Gli ultimi fuochi: i vanagloriosi della crosta

Gli ultimi fuochi: i vanagloriosi della crostaGiannino Traversi, indagando le differenze nella combustione del tabacco tra sigaretta e pipa, spiega perché l’eccesso di crosta nel fornello, a lungo andare, comporti fumate meno gradevoli. L’articolo originale è pubblicato sulla rivista Smoking (n°3, settembre 1991).

Gli ultimi fuochi: i vanagloriosi della crosta

Chi abbia letto il libro “La mia pipa” di G. Bozzini può stare tranquillo perché lì vi è sicuramente tutto ciò che conta. Non solo. Vi è tutto ed è scritto magistralmente con grande rigore anche quando, per l’opinabilità di alcune questioni, l’autore ricorre al registro dell’ironia. Chi abbia poi dotato la propria biblioteca con l’altro testo “La pipa dalla A alla Z” di M. Oriani e G. Bozzini non ha più problemi sullo “stato dell’arte”: se vuol rinfrescarsi la memoria su un argomento qualunque deve solo aprire il libro alla pagina giusta. Potrebbe sembrare pertanto un’impertinenza l’idea di scrivere qualcosa sulla combustione del tabacco nella presunzione che di essa non sia già stato detto abbastanza. In realtà non mi propongo di aggiungere niente a quanto è stato scritto sull’argomento, anche in molti altri libri oltre che in recenti numeri della rivista Smoking. La mia intenzione è soltanto quella di riportare alcune riflessioni che mi sembrano utili a chiarire qualche zona d’ombra. La combustione del tabacco è un fenomeno complesso già per la sigaretta ed il sigaro. Lo è anche di più per la pipa perché l’interazione di quest’ultima, come sappiamo, aggiunge complicazioni, sulle quali, peraltro, sappiamo tutto. E’ proprio sulla base della conoscenza che si ha in merito al processo di combustione che sono formulati i consigli che provengono da tutte le direzioni sul modo di caricare il tabacco e sulla opportunità, anzi sulla necessità, di non tenersi come un trofeo quella parte di crosta che superi un certo spessore.

Molti fumatori sono restii comunque a liberarsi della crosta in sovrappiù. E si può in parte capirli perché, con tutta la buona volontà, dobbiamo pur ammettere che l’intervento di eliminazione, o anche di sola riduzione, della crosta è un trauma che lascia ferite rimarginabili solo in tempi lunghi. E’ per questa ragione che non è raro osservare qualcuno che si carica una pipa nel cui fornello passerebbe a stento una matita. Non vi è dubbio: a quel livello non si fa più una fumata, ma si brucia solo un pizzico di tabacco. Perché? Ecco la domanda che mi sono fatto. Perché non dovrebbe essere possibile con un pizzico di tabacco farsi un certo numero di buone “tiratine”? La risposta a questa domanda, sempre che sia possibile, non è importante e, in prima istanza, non credo nemmeno che aprirebbe prospettive a qualche innovazione, ma è sempre interessante, anzi è naturale chiedersi il perché di un fenomeno; intendo dire il vero perché. In definitiva mi pare interessante, potendo, radiografare la questione nella sua parte più nascosta. E una risposta forse c’è. Diciamo meglio: ho messo insieme alcune riflessioni che non mi pare il caso di buttare via, almeno per me, perché il modellino termico che con esse si può configurare mi pare accettabile, comprensibile, funzionante ed anche predisponibile, per chi ne avesse l’intenzione e i mezzi, o sufficiente follia, a prove sperimentali di verifica, dalle quali potrebbero dedursi quei valori che darebbero del problema una risposta in termini quantitativi.

Da dove parte dunque il nostro modellino di riferimento? Parte proprio dalla constatazione che è impossibile fumare decentemente in un fornello troppo piccolo. Pare evidente che debba esserci un valore minimo utile del diametro al di sotto del quale la combustione non può più avvenire nel modo desiderabile per difetto di massa. E questo valore dovrebbe essere vicino a quello dei fornelli delle pipe ancora nuove. Perché? Consideriamo una pipa caricata secondo le buone regole. In essa vi è una porzione di tabacco, qualche frazione di grammo, mantenuta in combustione grazie al flusso d’aria prodotto da moderate e frequenti aspirazioni. A regime regolare possiamo ritenere, in prima approssimazione, che questa porzione di tabacco costituisca una massa di circa un decimo di grammo. Al di sopra di essa se ne stanno i residui di combustione, ossia le ceneri, al di sotto se ne sta il tabacco ancora da bruciare, alla periferia laterale v’è un anello di radica eventualmente con una leggera crosta. La nostra piccola porzione di tabacco in combustione, insieme ai tre elementi che la contengono, è da riguardare come un piccolo sistema termodinamico nel quale viene mantenuto, mediante le aspirazioni, un giusto grado di reattività. Per giusto grado di reattività si intende, naturalmente, quello che consente di portare la fumata a buon fine, ossia di bruciare tutto il tabacco contenuto nella pipa, ma senza produrre mai quantità eccessive di calore.

Quale sia la forma geometrica ideale, “progettata” della porzione di tabacco in combustione la sappiamo: è un discoide molto, molto schiacciato. E questo dato di fatto può sembrare ovvio per gli esperti. Ma ho la sensazione che convenga in ogni caso esaminare l’argomento più intimamente, mettendolo in relazione con il concetto di reattività cui poc’anzi abbiamo accennato. Può convenire per questo prendere le mosse dalla sigaretta o dal sigaro, la cui combustione abbiamo avuto modo di osservare molte volte e nelle condizioni più diverse. La reazione di combustione della sigaretta inizia quando una sufficiente porzione di tabacco raggiunge, grazie al fiammifero od altro, la condizione termica necessaria per l’auto-sostentamento, che può essere definita “critica” così come è definita critica per esempio la condizione di un reattore nucleare quand’esso raggiunge, mediante uno speciale fiammifero costituito da un flusso di neutroni, una reattività sufficiente per l’auto-sostentamento. Vediamo di analizzare un po’ da vicino questa condizione di criticità. Essa è caratterizzata da un fatto a tutti molto ben noto: se la sigaretta è lasciata a se stessa sul posacenere (o anche tra le dita) la combustione continua regolarmente fino a quando non è finito tutto il tabacco. La sigaretta non si spegne perché è stata progettata proprio in modo tale da non spegnersi mai anche se non aspirata. E’ il suo pregio. Ed è la sua prima ragion d’essere perché, senza questo pregio, la sigaretta sarebbe stata improponibile. Che fa il progettista di sigarette per ottenere una qualità che le pipe – siamo giusti – non hanno? Dov’è il problema? Il problema è nella massa “critica”. Cos’è la massa critica nel caso di una sigaretta? E’ quella piccola sfera di tabacco in combustione che si sposta nel verso in cui trova nuovo alimento con cui auto-conservarsi. Chiamarla sfera potrebbe far sorgere qualche dubbio. Bisogna convincersi tuttavia che ogni deviazione dalla sfericità è un fatto accidentale che trova generalmente la sua spiegazione in qualche irregolarità nella struttura del nostro sistema, come per esempio una disuniformità nella distribuzione del tabacco oppure la presenza di qualche impurità. Ma per la sigaretta senza difetti la massa critica non può che essere una pallina, anche se di forma non perfettamente sferica. Ma non è tutto. Vi è un’altra cosa, così poco appariscente da passare inosservata, e tuttavia di grande rilevanza dal punto di vista termico del nostro sistema. Ed è che il diametro della nostra pallina non è, e non potrebbe essere, un diametro qualunque, ma esso è rigorosamente determinato dalle condizioni del tabacco, vale a dire dalle sue qualità iniziali, dai complessi trattamenti subiti, dal tipo di taglio, dal compattamento finale entro il cilindro di carta, dalle qualità della carta.

Ma perché la pallina? Perché la nostra massa critica deve essere sferica? Si può rispondere in tanti modi e la difficoltà sta nello scegliere un tipo di risposta. Una di queste è che la nostra piccola massa di tabacco continua a bruciare senza spegnersi perché la sua temperatura è tale che le dispersioni di calore che avvengono nella sua periferia sono compensate dall’apporto calorico generato dal nuovo tabacco che brucia (e la cui combustione è via via innescata dal calore della massa contigua); in condizioni di regime, che si realizzano pochi secondi dopo l’accensione, ci troviamo in presenza di un sistema termico costituito dalla massa di tabacco incandescente alla cui periferia la catena di reazioni termiche che cessano (lato ove rimangono i residui di cenere) e che si innescano (lato del tabacco ancora incombusto) non può che prevalere lungo due fronti emisferici all’interno dei quali gli eventi (reazioni tra molecole) che determinano la reattività chimica hanno la più alta probabilità di verificarsi. Non dimentichiamo tuttavia che quanto abbiamo descritto finora è un modello nel quale sono state introdotte delle semplificazioni. Per esempio è stato trascurato il fatto che nella fabbricazione delle sigarette i fili di tabacco sono distribuiti secondo un andamento prevalentemente longitudinale. Ciò ha verosimilmente un certo peso sullo svolgimento dei fenomeni descritti, perché influisce sulla trasmissione del calore, e può voler dire che la nostra massa critica somiglia più ad un ellissoide che ad una sfera. Non è il caso di scoraggiarsi, tanto più che a noi le sigarette importano ben poco. Diciamo meglio: ci importano come termine di confronto e come preliminare per cercare la nostra risposta alla domanda iniziale, domanda che ora potrebbe essere affiancata da un’altra di questo tipo: “Perché non si può farsi una bella fumata, facendosi tiratine intervallate, avendone voglia, da qualche breve pausa, e dunque senza l’obbligo di un ritmo preciso ed inflessibile?”

Questa seconda domanda mi sembra importante almeno quanto la prima. Anzi direi che lo è di più perché, a pensarci bene, una soluzione positiva del secondo quesito sarebbe più che sufficiente a sminuire il valore del primo. Ma non c’è speranza, perché le strade di ambedue le questioni, pur dissimili, convergono inesorabilmente verso uno stesso nodo: la massa critica. Proviamoci dunque ad affrontare il problema considerando il caso della normale pipa di radica con il fornello in “ordine” e cioè nuovo o tutt’al più con una crosta che non superi i due millimetri di spessore. Cosa avverrebbe se pensassimo di veder applicato alla nostra pipa lo schema termico che abbiamo visto per la sigaretta? Avverrebbe che la massa di tabacco in combustione (che dovrebbe essere una sfera con diametro uguale a quello del fornello) sprigionerebbe tanto calore da mettere fuori uso la nostra pipa in pochi minuti. Sarebbe possibile infatti produrre un tabacco per pipa tale che, opportunamente premuto e acceso entro il fornello, raggiungesse una condizione di auto-sostentamento, così da non spegnersi anche in mancanza di aspirazioni. Ma quella condizione darebbe origine ad uno sviluppo di calore troppo elevato, non solo per la radica, che brucerebbe, ma anche per il tabacco, che non sarebbe più “buono”. Tutti i consigli e tutte le raccomandazioni dei “sacri testi” sul modo di caricare una pipa, tutti gli espedienti utilizzati dai fabbricanti di tabacco, hanno come ragione ispiratrice primaria, quella di ottenere nella pipa condizioni di regime termico più moderate possibile. E certamente al di sotto di quel valore critico che sarebbe richiesto per l’auto-sostentamento. In definitiva la pipa, al contrario della sigaretta, è uno strumento per fumo progettato per funzionare in condizioni termiche di forte sotto-criticità. 

Allora è evidente che per mantenerla accesa è indispensabile aspirarla. Avevamo detto quale era la forma “progettata” per la massa di tabacco in combustione nella pipa: un ellissoide fortemente schiacciato come una grande lenticchia. La sua formazione iniziale ed il suo mantenimento durante la fumata sono grandemente favoriti dalla disposizione prevalentemente orizzontale assunta dalle particelle di tabacco nella fase di caricamento, inquantoché il calore è in tal modo trasmesso verso il basso con più difficoltà ma, nei termini probabilistici con i quali abbiamo prima considerato il concetto di reattività chimica, possiamo ora affermare che sulle due superfici del nostro discoide, praticamente piatto, il grado di reattività, e pertanto lo sviluppo di calore, è il più basso possibile. Il fumatore di pipa ragionevole deve adattarsi pertanto ad accettare la legge, ineluttabile, delle frequenti e moderate aspirazioni. Più egli sarà rispettoso delle raccomandazioni degli esperti, sia nel caricare il fornello in sottilissimi strati gradualmente pressati, sia nella moderazione e nel ritmo delle aspirazioni, più il suo ellissoide in combustione si manterrà sottile e più egli sarà premiato. Fumo fresco. Niente acquerugiola. Buoni aromi. A questo punto è anche possibile proporre una risposta al primo quesito dal quale abbiamo preso le mosse. Riconsideriamo dunque il caso, non infrequente, di quelle pipe il cui fornello, a causa di un eccesso di crosta, sia ridotto al diametro di una matita o poco più. In un fornello così ridotto, la massa di tabacco in combustione, per poter mantenere un grado di reattività chimica sufficiente almeno per reggere tra una aspirazione e la successiva (ma anche per offrire una certa “pienezza”), dovrebbe espandersi fino a costituire un ellissoide molto allungato verticalmente, ossia fino ad occupare quasi completamente lo spazio disponibile.

E’ chiaro infatti che una masserella di tabacco per pipa di così piccolo diametro e di forma lenticolare schiacciata non è pensabile perché troppo sotto-critica. E’ manifestamente un caso di limite. E vale la pena di dire che, per sostenere anche per un periodo di tempo breve (circa un minuto) una siffatta reattività, le aspirazioni dovrebbero essere così intense da alzare la temperatura a valori proibitivi per la crosta, che potrebbe spaccarsi insieme alla radica. E’ chiaro comunque che anche questo modello limite ha un valore teorico ed è una indiretta testimonianza del pizzico di fortuna che soccorre coloro che esibiscono la gloria di certe croste, perché in realtà nella maggior parte dei casi quei fori stretti presso la parte sommitale del fornello rappresentano solo un cunicolo sotto il quale si nasconde una cavernetta informe. Questa cavernetta, per il solo fatto di esistere, non può essere in buone condizioni ma, paradossalmente, rappresenta una valvola di compensazione alle ingiurie inferte dal vanaglorioso fumatore. Le pareti spugnose e umide della caverna sono infatti in grado di assorbire, salvaguardando la radica, gli insulti di punte termiche elevatissime. Bisogna riconoscere tuttavia che non avviene mai, ch’io sappia, che i vanagloriosi della crosta dichiarino anche di farsi delle fumate eccellenti. La risposta a quella domanda è negativa. Non è possibile farsi una bella pipatina con un pizzico di tabacco. I libri che oggi possediamo sulla pipa sono le tavole della legge che, solo se osservate diligentemente, ci possono riservare dei momenti piacevoli. E’ duro doverlo ammettere, ma la pipa proprio non può essere fumata come una sigaretta.

Condividi:

Aggiungi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *