Il signor Mario e la rusticatura segreta

Il signor Mario e la rusticatura segretaSegue un articolo redazionale dedicato all’inventore della celebre rusticatura “corallo” della Savinelli. Il testo originale è pubblicato sulla rivista Smoking (n°3, settembre 1981).

Il signor Mario e la rusticatura segreta

Le mani mai ferme. E mai fermo il cervello, fervidissimo. Nel piccolo regno della pipa intorno al lago di Varese tutti lo conoscono, tutti hanno avuto bisogno di lui, a molti ha insegnato il mestiere. Lo hanno festeggiato, di recente, per la nomina a cavaliere della Repubblica, ma continuano a chiamarlo il signor Mario. E lui, in abbondante età di pensione, continua a dirigere la maggior fabbrica italiana di pipe, quella Savinelli. Lago di Varese, un secolo di pipe, la radica nel sangue, tradizione di famiglia. Niente di tutto questo, lui, di cognome, fa Vettoruzzo, che più veneto di così non si potrebbe; e infatti è trevigiano di Cornuda e al lago di Varese c’è arrivato per caso e pure per caso si è avvicinato alle pipe, e tardi, e dopo aver fatto altri mestieri. Poi, facendo andare d’accordo qualità che di solito fanno a pugni, creativo e pignolo, fantasioso e testardo, è diventato quel che è diventato. Veramente, un vizio di famiglia ci deve essere, perché anche i fratelli — lui era l’ultimo di cinque — erano approdati alle pipe, uno è diventato come lui direttore di fabbrica, quella dei Rossi, anzi è poi andato a impiantarne una nuova, di fabbrica, nientemeno che in Israele con i quattrini di un americano. Insomma, nata con la sua generazione, ma una dinastia dei Vettoruzzo c’è, nel mondo pipario, e ci sono i parenti, chiamati da lui, dal signor Mario, che la continueranno; come la continuerà il figlio Luigi che per lavorare alla Savinelli ha piantato gli studi di medicina e il padre fa finta di nulla ma non gli dispiace che questo figlio sia il signor sindaco di Barasso (che è forse, e senza forse, il comune più pipario d’Italia).

Sarà stato un trentacinque anni fa. Mario Vettoruzzo, trevigiano di Cornuda emigrato a Barasso sul lago di Varese, si era trasformato da contadino in mugnaio. Ma faceva altre cose, con quelle mani mai ferme, con quel cervello sempre sveglio e teso. Mi hanno giustamente detto che la sua genialità, la sua inventiva, le applica alle cose che gli stanno intorno; anzi, in certo senso, nascono da queste cose, non sono mai fantasie gratuite. Un giorno gli fanno vedere una pipa: è «rusticata», evidentemente a mano, con un risultato insolito. Gli piace, gli viene voglia di farla meglio. Nasce quel tipo di finitura che poi sarà delle «Capri» e delle «corallo» di Savinelli. Come nasce? Se uno non è almeno cugino di primo grado, ma di quelli «giusti», del signor Mario, potrà sapere per sommi capi la storia, mai la tecnica. Dunque: vivendo a Barasso e occupandosi di varie cose oltre al mulino, lui faceva già qualche pipa per le fabbriche della zona, la radica la conosceva. Quella pipa rusticata in modo insolito arrivava dunque a pungolare un estro, non a rivelare un mondo sconosciuto. Era come una sfida. Tra il meccanico, il tornitore, il contadino eccetera (tutti riuniti nella stessa persona, per essere chiari) la vince il mugnaio; il quale si ricorda che per «ravvivare» (lui dice così) le macine rese troppo lisce dall’usura adopera un aggeggio pneumatico mezzo martello e mezzo scalpello con cui le «picchietta». Qualcosa di simile si può applicare alle teste di radica. Ci perde le notti, la moglie l’aiuta, la spalliera del vecchio letto alla quale appoggiavano il diabolico strumento ne porta ancora i segni. Finalmente ce la fa, la rusticatura unica, inimitabile (e in effetti non ancora imitata) è raggiunta.

È la «dote» (insieme con altre doti) che porta nella fabbrica di Savinelli, quando il giovane Achille lo persuade a mettersi con lui. Quando si dice fabbrica, e specialmente se si guarda all’imponente complesso di oggi, bisogna intendersi. Erano in tre, facevano tutto. Ma anche oggi che sono in cento (non li ho contati) il signor Mario continua a fare tutto, pulisce, ritocca, lucida. Pensione? Un giorno se ne parlerà; intanto, come in tutti questi anni, come da sempre, ogni pipa che esce dalla fabbrica (e siamo ai milioni) lui la deve almeno toccare una volta, guardarla al di sopra o al di sotto degli occhiali, farle una carezza prima che prenda il volo per il mondo. Oggi come allora, nel cuore della fabbrica c’è il «sancta sanctorum» (non trovo altra definizione), il luogo dove il signor Mario celebra i suoi riti segreti, dove c’è la diabolica macchina (ma sarà poi una macchina?) per la famosa e inimitabile rusticatura. Vi sono ammesse pochissime e fidate persone, non so se neanche il figlio c’è mai entrato. Naturalmente ci ho scherzato un po’, le capacità tecniche e umane di Mario Vettoruzzo non si esauriscono in quella rusticatura e nel piccolo regno dei suoi segreti. Fedele interprete delle direttive di Savinelli ha collaborato con lui in quella che, a suo tempo, è stata una vera rivoluzione: fare industrialmente pipe di pregio in una zona dove «si andava a numero», un operaio doveva farsi le sue sessanta dozzine ogni giorno. Delle «corallo» care al cuore del signor Mario è tanto se chi le sa fare arriva al paio di dozzine. Trentacinque anni che fa pipe, trent’anni che le fuma. Non conosco le sue abitudini di fumatore e non so quindi se attribuire ai suoi gusti o al suo estro costruttivo due trovate recenti. Una è una pipa termostatica, con tanto di valvola. Niente paura, non è in produzione. L’altra la chiamerei una «pipa-organo»: al posto delle canne sette fornelli, da riempire con tabacchi diversi perché appunto ciascuno contribuisca con una propria «nota» alla sinfonia. Il fumo, regolato da rubinetti e convogliato da tubicini, va a finire in un «raccoglitore», di radica come i fornelli, dal quale il fumatore lo aspira con un altro tubetto. Si può tirare da un solo fornello o da due o da tutti e sette, con un bel crescendo. Il signor Mario dice che può servire a provare e confrontare tabacchi, ma forse non ci crede molto neppure lui. Forse, lui che ha lavorato duro tutta una vita, ha voluto soltanto giocare. Meno male.

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