G. Ramazzotti: origini del mio amore

G. Ramazzotti: origini del mio amoreGiuseppe “Eppe” Ramazzotti si racconta descrivendoci l’origine della sua passione per le Pipe. L’articolo originale è pubblicato sulla rivista Smoking (n°1, marzo 1979).

G. Ramazzotti: origini del mio amore

Perché mi piacciono tanto le Pipe? Perché le ho fumate durante il corso di lunghi anni e ancora le fumo? A queste, e altre domande del genere, posso rispondere soltanto rimontando all’indietro nel tempo, per fermarmi intorno al 1910 o al 1911, quando ero ancora un ragazzino dodicenne o poco più. Allora avevo spesso occasione di far visita ai miei nonni materni (che mi volevano molto bene), sia nella loro abitazione milanese, al numero 26 di Via Montenapoleone, sia nella loro residenza estiva, in una vecchia villa alle Cascine Bovati (che ora hanno persino cambiato nome e si chiamano San Fruttuoso): alle Cascine Bovati (non lontane da Monza) si arrivava con un trenino, il cosiddetto “Gamba de Legn”, in partenza da Milano all’inizio di via Carlo Farini e che giungeva a destinazione costeggiando dapprima la strada provinciale, poi attraverso campi di grano, fioriti in Giugno da papaveri e fiordalisi e infine lungo il “vialone di Monza”, affiancato allora da alberi secolari, purtroppo scomparsi da molti decenni. Fu appunto il mio nonno materno a contagiarmi dell’amore per le Pipe: era notaio (per la precisione: presidente del Consiglio Notarile di Milano) e fumava sigari Virginia di giorno, all’aperto, e la Pipa in casa o alla sera. Di Pipe ne aveva molte ed i miei genitori avevano l’abitudine di regalargliene sempre una e diversa, acquistata durante i soliti viaggetti estivi in Francia o in Svizzera. Nella casa di Milano, su una delle pareti in camera da pranzo, erano appese tre Pipe (dicevano che fossero di origine russa) dal lungo cannello di un metro circa e dal fornello scolpito a formare volti barbuti e accigliatissimi. Nello studio della casa alle Cascine Bovati il nonno sedeva dinnanzi a un’ampia scrivania, certo di antica data, il cui piano era ricoperto da Pipe di ogni tipo e da un paio di vasi per il tabacco; fra le Pipe, ricordo ancor oggi quella con un ampio fornello di color rosso vivo, raffigurante il volto di un diavolo (forse dello stesso Satana). Alle spalle della scrivania, un altissimo scaffale, contenente una quantità di libroni, rilegati in pergamena od in pelle. Si aggiunga che la stanza e la casa erano illuminate soltanto con lampade a petrolio o con candele, perché mio nonno non apprezzava la luce elettrica e fu anzi uno degli ultimi milanesi ad adottarla nell’appartamento e studio notarile di via Montenapoleone. Ricordo ancor oggi lo strano stato — quasi ipnotico — in cui mi trovavo, entrando alla sera nello studio del nonno, quando alla poca luce del lume a petrolio mi mostrava le sue Pipe e mi parlava della loro origine. La camera era quasi al buio, il silenzio della campagna era rotto soltanto dal lontano gracidare delle rane, dalla voce del nonno, dallo scricchiolio dei mobili e dal sordo martellare di qualche tarlo entro gli antichi legni. Poi andavo a letto, nella mia camera al piano superiore, accompagnato a luce di candela dalla Menica, una vecchia cameriera toscana, percorrendo un labirinto di oscuri corridoi, interrotti qua e là da scalini e misteriosissimi per me ragazzino. Il nonno fumava esclusivamente nella Pipa il Tabacco del Moro, che — a quanto mi sembra — doveva corrispondere all’incirca all’attuale Trinciato forte, comunque — secondo le usanze del tempo — non fumava la Pipa alla presenza di signore e neppure per strada: in quei casi fumava sigari Virginia e quando andavano a cena da lui accendeva il solito sigaro e più tardi, attraverso una scaletta interna scendeva in cucina (posta all’ammezzato) per fumarsi tranquillamente la Pipa, in compagnia della vecchia Menica e del cuoco Ambrogio, un uomo magro e altissimo, con lunghi baffi alla cinese, di scarse parole. lo stavo spesso col nonno: certamente le sue numerose Pipe, il profumo del tabacco del Moro entro i vasi di ceramica, le aromatiche nubi di fumo mi fecero grande impressione, né mi fu possibile perderne il ricordo, unito come era ai miei primi anni di vita. Da tutto quest’assieme di cose scaturì anche l’idea della mia prima fumata di Pipa (anche se, in realtà, «la mia prima fumata» dovrebbe chiamarsi «le mie prime tre fumate»): ma di questa avventura e delle sue disastrose conseguenze non dirò nulla per ora; se del caso — e con molti dubbi — ne scriverò un’altra volta. Devo ora aggiungere che, oltre a mio nonno, anche uno zio, fratello di mia mamma, lo zio Francesco (detto Cecco dai familiari), uomo amenissimo, ebbe grande importanza nel farmi amare le Pipe. Debbo a lui le prime nozioni sulla radica e sulle sue varietà; personalmente lui aveva una spiccata predilezione per quelle oggi denominate a occhio di uccello o a occhio di pernice e non apprezzava per nulla le fiammate. Di Pipe ne capiva molto e le fumava spesso, accendendole e talora pulendole coi famosi fidibus, da lui stesso fabbricati; mi diede ottimi consigli (io avevo allora sedici o diciassette anni) e fu lui ad insegnarmi l’uso delle spuntature, purtroppo ora scomparse. Ricordo che le fumai per la prima volta, dietro suo consiglio, nel 1919, acquistandole da un tabaccaio di Eupilio (che allora si chiamava Galliano), mentre — ancora in divisa di tenente degli Alpini — ero in visita appunto dallo zio Cecco, nella sua villa di Galliano. Da allora, e sino a che furono in vendita, il fornello delle mie Pipe fu quasi sempre colmato dalle amatissime spuntature: oggi debbo ripiegare sulle svizzere cimette toscani, o sui toscanelli, o meglio su antico toscano sbriciolato, venduto purtroppo a prezzi follemente elevati, che senza dubbio ne limitano le vendite. E, a proposito dell’antico toscano: come mai — visto che il Monopolio assicura che esso è prodotto a mano — non sono ritornate sul mercato le ottime spuntature? Forse perché la vendita dell’antico toscano è molto ridotta, tanto da condurre a una produzione insignificante di spuntature? Giriamo la domanda al defunto, però in pratica sempre esistente Monopolio. In quanto a me, finisco la chiacchierata: ma ho voluto ricordare due persone da lungo tempo scomparse, che mi hanno voluto bene e che hanno contribuito moltissimo alla mia passione per la Pipa: la quale — a sua volta — mi ha permesso di raggiungere, in serenità, gli attuali 80 anni.

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