Sulla combustione

Sulla combustioneNel settembre del 1984 la rivista Smoking inizia a pubblicare la traduzione di alcuni capitoli del famoso libro “Traité de la pipe” (1952). I vari articoli, tutti redazionali e non firmati, vengono proposti sotto forma di interviste fatte al curatore del libro, Georges Herment. L’espediente narrativo si ripropone uguale a se stesso nel corso dei mesi e vengono trattati, di volta in volta, tutti gli argomenti inerenti la perfetta conduzione della fumata con la pipa.

Sulla combustione

C’è un libro che, nel nostro mondo pipario, viene considerato un po’ la Bibbia e al quale si sono necessariamente riferiti – anche se non lo volevano espressamente – quasi tutti coloro che poi hanno scritto dell’argomento. È il “Traité de la pipe”, opera di uno scrittore francese, di cui è detto nell’avvertenza dell’editore che “se ne sentiva il bisogno fin dall’era paleolitica”. A sua volta lo scrittore, Georges Herment, non esita a dichiarare di averlo scritto “à la manière d’un poème, sous le coup d’une opportune inspiration”, anche se si affretta a precisare che dietro ci sono vent’anni di “incubazione”, cioè di esperienza piparia diretta e di documentazione. In effetti il libro unisce slanci poetici e minuzie tecniche (sottolineate da un centinaio di disegni dello stesso autore) in un miscuglio che risulta spesso affascinante anche se, di tanto in tanto, qualche “volo” non contribuisce alla chiarezza dell’esposizione. È un libro che va gustato in blocco – e merita di essere gustato – leggendolo come un romanzo, senza farsi troppo influenzare dal titolo – “trattato” – che pure ha una sua giustificazione perché Herment non trascura il più piccolo aspetto della materia. Abbiamo tentato un esperimento, un dialogo fra il Traité e Smoking, scegliendo un argomento e un capitolo dei più significativi. Ovviamente, le risposte sono riportate testualmente (o quasi) dal libro.

Smoking – Vorremmo parlare di quello che lei stesso, signor Traité, definisce il punto capitale della materia, cioè la combustione, in pratica il momento della fumata, dando naturalmente per scontato che le condizioni preliminari, carica e accensione, siano state correttamente rispettate. Che cosa pensa di quei disegni che ritraggono il fumatore di pipa con le gote gonfie?
Traité – La pipa non si fuma gonfiando le gote, ma, al contrario, ritraendole. Gonfiare le gote vorrebbe dire soffiare nel cannello per ottenere un maggior rendimento; ma, a parte che questo sforzo sarebbe vano – la pipa infatti dà solo ciò che vuole – questo procedimento, abbastanza buono all’accensione per ottenere fuoco sulla totalità della superficie (benché non sia raccomandabile), non farebbe altro che alterare il normale processo della combustione. Si fuma più con le labbra che con le gote.

combustione-fasi
A) in questo livello il tiraggio deve essere lento B) qui può essere accelerato C) qui si ottiene il massimo rendimento

Smoking – Ci dia una definizione del fumo.
Traité – È una miscela di gas, di vapore d’acqua e di particelle più o meno tenui che si sprigiona da un corpo in combustione; blu quello che esce naturalmente dal fornello, giallo quello che passa dal cannello, insieme blu e giallo quello che si ottiene dal fornello soffiando nel cannello. C’è da dire che questi colori sono relativi e il grigio vi occupa una larga parte. Naturalmente questo fumo è gradevole all’occhio; per questo è preferibile fumare in piena luce piuttosto che nell’oscurità totale. La vista del fumo serve in gran parte a dirigere la combustione; senza di essa se ne perderebbe il controllo.
Ma sono soprattutto le particelle odorifere a interessarci ed è per questo che la combustione va curata al massimo. La sigaretta simboleggia il profumo; la pipa ha il monopolio dell’odore. Mentre questo è un prodotto della natura, quello sarebbe piuttosto un prodotto dell’uomo – ciò che ha fatto dire a Pierre Louys che la sigaretta è la sola voluttà nuova scoperta dall’antichità. Con la pipa, non si tratta di voluttà ma di piacere, di un piacere pieno di robustezza paragonabile a quello che ci dà il vino.

Smoking – Lei salta un po’ da un argomento all’altro. È piacevole, ma torniamo al vero e proprio procedimento della combustione, cioè al fumare.
Traité – L’opera non è affatto spontanea. La combustione non si compie da sola. Dall’apporto di una nobile coscienza nascerà la sua realizzazione. Quando fumate una sigaretta, siete inclini a far durare il piacere, ad assaporarla. La gettate non appena la massa del tabacco troppo carica di nicotina (cicca, mozzicone) diventa sgradevole alle narici e alla bocca. Non è lo stesso per la pipa. Mentre la sigaretta produce la cicca, la pipa produce la gromma o gruma, il culot. Ma fumarla lentamente non è solo un piacere; è anche un obbligo. Una sigaretta mal fumata, pasticciata, non è una perdita. Per la pipa, lo è. Nella sigaretta, il contenente brucia nello stesso tempo del contenuto; nella pipa esso rimane, sussiste, e fumare troppo in fretta o con negligenza equivale a danneggiarlo. Questo contenente, in progressiva maturazione, prepara l’eccellenza delle fumate future. Oltre che evitare di sciuparlo, bisogna mantenerlo in buono stato, e più ancora: rifinirlo nel senso di completarlo, ungerlo nel senso di consacrarlo, modellarlo. La fumata deve essere un rito. Non voglio dire una cerimonia, ma almeno un raccoglimento.
Questa lentezza nella frequenza, questa sorta di pazienza mobile, questa ignizione guidata, covata, parsimoniosa, subcosciente che tanto si ammira in alcuni adepti, non si acquisisce che con una lunga abitudine, direi addirittura: una certa virtù di probità. Si sviluppa tra il fumatore e la sua pipa un’osmosi come da pittore a quadro. Del resto nessuno di questi artisti considera la pipa come una semplice natura morta. La pipa vive – a più forte ragione quando è accesa – e la frase di Baudelaire appare qui in tutta la sua profonda luce: “E voi attribuirete alla vostra pipa la strana facoltà di fumarvi” (È lo stesso Baudelaire che sottolinea).
È per questo che non ripeterò mai abbastanza che, benché si nasca fumatore di pipa, una sola prova non basta, ma un’ostinazione che si muterà poco a poco in un piacere sempre più vivo, più perfezionato. Giacché il fumatore e il suo oggetto hanno a che fare con un elemento la cui conoscenza resterà sempre relativa; più di tutto, è capriccioso, barometrico; è colore del tempo che fa e sapore del tempo che farà. Il fumatore e il suo oggetto ne saranno insieme i beneficiari e lo vittime. Dovranno cercare di esserne padroni, ben sapendo che ne sono dipendenti.

Smoking – Alt. A parte questa specie di predestinazione, alla quale non crediamo (tutti possono diventare fumatori di pipa), lei sta partendo di nuovo per i cieli della poesia (e della filosofia). Vorremmo scendere a discorsi un po’ più tecnici.
Traité – Il fumatore e la sua pipa non cesseranno mai di oscillare, fluttuare, fra queste due alternative (o alternanze): il surriscaldamento e l’estinzione o spegnimento.
a) Il surriscaldamento – e questo timore di sentire sotto le dita crescere attraverso le pareti del fornello il calore della combustione.
b) L’estinzione – e questa angoscia di vedere spegnersi il tabacco (in virtù dell’assioma discutibile che una pipa riaccesa non è più fumabile – discutibile, dico, perché si tratta di sapere a quale tappa della combustione si è spenta. Se è all’inizio, è meno grave).

combustione nel fornelloSmoking – Scusi se interrompiamo: oggi si è tutti portati a non considerare così angoscioso il fatto che una pipa si spenga. Quando succede, si riaccende e si va avanti. Ma adesso vada pure avanti lei.
Traité – Queste due alternative (o alternanze) opposte sono ciascuna, quanto agli effetti, perfettamente delimitate; e tuttavia un semplice grafico sarebbe impotente a metterle in rilievo se non fosse accoppiato a un’esperienza piparia elementare. Il grafico aiuterà comunque l’esposizione della situazione. Si è evidentemente tentato di supporre che un “giusto mezzo”, consistente nell’ottenere con l’azione della bocca il tiraggio ideale che permetta di ovviare ai guai citati, risolverebbe agevolmente il problema. Soluzione semplicistica, perché non esiste un tiraggio ideale e questo mezzo consiste giustamente nell’ottenere una sorta di alternanza regolatrice tra il vettore surriscaldamento e il vettore spegnimento intorno alla bisettrice ideale, vale a dire nel tirare più o meno forte e a boccate più o meno spaziate secondo lo stato supposto della combustione.
Lo spazio compreso fra lo strato di cenere dopo l’accensione e il culot rappresenta lo spazio sacro. Esige tutta la nostra sollecitudine, deve mobilitare tutta la nostra attenzione, perché darà il meglio di sé soltanto in proporzione a quanto gli daremo noi. È una scienza che sfugge al dominio della teoria quella che consiste nel rallentare o accelerare la combustione nei momenti voluti, voluti da lei-scienza che deve superare i limiti della coscienza, raggiungere quelli del subcosciente, e che non vi perviene che quando gli organi della bocca l’hanno acquisita.

Smoking – Se abbiamo capito bene, si tratta di conquistare con l’esperienza una certa capacità tecnica, che poi viene applicata in modo istintivo, meccanico.
Traité – In un certo senso, se si vuole – come può esserlo, per esempio nel jazz, il “vibrato” degli strumenti a fiato. È soltanto in questo senso che bisogna comprenderla e lavorare per acquisirla.

Smoking – A parte la ripetuta (e discutibile, scusi) affermazione che “il fumatore non può scegliere” fra le alternative surriscaldamento-estinzione, stupisce la sua insistenza a sconsigliare la riaccensione.
Traité – La nicotina, che evapora a 250 gradi, si deposita quasi subito non appena raggiunto questo punto-limite d’incandescenza. Essa non può mantenercisi; per questo è altrettanto temerario attivare la combustione quanto riaccendere una pipa spenta (eccetto il caso di solo qualche boccata dopo l’accensione) a pipa ancora calda. Questo deposito, o più giustamente questa caduta della nicotina su un tabacco non ancora fumato, è ciò che più vi è da temere.

Smoking – Le lasciamo la responsabilità scientifica e morale di queste affermazioni. Non potremmo scendere al pratico?
Traité – Mi aiuto con i disegni. Esiste una fase (del tutto supposta) in cui il fumatore potrebbe rallentare il tiraggio e un’altra ancora (ugualmente supposta) in cui – l’alternativa-surriscaldamento lasciando prevedere meno danni ed essendo stata superata la prima fase – egli potrebbe permettersi di accelerarlo, tanto più che la combustione stessa determina questo acceleramento, visto che il fumo del tiraggio, passando attraverso gli strati di tabacco, lo carica di una maggiore umidità. Ma è proprio qui, in questa zona centrale che sconfina in ciascuna delle due fasi o tappe, che la pipa, in tutto il tenore del suo aroma, è al suo massimo. Si vede con ciò come sia arduo sistematizzare un metodo, soprattutto quando si tratta di un oggetto vivente, o quasi vivente. L’arte suprema sarebbe allora di operare un graduale rallentamento di mano in mano che l’emanazione si fa più ricca, più corposa, più perentoria; poi, al momento in cui, per effetto del tiraggio, grazie a questa sorta di “tocco buccale” che non inganna molto, il fumatore presentisce ravvicinarsi dei primi strati del culot (soprattutto se questo è fatto di bûches, cioè di frammenti grossolani), completare la combustione con qualche tirata più potente. Si tratterebbe, insomma, di “metterla al galoppo”, come si fa con un cavallo a qualche metro dal palo, o dall’ostacolo.

Smoking – A questo punto lei dice: dallo stato delle ceneri si giudica la riuscita della fumata. E si vanta di ottenere soltanto un rifiuto di bella materia cinerea punteggiata appena di qualche granello infimo di tabacco. Beato lei. I normali fumatori, molto spesso, si rassegnano a cenere e fondiglio. I suoi poetici lamenti (“il numero delle boccate perdute, il numero delle particelle odorifere che non chiedevano che di vivere e non sono nate” eccetera) nascondono, ci riscusi, un animo un po’ sparagnino.
Traité – Due o tre boccate supplementari, sia pure meno saporite o più stordenti, non sono da disdegnare – né per se stesse, né per questo luogo importante del fondo del fornello in cui le si consumano. Certo, il fumatore che tiene a non diventare schiavo della pipa può interrompere la fumata quando gli piace – soprattutto se questa è stata portata quasi a termine. Ma io non sono di questa scuola e preferisco, se le circostanze lo esigono, caricare l’oggetto solo a metà, a costo di penare un po’ nell’operazione di accensione (Non c’è niente di più vessatorio che di essere obbligati a spegnere la pipa). Proverei troppi rimorsi a scaricare il fornello di una materia ancora fumabile. Così, nel capitolo del caricamento, ho consigliato la preventiva collocazione di una bûche sul fondo del fornello, bûche che, tenendo il tabacco sollevato, permette di non perderne che una minima parte. Economo d’istinto, il vero pipatore non avrà che da felicitarsene. Se si vede costretto a spegnere la pipa, è probabile che solo le bûches siano sacrificate.

combustione epicentro
a) il culot b) la cenere c) l’epicentro

Smoking – Non abbiamo ancora parlato della gromma, o crosta, o culot, elemento in cui la combustione gioca un ruolo importante.
Traité – Il culot non è solo ripartito sul fondo del fornello ma anche contro le sue pareti – spesso allo stato virtuale, ma sempre presente. Basta esaminare una pipa in combustione per rendersene conto: la cenere si presenta chiara al centro, poi sale a sfumature sempre più scure fino ai bordi della parete. Mal fumato, questo fenomeno può andare fino al constrasto e l’epicentro della carica formare una specie di piccolo scavo. È una legge, non una colpa. Sarebbe vano cercare di rimediarvi. È qui, del resto, in questa parte del culot, che si elabora lo scambio fibro-granulare tra il legno della pipa e i componenti del tabacco. L’essenziale, lo abbiamo visto, è una buona accensione. Il resto non è che potenziale, o altrimenti tende a eliminarsi con lo stato della culotte e l’abilità del fumatore.

Smoking – Qualche altro consiglio sul tiraggio?
Traité – Una pipa nuova si scalda più rapidamente di una pipa grommata. Non ci si deve dunque spaventare di un surriscaldamento esagerato negli inizi; scomparirà a poco a poco. Tuttavia, è preferibile cercare di ridurre o spaziare le boccate. Ai sintomi di spegnimento, premere la cenere di superficie con il pollice, lasciarlo nell’orifizio tirando con boccate più brevi e più rapide e toglierlo non appena il fumo esce più consistente. Si può, per stabilizzare la combustione e ottenerla più lenta senza il rischio dello spegnimento, collocare un oggetto piatto sul fornello dopo l’accensione – scatola di fiammiferi, palmo della mano, monte di Venere o prima falange del pollice – e tenercelo sino alla fine; metodo praticato da parecchi fumatori. Il meglio, secondo questi adepti, sarebbe rappresentato da un pezzo di carta poco combustibile posto sul fornello e trattenuto intorno dalle dita del fumatore dopo essere stato forato con un buco. Numerose esperienze hanno dimostrato l’efficacia di questo sistema che permette al fuoco di covare più che di ardere. Sfortunatamente fa perdere in gusto ciò che fa guadagnare in parsimonia. La carta, oltre a dare odore, opprime l’effluvio, sfasa il corso della sua ascensione e, filtrandolo, raddoppia la funzione dello strato di cenere. Consiglio dunque di praticarlo solo all’aria aperta, per mezzo della pipa con coperchio.

Finisce qui il nostro primo dialogo. È giusto precisare che l’abbiamo svolto sulla prima edizione del “Traité de la pipe”, quella del 1952, edita da Les presses Denoel d’aujourd’hui di Parigi. Ringraziamo editore ed autore, al quale rinnoviamo tutta la nostra ammirazione per la sua opera. Se il dialogo ha interessato i nostri lettori, anche per qualche spunto di polemica (ma in materia di pipa non c’è mai nulla di decisivo e definitivo, vero monsieur Herment?), potremo tentarne un secondo, magari proprio su carica e accensione che qui abbiamo date per scontate.

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