Bladen

La vita, lo sappiamo tutti, talvolta ci riduce a brandelli ma un paio di calzoni di stoffa resistente, in fondo, si possono rammendare molte volte. Chi se la passa bene, chi è libero dal bisogno e dalla sopraffazione, è spesso anche generoso e simpatico, mentre chi è affamato e umiliato capita talvolta che risulti sgradevole, nel suo risentimento. Essere ossessionati dalla propria identità, pretendendo continui attestati di particolarità, è infine il segnale che qualcosa non sia andato come avrebbe dovuto e, se questo vale per il singolo individuo, può essere esteso anche ad una popolazione intera. Ma è ritenere i popoli come eterni l’errore veramente fondamentale: i popoli durano solo un po’ di più degli individui ed è sicuramente giusto amarli, ma non idolatrarli.  “Ma gli italiani sono più bravi di noi” – ripeteva spesso, sorridendo sotto i baffi, l’istriano Bladen – “tutto in Italia è meglio che qui in Istria. Anche i loro vicini, ad esempio, sono migliori dei nostri…”. 

Ovviamente c’era del rancore storico, e forse culturale, in quella battuta ma era un sentimento oramai spogliato d’ogni qualsivoglia audacia. Guardando la propria travagliata vita in faccia, e senza preoccupazioni diplomatiche di sorta, Bladen trascorreva le sue giornate succhiando fumo acre dal cannello della sua pipa in ulivo istriano. A suo dire, di mestiere, oramai faceva soltanto il poeta e quando, una volta, una bambina gli aveva risposto che “i poeti sono morti” pensò, tra sé e sé, che forse aveva ragione lei. Finché è vivo, anche il poeta, è iscritto all’almanacco professionale della realtà che invariabilmente lo costringe a cautele, compromessi e sfumature d’ogni sorta e genere. La contraddizione, in alcuni casi, può assumere aspetti drammatici perché anche il poeta, alla fin fine, ha tutti i doveri di ogni uomo che non può sacrificare all’arte: egli è responsabile verso la sua famiglia, il Paese, la libertà, la giustizia, gli amici dell’osteria e pure verso tutti gli altri.

Bladen tutte queste cose le aveva masticate e digerite attraverso gli anni, fumata dopo fumata, malvasia istriano dopo malvasia istriano. Sapeva che ad un poeta dialettale e minoritario come lui non è dato incarnare nulla, neppure una tendenza oppure un vero e proprio mondo poetico giacché essi sono autentici soltanto finché vengono espressi così come sono vissuti, senza preoccuparsi troppo di che cosa succederà loro, di quale effetto essi avranno nella realtà. L’avventura dello scrivere, per Bladen, non era sopraffatta dall’amministrazione della scrittura e neppure dall’opera scritta; il suo era, in definitiva, un poetare da tramandarsi quasi oralmente e destinato a quei pochi intimi che, ancora, potevano comprenderne l’antico idioma. Gli piaceva tanto il bicchiere ricolmo di vino, che pian piano si vuotava come il fornello della sua pipa, come l’eco evanescente della sua poesia cantata tra terra e mare, con l’amata odiata sempre sorda Trieste all’orizzonte. 

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