Scaferlati: chi era costui?

Scaferlati: chi era costui?Giulio Alessandri ricostruisce tutte le possibili origini del mitologico termine francese “scaferlati”. L’articolo è pubblicato sulla rivista Smoking (n°4, dicembre 1980).

Scaferlati: chi era costui?

Per i francesi il tabacco da pipa è scaferlati. Non si tratta di una marca. È un nome comune — meglio, diventato tale — che viene usato per tutti i trinciati. Un nome che incuriosisce specialmente noi italiani perché ci troviamo qualcosa di nostrano. A pagina 136 del suo libro Tabacco per la mia pipa, Giuseppe Bozzini scrive: «Chiamano così i trinciati per pipa, in genere quelli più correnti e di taglio più fine. Perché? L’enciclopedia Larousse dichiara di ignorare l’origine precisa di questa parola. Fa tre ipotesi. Una vaga provenienza turca. Una corruzione dell’italiano scarpelletti, che sarebbero piccoli uccelli. A parte il fatto che non li ho mai sentiti nominare e la grande Larousse si guarda bene dal dire che cosa sono, sarebbe anche curioso sapere che c’entrano questi improbabili uccelletti con il tabacco. Terza ipotesi, potrebbe trattarsi dell’invenzione di un procedimento per trinciare attribuita a un italiano di quel nome. Quest’ultima ipotesi è avvalorata dal piccolo Larousse, che si limita a dire che il nome comune scaferlati, riferito a trinciati eccetera, avrebbe origine da un nome proprio italiano. Ricorro al mio amato e stimato Provost, che mi delude. Dà per scontato che i trinciati così e così si chiamano scaferlati e non spiega niente. Non mi arrendo e mi appello alla massima autorità piparia di Francia, quel Georges Herment, autore di un Traité de la pipe, scritto e disegnato da lui, che è il vangelo per tutti coloro che si occupano di queste cose. Ebbene, anche Herment scantona: si limita a riferire che alcuni dicono che il tabacco da fumo è chiamato scaferlati «dal nome di un cittadino italiano inventore di un procedimento di taglio», altri invocano la parola «Scarpellati» che in italiano significa «tagliato a scalpello». A me l’idea di quel sujet italien che taglia il tabacco con lo scalpello (o scarpello, ma è dialettale) fa un po’ ridere. Mi dispiace comunque di non sapere qualcosa di più di questo signor Scaferlati, di questo compatriota che potrebbe essere una nostra piccola gloria. Mi consola che due saggi del calibro del professor Ramazzotti e dell’ingegnere Grassi, interpellati, hanno fatto le mie stesse ricerche arrivando agli stessi risultati. Unico dato in più: la parola sarebbe entrata nell’uso nel Settecento. Del resto è proprio intorno al 1780 che viene adottata in Europa la prima trinciatrice di tabacco. Tipico scaferlati è il gris». Fin qui Bozzini nel suo libro. Ma ecco che del problema si occupa ora l’autorevole “Revue des tabacs, oltre tutto particolarmente credibile in materia perché è francese, con la penna di Marcel Lemoigne. Questo Lemoigne è Maitre Régional dei Compagnons de Jean Nicot del capitolo di Mans, città dove è stato a lungo direttore regionale delle vendite del SEITA, il monopolio francese. Tutto questo per dire che è uno con le carte in regola, e per di più studioso della «piccola storia» e delle sue relazioni con il tabacco. Dice dunque questo signor Lemoigne che la parola scaferlati, pur con la sua consonanza apparentemente italiana, non è arrivata al francese direttamente da un nome italiano. Passa in rassegna cinque ipotesi. Scarta quella che l’origine stia nel cognome di un operaio italiano che avrebbe inventato verso la fine del XVII secolo (e comunque prima del 1707) una taglierina per tabacco. La scarta perché non si è mai provata l’esistenza di un signor Scaferlati e perché nessun dizionario italiano registra il nome («se avessero potuto — aggiunge — non avrebbero mancato di dare questo onore a un abile meccanico il cui nome è divenuto tanto popolare in Francia»). Seconda ipotesi: «scalpellati» che diventa «scarpellati» nei dialetti italiani e che poi passa in Francia deformandosi ancora. Ma «scalpellare» significa davvero «tagliare con uno strumento tranciante», come dice Lemoigne? Terza ipotesi: importazione deformata di una parola italiana «scarpelleti» (questa volta con una sola t) che in linguaggio popolare vorrebbe dire piccole cesoie, cioè strumenti che sarebbero serviti a tagliare il tabacco prima dell’avvento delle trinciatrici. Ma la parola non figura in dizionari italiani moderni. (Dice Lemoigne, ma a noi non risulta, che in certe zone i contadini userebbero ancora la parola «scarpelleti»). La quarta ipotesi si spinge in Turchia. Si basa sul fatto (?) che, dall’inizio del XVIII secolo il nome scaferlati avrebbe designato una specie di tabacco esportato dalla Turchia in tutti i porti del Levante, cioè nel giro del Mar Egeo allora interamente sotto dominazione turca. Vari europei, tra cui francesi, l’avrebbero così correntemente sentita, questa parola, a Beyrut, Haifa, Cavalla, Smyrne o Alessandria e l’avrebbero ritenuta d’etimologia ottomana o araba. Su questa base s’innesta la quinta ipotesi. L’impiego in Turchia prima dell’introduzione in occidente della parola scaferlati, che non sembra provenire né dall’arabo né dal turco, si potrebbe spiegare facilmente in un altro modo. I levantini, nelle loro relazioni commerciali con gli occidentali non potevano, in genere, utilizzare le loro lingue, sconosciute agli interlocutori. Avevano perciò creato una lingua ibrida, una specie di linguaggio raccattatutto col quale farsi più o meno comprendere. Questo “sabir” era stato formato in gran parte con prestiti, quasi sempre storpiati, dalle varie lingue dell’Europa occidentale. L’italiano era ovviamente fra queste. Se ne può dedurre che scaferlati potrebbe essere la deformazione di una delle due parole italiane molto vicine come senso e come suono, scarpellati o scarpelleti, più probabile la prima che la seconda in quanto nella sua deformazione si sarebbero conservate nel loro ordine tutte le quattro vocali. Il cambiamento o lo spostamento delle consonanti si spiega facilmente per il passaggio attraverso il “sabir” levantino. Ci sono altri esempi nella lingua francese. Insomma, per Lemoigne l’arrivo in Francia dalla Turchia di una parola italiana deformata è l’ipotesi più attendibile. In effetti, l’arrivo dalla Turchia è ricordato dallo scrittore Helvetius nel 1707, data in cui egli indica che scaferlati è il nome di un tabacco turco. La parola compare ufficialmente in Francia nel momento stesso in cui è istituito il monopolio dei tabacchi che l’adotta nel 1811, forse avendo trovato una bella sonorità in questo vocabolo importato da Helvetius cento anni prima. La conclusione di Lemoigne è: «In ogni caso, quali che siano data e circostanze della nascita un po’ bastarda e multinazionale della parola, scaferlati è ora un nome francesissimo sempre giovane». La conclusione nostra, riferendoci a quanto scritto da Bozzini, è che qualche maldestro traduttore abbia fatto confusione tra petits ciseaux e petits oiseaux, trasformando quel fantomatico «scarpelleti» (sempre con una sola t) da forbicine in innocenti uccelletti. Potenza dei refusi.

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