Carlo Michelstaedter: col rumore che fa il vivere ed il morire

L’impossibilità di trovare una strada certa, una rotta sicura all’esistenza, si manifesta in un groviglio di segni, tra l’altro prodotti con il nostro corpo prima che dal nostro intelletto. Molti di noi sono più artistici, ed originali, per come si muovono che per come pensano e questo avviene perché chi ci ha creato e fatto diventare adulti, ovvero l’indentità del mondo che ciascuno di noi rappresenta, ci fa infinitamente diversi. E’ in questa diversità che possiamo osservare il nostro stile, quello che molti cercano di mascherare ripetendo i comportamenti degli altri oppure la tendenza di un periodo, trasformando tutto, o quasi tutto, in moda: persino il vivere, persino il morire.

Certo, la moda può essere interpretata, consente cioè variazioni di stile, ma starei attento ad identificare questa possibilità (vedi alla voce: libertà) con un valore perché, in realtà, si tratta semplicemente di “codici” che chiudono e rinchiudono le persone in una dimensione dal quale è molto complicato fuggire. Ci riescono, forse, soltanto gli artisti, quelli veri, quelli che creano e non certo quelli che, per quanto bravi artigiani, si limitano a riprodurre, perfezionandosi sempre più con l’andar del tempo. E’ per questa ragione, credo, che i veri artisti, quelli di rottura, spesso muoiono rumorosamente, in disordine come disordinatamente hanno vissuto. Chi ha uno slancio, chi salta fuori dalla trincea, di solito muore così.

C’è da chiedersi pertanto se la salvezza, per chi non voglia vivere esclusivamente immerso nei “codici” del suo tempo, coincida con la pazzia, se la soluzione sia quella di crearsi un mondo altro perché, diciamocelo una volta per sempre: la sensibilità non è un episodio. L’incertezza della vita, pur da tutti percepita in quanto per tutti è la medesima, viene vissuta differentemente. C’è chi si accomoda in continuazione nelle mode, nei “così fan tutti” e chi, viceversa, sente che tutto il peso del vivere, del morire, del destino insomma, poggia sul singolo, sull’individuo, e che non c’è speranza né nella storia, né negli uomini, né nella società. Apparentemente non c’è nulla di più gradevole che parlare, incontrare, vedere persone: ma le persone possono trasmettere stupidità; possono comunicarti una sensazione di benessere solo apparente, con una sostanza di pensieri vuoti. Ed allora l’unica difesa è la corazza della tua coscienza, della tua sensibilità. 

Viene da pensare alle piazze (reali o virtuali che siano) in cui ci incontriamo: cosa ci diciamo? Niente:  ci scambiamo appuntamenti per i giorni successivi, quando torneremo a dirci lo stesso niente. Poi qualcuno si distingue perché sceglie di rimanere a casa, e ci resta perché si sente diverso o insoddisfatto da quello che trova la fuori, oppure, magari, perché ha un’alta consapevolezza di sé: come quel grande e misconosciuto poeta goriziano, Carlo Michelstaedter, il quale, per rifuggire la stupidità, è arrivato ad uccidersi molto giovane, dopo aver scritto cose mirabili ed orgogliosamente solitarie. Ho trovato buffo, quando mi sono trasferito a Gorizia, finire ad abitare proprio in quella che è stata la strada della sua stessa dimora, con la sua statua a perenne memoria proprio sotto casa mia. Oggi qui piove, anzi diluvia, e qualche buontempone, giacché pure questo è diventato moda, s’è premurato d’infilare un’ombrello aperto nella mano della statua. Già: persino il tragico ed inconsolabile filosofo è diventato un’irresistibile vittima della moda come si può vedere nella pagina Facebook a lui dedicata: Carletto Michelstaedter (Fashion Victim). Fumiamoci sopra.

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