Realtà e leggenda sulla stagionatura della radica

Realtà e leggenda sulla stagionatura della radica

Marco Fumei da Cortà, all’epoca dello scritto direttore di produzione alla Savinelli, dice la sua in merito alla stagionatura della radica. L’articolo originale è pubblicato sulla rivista Smoking (n°2, giugno 1982).

Realtà e leggenda sulla stagionatura della radica

Tutti noi fumatori di pipa amiamo creare attorno alla nostra beniamina un mondo soggettivo, a volte anche un po’ fantasioso. Forse aiutati da pensieri un po’ filosofeggianti ed un po’ surreali che vengono talvolta alla mente, quando lasciamo andare la fantasia all’inseguimento di imprendibili volute di fumo, ebbene, in quei momenti diamo alla pipa ruoli e finalità che forse non ha. Niente di male, anzi; ma il tecnico-fumatore deve sdoppiarsi, deve uscire dal Nirvana e assumersi l’ingrato compito di sfatare almeno le leggende che si sono create intorno ai processi produttivi. Si dice: «la radica migliore viene dal cuore del ciocco», ma questo è assolutamente inesatto, in quanto la parte centrale del ciocco è proprio quella più scadente ed inutilizzabile. Si dice: «la pipa nuova va spalmata internamente di miele» oppure «la pipa nuova va immersa nella grappa» … Se qualcuno gradisce queste alchimie, faccia pure; ma tecnicamente non c’è alcun motivo per farlo. Si dice: «la radica deve essere stagionata» e quanto più è stagionata, tanto più la pipa sarà buona. Ma cos’è la stagionatura della radica?

Nella vita di tutti i giorni usiamo questa parola come sinonimo di invecchiamento, la applichiamo a certi liquori, a certi vini, a certi formaggi. Stagionata è anche quella cara signora che tenta, a volte in maniera un po’ patetica, di conciliare il suo aspetto con i suoi dati anagrafici. Tutti noi abbiamo usato la parola stagionatura anche per la radica, ma la parola non è appropriata. In effetti le fabbriche di pipe hanno, chi più chi meno, un notevole stock di abbozzi in giacenza: a titolo d’esempio noi, della Savinelli, ne abbiamo circa un milione e mezzo. Ma questa enorme quantità di abbozzi non è stoccata per essere stagionata, bensì per essere essiccata. Che poi casualmente, ma non necessariamente, il periodo d’essiccazione sia talvolta tanto lungo da poter parlare anche d’invecchiamento o stagionatura della radica è un fatto tecnicamente marginale. Tecnicamente essenziale è invece che l’abbozzo sia secco e lo si giudica tale quando la sua umidità relativa è di circa il 15 per cento. Questa è la percentuale ottimale, affinché tutte le lavorazioni avvengano nel migliore dei modi. Si potrebbe teoricamente lavorare il legno con una percentuale di umidità più alta, ma ci sarebbero degli inconvenienti quali, per esempio, che la linea della pipa, dopo la tornitura, venga a deformarsi, anche in maniera molto evidente, perché le fibre del legno continueranno a muoversi fino ad essiccazione stabilizzata.

Abbiamo provato, per curiosità, a tornire pipe con radica ancora molto umida ed abbiamo avuto risultati sconcertanti: una pipa tornita rotonda si è ovalizzata; un’altra si è abbassata di alcuni millimetri e si è gonfiata sui lati; un’altra ancora, tornita con la canna diritta, è diventata semi-curva; in quasi tutte il foro della canna, dove si innesta il bocchino, si è modificato nel diametro ed ovalizzato. Altri inconvenienti possono insorgere quando l’umidità relativa è inferiore al 15 per cento, ma questi inconvenienti sono rari, perché la radica in condizioni normali non scende quasi mai al di sotto del 10-11 per cento. Qualora dovesse andare oltre, le fibre perderebbero la loro elasticità, il legno potrebbe creparsi, e si renderebbe più difficile la tornitura, perché gli utensili, invece di sfogliare il legno in trucioli regolari, potrebbero strapparlo, con conseguenze negative per le successive lavorazioni. Abbiamo dunque chiarito qual’è il giusto equilibrio di essiccazione per produrre una buona pipa, ma io credo che molti fumatori, fuorviati forse da pubblicità imprecise, siano ancora convinti che «però la stagionatura della radica è un’altra cosa». Ribadito che la stagionatura, ovvero l’invecchiamento, lascia la radica così com’è e comunque non automaticamente la migliora; definito che il legno va lavorato con una ben precisa percentuale di umidità (e dirò più avanti come si può arrivare a tale equilibrio), cosa può succedere alla radica se la si lascia, per esempio, dieci anni ad invecchiare nei magazzini?

Può, se in ambiente particolarmente secco e ventilato, diminuire eccessivamente la propria percentuale di umidità, creando i problemi già esposti. Può, se in ambiente umido e poco aerato, trasformare il proprio colore da quello tipico ad uno verdognolo o nerastro che comprometterà l’aspetto finale della pipa. Inoltre – in certi climi – la radica, già secca, può venire attaccata da un particolare tarlo. Tarlo molto curioso perché, una volta penetrato nell’abbozzo, lo mangia completamente all’interno, senza mai uscire, e lascia le pareti esterne integre. E se questo tarlo dovesse… «metter su famiglia» addio pipe! È invece appropriato parlare di stagionatura quando ci si riferisce alle teste di pipe già tornite, che è auspicabile rimangano nei magazzini per un certo tempo prima di essere finite e vendute. In questo caso l’invecchiamento del legno non può creare alcun inconveniente futuro, anzi senz’altro determina un miglioramento. Infatti le teste già tornite, offrendo all’aria tutta la loro superficie esterna ed interna, tendono a perdere, in maniera semplice e soprattutto naturale, l’eventuale umidità residua, favorendo in questo processo la completa apertura della porosità, in primo luogo di quella parte interna del fornello in cui poi si fumerà.

Vediamo ora come avviene il processo di essiccazione degli abbozzi. Premetto che quando gli abbozzi arrivano alle fabbriche delle pipe dalle segherie, sono ancora saturi di umidità propria e di umidità acquistata durante la bollitura. Bisogna pertanto eliminare questa umidità e la cosa più semplice sembrerebbe quella di mettere gli abbozzi in un ambiente ben ventilato: con questo sistema si otterrebbe un’essiccazione veloce, ma la radica, estremamente delicata nel suo stretto intreccio di fibre diverse, si spaccherebbe nella quasi totalità e sarebbe quindi da buttare. È quindi indispensabile conciliare le due esigenze di avere un processo di essiccazione non troppo lungo, ma non così veloce da compromettere l’integrità del legno. Sono stati studiati molti sistemi di essiccazione artificiale: impianti a vapore, a ventilazione leggera, ambienti ad umidità e temperatura costante; io stesso ho sperimentato un impianto che sfruttava le scariche elettriche. Questi sistemi sono utilizzati in molte fabbriche con risultati a volte positivi, a volte meno. Hanno tutti il grosso vantaggio che permettono di lavorare gli abbozzi dopo poche settimane e di conseguenza di avere un magazzino non troppo elevato e costi passivi più limitati. Hanno di negativo che forzano il legno a fare in poche settimane il lavoro che altrimenti farebbe naturalmente in molti mesi.

L’essiccazione che noi della Savinelli preferiamo è quella naturale, nel senso che gli abbozzi non subiscono alcun trattamento da quando arrivano ai magazzini fino alla lavorazione. Inizialmente vengono lasciati nei sacchi per un periodo medio di 12-15 mesi, in un ambiente limitatamente aerato. In questo periodo perdono una buona percentuale di umidità, ma non arrivano all’essiccazione completa. La quale avviene successivamente, quando gli abbozzi, tolti dai sacchi, vengono esposti all’aria su apposite tavole di legno traforate, dove rimangono per circa altri 4-5 mesi. Ci sono diversi sistemi per valutare quando il processo di essiccazione è terminato: uno, scientifico, con l’uso di un particolare strumento elettronico, il quale, su un’apposita scala graduata, ci segnala l’umidità relativa all’interno dell’abbozzo. Un secondo sistema, meccanico, è quello di tagliare con la sega uno spicchio di abbozzo verso l’interno. Se lì tutto il legno è chiaro, l’abbozzo è secco; se c’è del legno ancora colorato di rosa o di rosso, ci vuole altro tempo per arrivare all’essicazione. Un terzo sistema, un po’ empirico, ma infallibile e rapido, se usato da persone di lunga esperienza, è quello di picchiare fra di loro due abbozzi: secondo il suono che danno si capisce se l’abbozzo è secco. Questo esempio è un’ulteriore conferma che quello di produrre pipe è un mestiere difficile, dove per fortuna la tecnologia e l’elettronica non hanno potuto sostituire la manualità e l’esperienza di coloro che a questo mestiere, chiamiamolo pure romantico, hanno dedicato tutto se stessi.

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