Il club di re Ludwig

Ludwig, l’ecumenico Ludwig, esercitava la sua attività di tabaccaio d’altipiano come un sacerdozio. Dotato d’una fantasia poetica anarchica e socialmente inutilizzabile, dava spettacolo di sé in quel di V., ed era celebrato dai suoi affezionati clienti come “il re della pipa” locale. Il suo negozio, piccolo ma confortevole, bel ventilato nonostante la pipa di Ludwig perennemente accesa, era posizionato proprio all’ingresso del paese, diremmo a ridosso del lago, tra casoni di legno per le barche, anatre che nuotavano con i piccoli tra i giunchi, querce e aceri. Quasi irrealmente, forse due volte all’anno, anche da lui arrivava della nuova paccottiglia da Sali & Tabacchi ma vi giungeva come l’eco di un eco e, comunque, non erano certo quelle diavolerie cinesi il pezzo forte di Ludwig, mezzo boscaiolo e mezzo uomo di lago, che ancora si toglieva il cappello quando un’albero veniva abbattuto nella vicina foresta. Era nostalgico ma non malinconico: a chiunque gli facesse visita manifestava la sua voglia di ritrovare e ricostruire, con un colpo di bacchetta magica, i paradisi perduti della fantasia, della poesia della vita che ci accarezza quando ancora siamo bambini. Per scherzo, con il passare degli anni, s’era anche istituito un “Club di re Ludwig” che assumeva il sapore, nel bar di fianco al suo negozio, del circolo artistico naif. Gli amici del posto gli rendevano omaggio partecipando per come potevano ma erano soprattuto i turisti di passaggio a rimanerne affascinati: vedevano in quello una sorta di simbolo gentile del radicamento nella tradizione. Un radicamento che non esibiva i muscoli e che non amava le ore storiche, limitandosi a fluttuare, leggero, a pelo d’acqua. Tra negozio e bar, nello spazio di pochi passi, indefessamente s’architettavano sogni costruiti come castelli in aria che nessuno desiderava rimanessero eterni: bisognava coscienziosamente mandarli in fumo, anzi, per preservarli da ogni profanazione della realtà.

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