Il club di re Ludwig

Ludwig, l’ecumenico Ludwig, esercitava la sua attività di tabaccaio d’altipiano come un sacerdozio. Dotato d’una fantasia poetica anarchica e socialmente inutilizzabile, dava spettacolo di sé in quel di V., ed era celebrato dai suoi affezionati clienti come “il re della pipa” locale. Il suo negozio, piccolo ma confortevole, bel ventilato nonostante la pipa di Ludwig perennemente accesa, era posizionato proprio all’ingresso del paese, diremmo a ridosso del lago, tra casoni di legno per le barche, anatre che nuotavano con i piccoli tra i giunchi, querce e aceri. Quasi irrealmente, forse due volte all’anno, anche da lui arrivava della nuova paccottiglia da Sali & Tabacchi ma vi giungeva come l’eco di un eco e, comunque, non erano certo quelle diavolerie cinesi il pezzo forte di Ludwig, mezzo boscaiolo e mezzo uomo di lago, che ancora si toglieva il cappello quando un’albero veniva abbattuto nella vicina foresta. Era nostalgico ma non malinconico: a chiunque gli facesse visita manifestava la sua voglia di ritrovare e ricostruire, con un colpo di bacchetta magica, i paradisi perduti della fantasia, della poesia della vita che ci accarezza quando ancora siamo bambini. Per scherzo, con il passare degli anni, s’era anche istituito un “Club di re Ludwig” che assumeva il sapore, nel bar di fianco al suo negozio, del circolo artistico naif. Gli amici del posto gli rendevano omaggio partecipando per come potevano ma erano soprattuto i turisti di passaggio a rimanerne affascinati: vedevano in quello una sorta di simbolo gentile del radicamento nella tradizione. Un radicamento che non esibiva i muscoli e che non amava le ore storiche, limitandosi a fluttuare, leggero, a pelo d’acqua. Tra negozio e bar, nello spazio di pochi passi, indefessamente s’architettavano sogni costruiti come castelli in aria che nessuno desiderava rimanessero eterni: bisognava coscienziosamente mandarli in fumo, anzi, per preservarli da ogni profanazione della realtà.

2 Comments

  1. Una quarantina di anni fa questi Ludwig esistevano veramente, nella variegata provincia di cui è ricca l’Italia, così come esisteva il vecchio Forte; poi non so.
    Dici bene: la cosa più bella e autentica, è che alla pipa non serviva alcuna militanza di sorta, bastava la tradizione, capita e condivisa, nutrita di gesti quasi religiosi.
    Sunt lacrimae rerum… ma guardiamo avanti, vediamo se si può salvare almeno l’animus, lo spirito che ha animato quelle persone che hanno creduto nella pipa e ne hanno tratto intima soddisfazione.
    Non siamo così ingenui, penso, da non sapere che la tradizione è sempre frutto di (re)invenzione; il che offre anche delle possibilità, mi pare, oltre allo spaesamento, alla perdita dell’innocenza e della spontaneità da cui si è colpiti sulle prime. Vedo che in molti Paesi dove la pipa è (stata) radicata, dalla Gran Bretagna alla Danimarca, è già così: l’approccio è proprio questo.
    Esiste, nel secolo breve, un dialogo segreto tra l’avanguardia e il museo; oggi si vuole che questa dialettica sia stata spezzata dall’avvento di forme di comunicazione nuove e dirompenti, ma è solo lo specchio che si è incrinato. La sete di contenuti autentici è enorme e lo sguardo lento, che sa soffermarsi dove più conta, tornerà, perché, per dirla tutta, la pipa è un fatto culturale nel senso più ampio, e la cultura, la modellizzazione del mondo circostante, è un bisogno antropologico primario dell’uomo.
    Buone fumate,
    Antonio Pesce

  2. Mi trovo d’accordo per immedesimazione: anche la mia sete di contenuti autentici è enorme ma in rete trovo pochissimo. Concordo anche sul fatto che la pipa sia un fatto culturale, anzitutto, ed è un peccato che questo aspetto venga così tanto trascurato in favore di: 1) cosa ho fumato oggi 2) cosa ho comprato ieri. Ma tant’è. Il mio Ludwig, scritto un po’ di corsa a dire il vero, si ispira ad un vero Ludwig, vero Re, vero Sognatore ed anche, purtroppo, vero disastro come regnante al lato pratico. Ovviamente mi riferisco al Ludwig dichiarato folle, l’improbabile sovrano di Baviera; quello stesso che, però, ha lasciato in dote all’umanità i fantastici castelli bavaresi resi poi popolari, ai più, da Disneyland.

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