Don Dario anciùa

Don Dario anciùa

Finalmente arrivò Don Dario anciùa: “Va bene, dai, ragazzi dividetevi: i tossici da una parte gli alcolisti dall’altra!” – esordì smanacciando e indicando le due parti opposte del campetto di calcio appena dietro l’oratorio. Lo chiamavano anciùa, a Savona, perché era alto alto e secco come un’acciuga; reso ancora più magro dalla tonaca da prete che indossava quasi sempre. Occhialuto, neanche un pelo sul viso, fumava – quando fumava – una pipa di quelle diritte e lunghe, secca come lui. Era buffo, perché pipa e abito talare producevano come un’angolo retto perfetto se ti fermavi ad osservare la sua ombra, in terra. Poi qualcuno diede inizio alla partitella, scapoli contro ammogliati (anche riammogliati, due tre volte almeno, come si usa oggi) e Don Dario, che avrebbe di norma giocato tra gli scapoli, questa volta si sedette in panchina, proprio vicino ad Antimaco, che lui aveva ribattezzato Antidoto, e cominciò a caricarsi la pipa. Lo faceva con una tranquillità incredibile e anche quando l’accendeva, poi, sembrava che la respirasse quasi come se non la fumasse neppure. Di fumo se ne vedeva poco, comunque.

Antimaco, per non essere da meno, aveva anche lui coniato un nomignolo per il Don, e lo canzonava chiamandolo Din-don-dario, per via del suono delle campane eccetera. I due erano quasi amici, per come possono essere amici due che in comune hanno davvero poco. Aveva già la valigia pronta, Antimaco. Prossima destinazione la Casa Circondariale di via Barzellini, perché finalmente la cassazione aveva finito con tutta quella pappardella della burocrazia e già la sera prima i Carabinieri gli avevano telefonato dicendogli di tenersi pronto, che in qualsiasi momento sarebbe potuto arrivare da Roma il suo mandato di carcerazione. Infondo aveva già digerito la condanna, perché del tempo ne era passato nel frattempo: sei anni al fresco. Che sarebbero stati tre ma lui aveva preso il doppio della pena per via del fatto che era uno sbirro e, se usi l’arma in modo improprio contro l’amante di tua moglie, allora te la raddoppiano. Anche se l’hai solo minacciato, l’altro. Comunque sei anni meno tre mesi ogni anno per buona condotta facevano quattro anni e mezzo in tutto. Poi avrebbero scalato ancora per via dello “svuota carceri” e, insomma, se tutto fosse andato bene tra tre anni e qualcosa forse sarebbe potuto tornare a casa. Avrebbe potuto cominciare a cercarsi un nuovo lavoro e una nuova casa, più che altro.

Don Dario fumava, nel suo modo, che sembrava non fumasse neppure. Il borsone l’aveva visto, di fianco alla panca, ma si prese tutto il tempo del mondo per dire qualcosa. Alla fine, cosa c’era da dire? Ne avevano già parlato, avevano già messo a posto le cose. Giusto lo scooter mancava da vendere ma il Don l’avrebbe tenuto al riparo con un telo, proprio li dietro, tra l’oratorio e la canonica. Antidoto doveva solo preoccuparsi di non fare altri casini anche in galera, perché per un ex poliziotto è sempre un po’ più dura che per gli altri detenuti. Lo sanno tutti. “Non giochi Don?” – chiese Antimaco. Don Dario sospirò. “Ma no dai, oggi no”. Nessuno dei due era dell’umore di correre dietro ad un pallone quel giorno. Guardavano insieme la partita, in silenzio, finché il cellulare di Antimaco iniziò a squillare. Erano i Carabinieri, che lo invitavano in caserma per poi accompagnarlo in via Barzellini. E fu in quel momento, terminata la telefonata, che il Don estrasse dal suo borsello un sacchetto e lo diede ad Antimaco: “Tieni dai, Antidoto, è una pipa, nuova né, adesso che c’hai tanto tempo magari la impari a usare”. Ma nessuno dei due sapeva se in carcere, poi, alla fine si potesse fumare o no, la pipa. Magari alla maniera di Don Dario anciùa, che quando l’accendeva sembrava non la fumasse neppure, forse si.

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