Siamo un club di solitari

siamo un club di solitariPropongo di seguito un nota editoriale di Giuseppe Bozzini pubblicata su Smoking (n°2, giugno 1988). La tematica trattata è stata più volte dibattuta anche nelle moderne comunità on-line di fumatori di pipa; un sempreverde.

Siamo un club di solitari

Nel numero scorso è stata rilevata la situazione di stasi (o di sonno) in cui sono caduti i vari Pipa Club Italiani. Può essere allora curioso ricordare che in pieno boom della pipa negli anni Sessanta, quando fra molti entusiasmi nacquero i primi club e la prima rivista, si alzò una voce decisamente discordante. Era quella di Paolo Monelli, giornalista principe, garbato scrittore, uomo di mondo con monocolo, cultore della lingua italiana, della pipa e di altri piaceri della vita, come il buon bere (fra i suoi libri si può citare appunto «O.P. Il buon bevitore», dove quelle iniziali stanno per Optimus Potor). Ebbene: Monelli trovava una «contraddizione insanabile» fra la pretesa di costituire associazioni con relativa disciplina e la solitaria arte del fumare la pipa; e affermava: «Sarebbe grande iattura che sotto la spinta di neofiti che si son dati alla pipa per imitazione o per esibizionismo, i veri pipatori dovessero perdere il loro aristocratico riserbo, farsi imbonitori di se stessi, sbandierare in pubblico un’inclinazione che ha del filosofico e del soprannaturale. C’è infatti un che di arcano nei vapori che esalano dalle foglie che bruciano lentamente nel fornello, il ricordo di ciò che certamente alle origini dell’umanità fu un rito magico». Fare esperienza, sia pure in certi momenti di grazia, «di un’ebrezza mistica, di un presentimento di cose avvenire, di un congiungimento con quanto c’è di misterioso e di fatale nella vita», come sosteneva Paolo Monelli, è indubbiamente privilegio (e conquista) di pochi fumatori. Gli altri chiedono molto meno alla pipa: un piacere personalizzato e consapevole (fumare una sigaretta è gesto meccanico, che si può compiere addirittura senza accorgersene; è l’automatismo del piacere, ed è un piacere anonimo; scegliere, caricare, accendere, fumare, svuotare, pulire una pipa sono atti che impegnano, ma proprio per questo soddisfano); un «rituale» distensivo e con qualche sfumatura di preziosità; un argomento di riflessioni e di discussioni; la soddisfazione della fantasia, dell’estro (per esempio, nelle miscele di tabacchi); un godimento estetico; il gusto del silenzio; un aiuto alla meditazione, qualche volta all’ispirazione; un passatempo che ha una nobiltà spirituale e nello stesso tempo impegna e soddisfa almeno quattro dei cinque sensi (e se vogliamo, anche il quinto: all’orecchio può giungere il sinistro suono di uno sfrigolio, di un sibilo, e allora bisogna correre ai ripari; ma arriva anche, nei momenti di grande silenzio, la musica lieve e ritmata delle labbra che «succhiano» al cannello, ed è il suono umanissimo e tenero del poppare e del baciare). La pipa, a saperglielo chiedere, dà tutto questo, può dare anche di più, pur senza arrivare alle estasi mistiche esaltate da Monelli. E che debba essere privilegio di pochi, è cosa che da sempre contestiamo. Tutti possono entrare nel mondo della pipa, purché non ci entrino da vandali, purché abbiano un minimo di attitudini psicologiche e si armino di un po’ di pazienza e di qualche piccola conoscenza tecnica. Era dunque sbagliata l’aristocratica visione di Paolo Monelli? Forse non del tutto, visto come si è sgonfiato il boom e come sono sbolliti gli entusiasmi, almeno quelli «collettivi». Ma l’ho detto: ognuno chiede alla pipa — e ottiene — quel che sa, può e vuole. Se le chiede di essere mezzo e pretesto per stare con amici in buona compagnia, si chiami o non club, la pipa si presta volentieri, anzi offre mille argomenti di piacevole intrattenimento. Ma le si può anche chiedere di frapporre fra noi e il mondo una barriera, per propiziarci preziosi momenti di solitudine. L’ho già scritto: la pipa è una presenza amica che ci fa sentire meno soli senza guastarci il piacere della solitudine.

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