G.L. Pease Union Square

Le miscele inglesi sono state per quasi dieci anni la mia unica passione. Ne ho ancora tantissime latte intonse e le fumo ancora con piacere durante i rigidi inverni newyorkesi, periodo ideale per le balkaniche più estreme. 

Col tempo ho però imparato ad apprezzare il fascino sottile dei virginia, la loro capacità di essere autosufficienti e cangianti in modi impensabili al punto tale da essere diventato praticamente monotematico, fumando ormai quasi esclusivamente Virginia e Virginia Perique. La varietà e la capacità di cambiare profondamente carattere sulla base del trattamento, rende difficile stufarsi. C’è sempre qualcosa da scoprire.

Mi colpisce la loro incredibile versatilità. In questo senso credo sia “l’imperatore” di tutti i tabacchi data la sua capacità di essere fumato da solo oppure di essere la base per eccellenza di ogni miscela. 
Certo, anche i più bistrattati Burley sono capaci di concerti solisti. Per quanto li ami devo comunque ammettere che i risultati sono ben diversi e limitati nell’ampiezza.

Lo Union Square di GL Pease è un tabacco che ho osservato per parecchio tempo. 

Da quando mi sono avvicinato al mondo dei flake, infatti, la sua descrizione mi ha sempre incuriosito. Poi per un motivo o per un altro non l’ho mai incluso nella lista della spesa, preferendo sempre rimandare l’esperimento alla volta successiva.

Di recente però, complice un’offerta speciale sui tabacchi di Pease, ho deciso di rompere gli indugi, acquistandolo assieme ad una serie di miscele di questa marca tenute nel limbo per troppo tempo, con l’obiettivo di fumarle tutte subito, senza cadere nella “sindrome del criceto” di cui, ahimè, non nascondo di essere vittima.

E cosa c’entra questa premessa con il tabacco che ho deciso di recensire? 
E’ vero, lo Union Square è un flake di Virginia. 
Ma allo stesso tempo non è un semplice flake di Virginia, come ce ne sono tanti. 
Si tratta infatti di una miscela di due gradi di Virginia differenti, rossi e biondi, pressati assieme in una cake (quindi non plug) e tenuti a stagionare insieme per un po’ prima di essere affettati. E se questo dettaglio non fosse sufficiente a farne capire la particolarità, basta aggiungere che è l’unico flake di Virginia puri che il mitico GL Pease ha deciso di creare con il suo nome.

Non siete ancora convinti? Non trovate un minimo sorprendente che un blender così fantasioso non abbia voluto cimentarsi maggiormente con una tipologia così classica di tabacco?

Sulla latta è ben presente uno slogan piuttosto spavaldo “For those seeking the pure Virginia experience”. Il buon Gregory non prova neppure a nascondersi: l’intento è chiaro e l’asticella è fissata molto in alto con una certa nonchalance.

E, in effetti, è davvero un gran tabacco. 

All’apertura della latta si è avvolti dal fantastico sentore di fichi e prugne secche, proprio come in ogni buon Virginia che si rispetti.
Le fette sono chiare e piuttosto sfilacciate, si fa fatica a definirlo flake ma è una chiara conseguenza della pressione in cake anziché in plug.
L’umidità è quella ideale. E’ grasso al punto giusto non occorre farlo asciugare per facilitare la combustione.
All’accensione parte lento, molto lento. Il primo terzo della fumata fa quasi venire il dubbio di essere di fronte a una supercazzola da parte di questo celebrato blender californiano: il sapore è molto blando, decisamente sottotono.

Poi, ecco la magia: d’improvviso parte una sinfonia insospettabile. L’equilibrio tra i due Virginia è sottile e raffinato, non siamo di fronte ai dolci e amichevoli flake europei, è sapido ed elegante. Con il procedere della fumata gli aromi continuano ad “aprirsi”, scoprendo sapori sempre diversi in un continuo bilanciarsi di dolce e acidulo. I Virginia biondi e rossi “suonano” note diverse in un duetto impeccabile. 

Immagino Pease sorridere beffardo di fronte alla mia espressione sorpresa. 
Mi ha fregato.

Il corpo è davvero medio salvo rivelare una presenza nicotinica di tutto rispetto: è un tabacco che sazia e appaga, difficilmente viene voglia di fumare ancora, una volta spenta la pipa.
Peraltro, si arriva sempre dritti fino alla fine, lasciando una bella cenere bianca e nessun fondiglio.

In conclusione, un tabacco all’altezza delle grandi aspettative, affascinante nel modo in cui sembra sempre celare le sue qualità, una specie di nascondino. E’ geniale l’idea di trattare uno straight Virginia come una miscela (o viceversa) ed è forse questa la caratteristica che il fumatore non si aspetta e che prende sottogamba.

Nella mia esperienza ha dato il meglio nei fornelli stretti, molto alti o molto bassi come le chimney o le prince. Non ho avuto una pot canonica a portata di mano ma sospetto possa essere un’altra accoppiata vincente. Non ama le vie di mezzo e neppure i fornelli molto larghi, in cui si ritrae e non vi è traccia del tabacco che vi ho appena descritto.

Quando si trovano tabacchi così viene naturale pensare di farne scorta e sicuramente ne prenderò qualche altra latta. Ma a questo punto sono davvero curioso di vedere cosa succederà con qualche anno di invecchiamento alle spalle.
La base, infatti, è di livello assoluto e sono certo riserverà tante altre sorprese con la dovuta pazienza.
Se amate i Virginia americani, non potete perderlo.

Rispondi