Il caso Socrate

E siamo a Socrate che, rispetto all’atopia, sta proprio come il tabacco alla pipa, calzandoci cioè a pennello (una analogia, questa, che indubbiamente piacerà a Ramon, e forse anche ad altri lettori di fumodipipa.it). Ma veniamo al dunque: nel caso di Socrate possiamo individuare numerose accezioni alla condizione di atopia come, ad esempio, quella che possiamo configurare come “atopia percepita” (dagli altri, amici e nemici) e “atopia vissuta” (da lui stesso). Socrate, lo sapete, era dotato d’una eccezionale abilità nell’usare la parola, generando sentimenti di straniamento e spaesamento nei suoi stessi estimatori. Una delle descrizioni più efficaci di questa “atopia percepita” dagli amici di Socrate la ritroviamo nel Simposio di Platone, per bocca di Alcibiade, quando, quest’ultimo, afferma di non saper proprio come regolarsi con il grande filosofo e quindi lo rifugge, arrivando ad augurarsi persino la sua morte pur sapendo che questa lo farebbe soffrire ancora di più. Ma da cosa deriva questa dolorosa “atopia percepita” da Alcibiade nei confronti di Socrate? Scaturisce appunto dall’abilità socratica di ammaliare con l’arte della parola. 

Ora, il fatto che questa sua capacità passasse attraverso uno strumento innocuo come il logos, la parola, il discorso, rende, paradossalmente, insostenibile la condizione di Socrate, percepita, per questo, come priva di luogo, o fuori-luogo. Socrate viene percepito come estraneo (extra-ordinario) al luogo circoscritto della polis perché funge da innesco di processi di spaesamento nei suoi stessi interlocutori ma questo è paradossale perché la polis corrisponde a quello stesso contesto sociale che Socrate ha servito da giovane, giacché, com’è noto, si è battuto per la sua polis ed è sempre sotto le sue leggi che deciderà di morire. Ed è qui che s’evidenzia il fatto di come l’atopia non implichi assolutamente indifferenza nei confronti del luogo in cui vive l’individuo che la esperisce: l’individuo atopico, ho già avuto modo di premetterlo in un precedente post (link), non va confuso con il sociopatico: l’individuo atopico abita comunque il luogo ma senza viverlo, mentre il sociopatico non lo abita affatto.

Ma Socrate aveva anche dei nemici ed anch’essi ci interessano in quanto anche questi furono vittime di “atopia percepita” nei confronti del filosofo. In questo caso l’atopia non coincide con un potenziale di extra-ordinarietà che rende Socrate innesco di processi di straniamento in quanti lo ascoltano apprezzandolo ma funge da movente di sospetto per quanti lo disprezzano. Ad esempio, per bocca del suo personaggio Strepsiade, Aristofane afferma: “Che pazzia! Che follia, per colpa di Socrate, ripudiare anche gli dei!” Socrate infatti si rese atopico (e apolide) agli occhi dei suoi avversari nell’atto di affermare l’esistenza, e quindi la possibilità di credervi, di altri dei, cioè di entità altre rispetto a quelle tradizionali, riconosciute nel contesto sociale della polis Atene. Riassumendo fino a qui: tanto nel caso degli amici, quanto nel caso dei nemici, la condizione di “atopia percepita” di Socrate evidenzia la sua “eccezionalità” rispetto al contesto sociale nel quale risulta inserito e che – mi ripeto – abita. Egli fu, in estrema sintesi, innesco di processualità e di collettività nuove rispetto alle pre-esistenti.

E veniamo ora alla “atopia vissuta” da Socrate stesso, in quanto individualità in rapporto al contesto della polis ateniese. Qual’è l’ambiente-mondo di Socrate? Di primo acchito, per buttarla in ridere, potremmo affermare che il suo ambiente-mondo è quello delle stalle e degli abissi, se è vero che Socrate, provocatoriamente, affermò di essere tafano e torpedine. Ma a noi interessa approfondire questa nozione di “atopia vissuta” dal filosofo e, per farlo, non c’è nulla di meglio che ricorrere nuovamente a Gilbert Simondon che dedicò un’attenzione del tutto peculiare a questa “condizione” socratica. Simondon riconosce l’atopia socratica come una condizione inalienabile del filosofo ateniese riprendendo la definizione platonica secondo cui l’eccezionalità di Socrate rispetto ad un contesto sociale definito, qual’è appunto la polis, deriverebbe dalla sua appartenenza al mondo dell’Iperuranio. La sua estraneità nei confronti della società ateniese, insomma, deriverebbe dal fatto che il suo “filtro” (ricordate le “bolle di sapone”?), o ambiente-mondo, non troverebbe alcun accordo possibile con l’esterno perché destinato ad attivarsi solo dopo il suo ricongiungimento con il mondo delle Idee. 

Il buon Simondon, tuttavia, non si limita a ricalcare la lettura platonica di Socrate e coglie l’occasione offertagli dalla “condizione” del filosofo in rapporto alla sua polis per approfondire il nesso fra atopia e ambiente-mondo, cosa questa che interessa anche noi nella nostra, molto più umile, disamina. Scrive Simondon: “L’esempio dell’individualità eccezionale di Socrate, poco integrato nella città, ma che nondimeno esercitava una partecipazione diretta a valori ideali immutabili come la Giustizia, risulta inizialmente primigenio. L’individuo equivale ad un essere singolare, insostituibile, straordinario, capace di scuotere come scuote la torpedine con la sua scossa. Quest’essere possiede un destino piuttosto che un posto, mira a ‘fuggire da qui a lassù’, quando accetta di restare sulla terra paragonandosi in ciò ad una bestia fra le bestie domestiche del parco che gli Dei hanno costruito per gli uomini. L’individuo vive come deve solo quando si connette al suo destino, ovvero quando non giace in contraddizione con se stesso”. Restando ad Atene quando sarebbe possibile fuggirne, Socrate accetta di obbedire alle leggi e di rispettarle. 

Scrive ancora Simondon: “L’unità dell’individuo, la sua coerenza, si fonda sulla fermezza di questa vita, che procede per momenti successivi. Socrate non è solo fedele all’implicito contratto che lo lega alla città, poiché risulta anche in grado, attraverso il mito, di operare una rievocazione delle cose che sembrano dimenticate, superate. Il suo ordine e la sua continuità si svolgono secondo una dimensione temporale; nel presente, egli non vive pienamente la sua attualità, a tal punto da essere contemporaneamente ovunque e in nessun luogo”. In conclusione: Simondon ci suggerisce l’esistenza d’individualità il cui ambiente-mondo (da lui ridefinito “ambiente associato”), presenti una complessità tale da non potersi attivare ed esaurire in presenza di un unico luogo circoscritto, come la polis, o come una qualsiasi comunità, ma che pretenda una pluralità indefinita di luoghi per farlo. A noi, nel nostro contesto di discussione, l’esempio della vita di Socrate, o della “condizione” socratica se preferite, serve unicamente per porci questa domanda: l’atopia, letto è compreso tutto quanto sopra, può essere concepita come la contropartita di un ambiente-mondo individuale talmente ricco in potenziali da non potersi applicare ad un solo luogo? Ivi compresa la comunità dei fumatori e degli estimatori della pipa, nel caso di Ramon e del suo blog? Per rispondere a questa questione, occorrerà recuperare un’ulteriore nozione simondoniana: quella di “individuo puro”. Sempre in veste di Narratore, lo farò nel mio prossimo articolo (link). A presto!

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