Collezione Dall’Oglio: un amore così fragile

Collezione Dall'Oglio: un amore così fragileL’ingegner Sergio Dall’Oglio, collezionista di pipe in schiuma, viene intervistato da Smoking. L’articolo redazionale è pubblicato sulla medesima rivista (n°1, marzo 1983).

Un amore così fragile
Collezionare 450 pipe di schiuma fra le più belle è il sogno di qualsiasi fumatore di pipa. Sergio Dall’Oglio c’è riuscito. Come? Cosa prova adesso?

Seguendo i riflussi storici del Vico, anche l’antica pipa di schiuma in bassorilievo, torna alla ribalta. Il suo ambiente rimane quello elegante salottiero, ma la sua posizione spaziale ora è a ridosso di un muro al riparo di una bacheca o in bella mostra dentro una vetrina. Non parleremo di una nuova moda. Il rispetto di una tradizione, nata dalle mani di artigiani modesti lontano dai commerci lucrosi, non ce lo consiglia. Parleremo piuttosto della specializzazione raggiunta dal mercato antiquario sollecitato dalla collettività dei collezionisti del settore, a testimonianza del riscoperto interesse verso l’alto grado artistico espresso nelle lavorazioni a mano soprattutto nella seconda metà dell’800. Per comprendere il «revival» dell’antica pipa di schiuma, Smoking ha intervistato l’ing. Sergio Dall’Oglio, da 14 anni appassionato collezionista, attualmente possessore di una delle più numerose raccolte in Europa (450 pipe). La prima domanda viene naturale:

Come e perché ha cominciato?

«La mia scelta è stata propiziata da un evento casuale. Passeggiando fra le strade di Bergamo Alta, mia moglie che mi accompagnava, intravvide attraverso le vetrine della bottega di un rigattiere, un bocchino di schiuma. Mi trascinò dentro perché voleva comprarlo. Parlando col proprietario chiesi di che epoca fosse il bocchino, chi l’avesse fatto e cosa fosse la schiuma, ma non ebbi risposta. Per un ingegnere, figuriamoci!, quella leggerezza era inammissibile. Tornato a casa cominciai a consultare testi specializzati, che mi hanno subito acceso di interesse. Così cominciai una ricerca che mi portò in breve a comprare i primi pezzi e ad avere le prime soddisfazioni».

Che tipo di soddisfazioni?

«Oltre al piacere del gusto estetico per manufatti che sono capolavori d’arte e della ricerca in sé, che mi porta dalle botteghe dei rigattieri ai negozi d’antiquariato, alle aste…, c’è il sommo rispetto verso il lavoro di gente modesta. Gli artigiani del secolo scorso pur creando modelli in gran voga fra l’aristocrazia, hanno sempre rifiutato la popolarità. Non esiste una pipa europea firmata (solo qualche americano l’ha fatto) neppure quelle che uscivano dalle mani degli artigiani delle più famose scuole come la viennese, la parigina, la londinese. Ma c’è di più. I motivi strettamente personali più affascinanti, sono prima di tutto il mistero delle storie che ognuna delle mie pipe porta dentro di sé, e poi la possibilità, quando se ne presenta l’occasione, di dare con un piccolo restauro un tocco personale agli esemplari che compro appositamente intaccati per riportarli all’antico splendore».

Foto 1 (Collezione Dall'Oglio)

Le restaura personalmente?

«No, le affido alle cure di un piccolo «team» di due artigiani che sulla scia di quelli del secolo scorso, lo fanno per passione. L’ultimo recente restauro è stata la ricostruzione di una testa di donna (effettuata col sintolit), riuscita talmente bene da non sembrare rifatta ex-novo».

Di quale mistero sono avvolte le sue pipe?

«Le dirò una cosa che forse mi aiuterà a spiegare meglio quelle che sono mere intuizioni personali. Della mia collezione, due pipe mi sono particolarmente care. Ognuna di queste ha incisa una data ed una dedica. Ciò le rende particolarmente «vive» perché gli elementi temporali permettono di mettere a fuoco un periodo ben preciso, mentre le dediche suggeriscono il soggetto su cui poter fantasticare. È come disporre di una macchina del tempo che necessita certo di molta fantasia; ma io trovo rilassante abbandonare per qualche momento la realtà e viaggiare col pensiero cento anni indietro a scovare un capitano barbuto che fuma la sua nuova pipa con diletto».

E per questo hanno più valore?

«No. È una considerazione del tutto soggettiva. In realtà esistono parametri fissi per stabilire il prezzo di una pipa al di fuori dei sentimentalismi, anche se nel momento d’acquisto giocano forse il ruolo più importante».

Foto 2 (Collezione Dall'Oglio)

Quali sono allora questi parametri?

«Di solito se ne considerano cinque. Un primo parametro è il soggetto della scultura. Le «teste», per esempio sono un argomento consueto mentre le scene composite sono molto più rare. La qualità della schiuma è una caratteristica fondamentale: sia per chi un tempo l’ha fumata sia per chi adesso la commercia. Che uscisse da un blocco unico o da un rimpasto di polvere di schiuma, la pietra doveva essere sufficientemente porosa per far filtrare il fumo che coloriva in tinta «cognac» l’area del fornello, e per essere lavorata. I blocchi di pietra provenivano dall’Anatolia (ora si sfrutta anche quella del Tanganica) mentre il rimpasto dava invece origine alla cosidetta “schiuma di Vienna”. Non esiste attualmente una sostanziale differenza di prezzo fra le due lavorazioni a meno di evidenti diversità nella finezza della mano d’opera. Anche il «culottage», cioè come si fuma una pipa, deve essere stato eseguito a regola d’arte perché siano garantite intensità ed uniformità di colore. Si dice che gli aristocratici dei salotti ottocenteschi per presentarsi alle riunioni con la pipa ben culottata, pagavano gli specialisti che, in guanti di daino, la fumavano un migliaio di volte, percependo un franco al giorno. Infine come ultimo parametro si considera la grandezza. Generalmente più grande è l’opera in schiuma, maggiore è il prezzo, perché ne sono state costruite di meno e si trovano con maggior difficoltà. Una «testa di Dickens», che è un soggetto molto comune, se è piccola costa dalle 50 alle 60 sterline; se è più grande di una mano può costare anche sulle 200 (ci si esprime in sterline perché l’80% del mercato antiquario in vendita ed in acquisto passa per Londra)».

Qual’è allora il valore di una pipa «standard»?

«Nonostante i parametri, i prezzi oscillano troppo fra le valutazioni sentimentali e quelle reali per dare un valore medio. Mi è capitato di veder comprare in qualche asta alcuni pezzi ad un valore triplo rispetto al legittimo».

Foto 3 (Collezione Dall'Oglio)

Quali sono i soggetti maggiormente trattati?

«Le “teste” sono le più comuni. Nella mia collezione ho molte teste storiche: Garibaldi, la regina Vittoria, la principessa Alessandra, Dickens, il Kaiser… Sono particolarmente diffuse anche perché spesso il soggetto era scelto secondo un proprio ideale. Così chi possedeva una testa del Kaiser poteva evidenziare idee conformi alla sua politica, o comunque esprimergli la sua simpatia. Ci sono molte altre tematiche che si trovano frequentemente in mercato: i cavalli che ad esempio hanno dato lo spunto per il servizio fotografico, scene complesse di donne e uomini, soggetti sexy e molto più raramente, scene erotiche».

Come spiega la diffusione della tematica sexy durante il puritanesimo?

«È uno degli aspetti più contraddittori e per questo significativi della grande moda scoppiata nel secondo ’800 (solo in Germania sono state prodotte fra il ’50 ed il ’70 circa 550 mila pipe di schiuma). Sembra che nei salotti puritani, quando le signore si accomiatavano, i signori fino allora compiti scartassero dalle celate le pipe scolpite con scene sexy ed immediatamente portavano l’argomento della riunione verso temi più eccitanti».

Foto 4 (Collezione Dall'Oglio)

Esiste ancora una scuola di lavorazione della schiuma per la pipa?

«Esiste una produzione a carattere industriale. Ma ormai il pantografo che sostituito l’antico bulino da cesello, e tutto il settore si è ridotto a fabbricare souvenirs provenienti soprattutto dalla Turchia del più brutto kitch possibile».

Condividi:

Aggiungi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *