Dalle bolle di sapone all’ambiente associato

Con il termine Umwelt – di cui “ambiente-mondo” è una possibile traduzione – Jakob von Uexküll designò quella sorta di filtro e mediatore di stimoli esterni di cui disporrebbe ciascuna specie e attraverso cui quest’ultima regolerebbe il suo rapporto con l’ambiente esterno. L’etologo e biologo estone precisò anche come, questo Umwelt, fosse a sua volta composto da un Merkwelt, o mondo percettivo, e da un Wirkwelt, o mondo effettuale, e di come operasse sia all’interno che all’esterno del singolo in quanto appartenente ad una specie. E’ complicato qui – per me – riassumervi in poche righe tutta la sua teoria ma, dal 1934 in poi, lui stesso tentò di semplificarla assimilando il concetto di Umwelt a delle “bolle di sapone” in cui risulterebbero, appunto, inglobati gli individui a seconda della specie d’appartenenza. L’accordo fra le “bolle di sapone” di ciascun individuo della medesima specie sarebbe garantito da un Bauplan, o piano organizzativo, il cui funzionamento sarebbe assicurato dall’assenza di differenze rilevanti fra i singoli membri di ciascuna specie. Infine, l’armonia fra le diverse specie, verrebbe salvaguardata dall’azione indiretta della Natura, concepita a sua volta alla stregua d’un autentico soggetto: l’Uno.

La teoria delle “bolle di sapone” di Jakob von Uexküll si spinge molto oltre ed arriva ad indagare tanti altri aspetti che a noi – qui – non interessa approfondire ma occorre evidenziare come la sua nozione fondamentalmente statica di “ambiente-mondo” abbia trovato ampia diffusione e riformulazione proprio in seno alla filosofia. Gilles Deleuze, ad esempio, esaminando la condizione propria dell’animale e il tema dell’animalità in genere, riprende von Uexküll ed il suo emblematico esempio della zecca. Scrive Deleuze: “[…] La zecca risponde o reagisce solo a tre cose, a tre eccitanti e basta, in una natura che è una natura immensa. Tre eccitanti e nient’altro. Tende verso l’estremità del ramo di un albero. Attirata dalla luce, può aspettare sul ramo degli anni, senza mangiare, senza niente, completamente amorfa, aspetta che un ruminante, un erbivoro, una bestia passi sotto il ramo. Poi si lascia cadere, è una specie di eccitante olfattivo. La zecca annusa la bestia che passa sotto il ramo. Questo è il secondo eccitante, quindi, luce e poi odore, e poi quando è caduta sul dorso della povera bestia, va a cercare la zona meno ricoperta i peli, dunque abbiamo un eccitante tattile, e si ficca nella pelle. Del resto non le importa assolutamente niente. In una natura brulicante, estrae e seleziona tre cose…” 

Ciò che affascinava più di tutto Deleuze erano le questioni relative al territorio. Egli sosteneva che non bastasse avere un mondo per essere un animale e che la costruzione di un territorio coincidesse quasi con la nascita dell’arte. E’ interessante notare come, leggendo Deleuze, si tragga un ulteriore elemento per motivare la distinzione fra ambiente-mondo e luogo: l’ambiente-mondo è, certo, – come asseriva Jakob von Uexküll – ciò che garantisce a un essere vivente di “filtrare il luogo”, di renderlo proprio, di appropriarsene, ma è soprattutto ciò che consente un atto di costruzione. L’ambiente-mondo, il mondo di Deleuze, è, dunque, ciò che non si appiattisce sul luogo perché ne costruisce uno. Deleuze puntualizza che questo mondo, proprio in ragione della sua indole costruttiva, può essere assimilato alla nozione di territorio, una nozione dinamica e non statica, un concetto che non può essere appiattito sic et simpliciter su quello di habitat, ma che si articola a partire, soprattutto, dai processi di territorializzazione. Il mondo di Deleuze è innanzitutto una nozione dinamica e, in tal senso, per quanto condivida con l’Umwelt vonuexkülliano il carattere di filtro o mediatore di stimoli, Deleuze sottolinea una dimensione ulteriore: la sua costruibilità appunto.

Se, il conservatorismo statico dell’etologo estone sfuma nella lettura deleuziana di questo tema, la dimensione dinamica intravista da Deleuze trova poi ulteriore sviluppo nella nozione di “ambiente associato” di Gilbert Simondon. Grazie a Simondon, infatti, è possibile estendere ulteriormente i caratteri della nozione di “ambiente-mondo”: dalla definizione iniziale, che lo configurava, via von Uexküll, come filtro e mediatore di stimoli esterni, si passa a connotarlo, ampliandone e modificandone al contempo alcune proprietà, come campo di potenziali associati all’individualità. L’ambiente associato simondoniano si colloca a livello dell’ontogenesi, secondo la definizione che di quest’ultima ne offre il filosofo, ovvero in quanto divenire dell’essere ed è strettamente individuale, a prescindere dal carattere dell’individuo esaminato: non è più, in altri termini, specie-specifico (le “bolle di sapone”) come in von Uexküll. Ciò implica che questi potenziali, comunque dell’ordine del reale, per potersi attivare, una volta l’operazione d’individuazione conclusasi, debbano prevedere un innesco possibile e tale innesco è tanto interiore quanto esteriore all’individuo con il quale sorge.

In definitiva, tornando finalmente a noi, l’evoluzione della nozione di “ambiente-mondo” che – come Narratore – ho cercato di riassumere consta di quella di campo di potenziali associati all’individuo sin dalla sua genesi che, se su un fronte opera come filtro di stimoli esterni, sull’altro è dotato della prerogativa di costruire una dimensione altra rispetto a quella del luogo in cui l’individualità risulta inserita. A seconda dell’estensione di questo campo, della ricchezza dei suoi potenziali, l’individuo risulta più o meno dotato di abilità costruttive (e quindi creative). L’eccezionalità di certe individualità e la loro conseguente inadeguatezza ad un solo luogo circoscritto è pertanto la conseguenza della ricchezza del loro campo associato. Ramon, e forse anche voi che avete avuto la pazienza di leggere fino a qui, vi starete chiedendo: cosa ha a che vedere tutto ciò con l’atopia? Prima di rispondere a questa domanda sarà necessario ch’io specifichi maggiormente, per l’appunto, anche la nozione stessa di atopia, e lo farò – nel prossimo articolo (link) – impiegando l’esempio, invero emblematico, della condizione di Socrate in rapporto alla sua polis d’origine e d’appartenenza. 

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