Una novella di Dino Buzzati sulle pipe

Una novella di Dino Buzzati sulle pipeGiuseppe Ramazzotti riporta una breve novella dell’altrettanto celebre cognato Dino Buzzati. L’articolo originale è pubblicato sulla rivista Smoking (n°2, giugno 1979).

Una novella di Dino Buzzati sulle pipe

Quest’oggi non voglio scrivere di miscele e neppure di miei ricordi di vecchio pipatore ma desidero riportare qui una breve novella di mio cognato Dino Buzzati, quasi sconosciuta e da lui scritta in occasione di una mostra presso la Famiglia Meneghina della mia collezione di Pipe, tenutasi dall’8 al 22 Dicembre 1962. Sono certo che i nostri Lettori saranno lieti di riconoscere una volta di più nell’indimenticabile Dino, non soltanto il grande scrittore e giornalista, bensì anche un nostro amico e un caro collega nella consorteria della Pipa. Ed ecco la novella:

HANNO UN’ANIMA?

Giuseppe Ramazzotti, attuale mio cognato, era ancora studente del politecnico, quando una notte, nel suo studiolo sotterraneo – mi ricordo una curiosa stanza tutta rivestita di boiserie di abete e c’erano arnesi vagamente da alchimista, nonché un piccolo teschio, e questi particolari valgono a spiegare l’atmosfera alquanto inusitata se non sinistra del locale – ebbene quella notte, mentre studiava il testo, se non sbaglio di scienza delle costruzioni, il mio futuro cognato, dicevo, che in prosieguo di tempo sarebbe stato industriale e quindi, con maggiore vantaggio, naturalista zoologo, ebbene, saranno state le due e un quarto, le due e mezza, esattamente lui non lo ricorda, a un tratto udì, nel profondo silenzio della notte, un gemito cavernoso, quasi un rantolo, uscire da una pipa. Era una grossa e scontrosa pipa cosiddetta di Chemnitz che non gli aveva mai dato molte soddisfazioni ma in cui egli si ostinava, attratto dalla bella forma. Detta pipa si trovava in accensione e il giovane l’aveva deposta momentaneamente sul piano della scrivania. L’impressione fu abbastanza forte ma sulle prime il Ramazzotti pensò si trattasse di una specie di allucinazione auditiva, dovuta forse all’affaticamento del cervello. Senonché, pochi secondi dopo, la stessa pipa emise un secondo rantolo ancora più spaventoso del primo e subito dopo, con un colpo secco, sotto i suoi occhi, il vaso si crepò da cima a fondo. Superata la inevitabile emozione meditando sull’accaduto, il Ramazzotti ne trasse la convinzione che anche le pipe, per lo meno in determinate circostanze, avessero un’anima: anima di minuscole proporzioni, si intende, ma sempre anima. Altri episodi, in seguito, lo confortarono nella tesi: pipe che gemevano, squittivano e perfino gorgheggiavano, pipe che si spostavano misteriosamente da una stanza all’altra, pipe che mutavano inesplicabilmente d’umore. Non tutte, intendiamoci, godevano di questa particolarità. Anzi, erano rare. Il Ramazzotti valutò a occhio e croce la frequenza all’uno virgola zero sette per cento. Tuttavia fu proprio l’appassionante fenomeno che lo indusse, lui dalla natura così portato alle investigazioni, a intraprendere una collezione di tali ordigni. Nacque così la collezione di cui parecchi esemplari sono ora esposti nelle sale della Meneghina. Ma, notate bene, quanto più si arricchiva la raccolta, tanto meno frequenti si manifestavano i fenomeni citati. Al punto che egli stesso cominciò a dubitarne, e oggi, se lo interrogate in proposito, scuote il capo con una certa mestizia, quasi dicesse: ahimè, sono passati i bei tempi, io allora possedevo soltanto quattro, cinque pipe e di modesta levatura, oggi ne posseggo centinaia e centinaia di tutte le specie immaginabili, mastodontiche, preziose, cariche di ricordi gloriosi, singolari di forma e delle più esotiche provenienze, ma oggi le mie pipe non si lamentano più, non sussurrano più, non si muovono più, si direbbe che la loro anima è fuggita. Così avviene infatti nella vita: molte cose meravigliose accadono quando siamo giovani e poi, correndo gli anni, sembrano stancarsi, via via si fanno più rare, un bel giorno non succederanno più e allora l’uomo si guarderà intorno, enormemente solo. (di Dino Buzzati)

Nel ricopiare, battendola a macchina, questa novella, mi sono commosso e ho ripensato a Dino, alla sua fantasia e al suo umorismo, alle lunghe, piacevolissime serate, durante le quali scrivevamo assieme «Il Libro delle Pipe». Dino ormai se ne è andato, ma vive sempre nel mio affettuoso ricordo: vorrei che vivesse sempre anche nel ricordo di voi tutti.

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