, non sapevano scegliere tra “mi solletica” e “mi prude”. Stendhal, nel suo diario, sceglie volontariamente la velocità e questo è il vincolo ed il limite del suo sistema narrativo perché vuole annotare la sensazione del momento: scrittura rapida e grammatica sbrigativa in cui si combinano infaticabilmente due stereotipi: il bello ed il suo superlativo. Infatti nulla è più rapido dello stereotipo per la semplice ragione che esso si confonde, purtroppo e praticamente sempre, con lo spontaneo. Ahi-noi: la spontaneità! Tasto dolente. Quanto è fraintesa soprattutto al giorno d’oggi. Il discorso continuamente infiammato dalla passione ma continuamente piatto, arci-piatto, tipico dei “scrivi come viene” forumistici e dei “mettila giù semplice” dei social network è quanto di più castrante si possa trovare da leggere se l’oggetto del discorso è una passione, un’amore sparso fatto di piacere puro. Stendhal, quantomeno, aveva una sua filosofia sensualista alle spalle a sostenerlo e, ciononostante, nel suo diario almeno, è uno tra gli autori meno sensuali di tutti i tempi. In seguito si ravvederà e vedremo con quali esiti nel prossimo articolo (link).

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