Chicken in The Corn

A Molino Dorino il cielo era lo stesso del giorno prima. Uscendo dalla metro, dopo aver percorso quell’ultima rampa di scale che lo separava dal parcheggio, s’infilò la mano nella tasca destra del soprabito e tirò fuori la sua piccola pipa, quella che solitamente usava durante i trasferimenti da via Paolo Sarpi al terminal e quindi fino a casa. E viceversa, quasi ogni giorno. Il giorno precedente aveva scelto di rimanere a dormire a Milano, poco e male, nel suo ufficio, per avvilimento. Non era depresso, perché una sana dose d’innato menefreghismo gli aveva sempre impedito di scivolare nel cosiddetto male oscuro, ciononostante l’umore e la carica vitale non erano ai massimi livelli e, a proposito di questo, era proprio quella pipetta, con altre, che contribuiva a smussare, ad ammorbidire, tutti gli spigoli della vita contro i quali, inesorabilmente, Tino si scontrava quotidianamente.

La situazione che trovò a casa era tranquilla. D’altra parte cosa sarebbe mai potuto accadere? Abitava da solo, in un quarantacinque metri quadri ben organizzato ed assolutamente decoroso. Il gatto aveva mangiato le sue crocchette, Mentana leggeva al telegiornale i sondaggi del venerdì, al bar di sotto avevano organizzato il solito concerto del solito gruppo di quartiere, e la cena era a base di sole proteine. Tutto a posto, tutto in regola. Tutto come sempre. Tino si risolse a far partire anche la lavatrice, poi finalmente s’accostò alla rastrelliera delle pipe e ne tirò fuori una fresca, più grande di quella che usava per i trasferimenti casa ufficio ufficio casa. La caricò e l’accese, quindi si sedette davanti al computer. Nickname, password utente, login, e Tino non esisteva più. Quella sera Chicken in The Corn, questa era la sua identità online, aveva una vita da vivere.

Ma, sorpresa!, nel frattempo non era successo nulla. Nessuno lo aveva cercato, nessun nuovo like, niente di niente. Chicken in The Corn aggrottò le sopracciglia e cominciò a tirar di pipa un po’ risentito. “Va bene” – si disse, in fondo il nulla pesa di meno se lo vivi virtualmente. Chissenefrega. Giù al bar la band iniziò a suonare un repertorio rock anni ’70 che aveva già ascoltato e, il suo appartamento, cominciò ad essere invaso dai soffusi echi del basso elettrico. Fotografie di pietanze cucinate, foto di bianche spiagge salentine, gli scorrevano davanti agli occhi mentre sbirciava il profilo facebook della sua ex. Che stronza anche quella. Ma questo era di nuovo Tino, che riemergeva nonostante si fosse già spento; infondo sarebbe bastato un messaggio, qualche interazione, per rimanere Chicken in The Corn almeno un paio d’ore, almeno fintantoché non fosse sopraggiunto il sonno. Tanto valeva scendere a bere qualcosa. Chicken in The Corn: logout.

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