Radica: dove, come, quando

Radica: dove, come, quandoGiancarlo Savinelli tratta la radica dal punto di vista botanico e geologico passando in rassegna tutte le variabili di questa particolare escrescenza. L’articolo originale è pubblicato sulla rivista Smoking (n°2, giugno 1995).

Radica: dove, come, quando

Come tutti ben sappiamo la pipa tradizionale è fatta di radica, ovvero con una particolare escrescenza, chiamata ciocco, che si forma sottoterra quale rigonfiamento della radice dell’Erica Arborea. Questa pianta, o meglio questo grosso cespuglio, cresce, come pianta di sottobosco, solo ed esclusivamente in alcune aree della zona Mediterranea e fa parte della cosiddetta macchia Mediterranea. Queste zone, ovunque esse siano, presentano delle caratteristiche comuni: sono prevalentemente collinari e non distanti dal mare. Sono zone, per la gioia dei fumatori curiosi ed appassionati ma anche degli addetti ai lavori, sempre molto belle dal punto di vista paesaggistico. Basti ricordare i dintorni di Bastia e Portovecchio in Corsica, la Maremma Toscana, la zona nord orientale sarda, il Var francese a nord di St. Tropez, l’Aspromonte calabrese, l’Epiro… La nascita e la crescita dell’Erica Arborea sono assolutamente naturali e particolarmente lente, almeno per quanto riguarda lo sviluppo del ciocco. Infatti occorrono almeno 25/30 anni affinché una pianta formi un ciocco di dimensioni sufficienti a renderlo appetibile alla produzione di abbozzi. Devo precisare che l’estirpazione del ciocco comporta anche la morte della pianta: di conseguenza un bosco già tagliato può essere risfruttato solo dopo parecchi anni. Non vi sono mai stati interventi dell’uomo per incrementare le aree di sviluppo dell’Erica né a livello di semina, né di cura della pianta. Questo per due motivi principali: 1) il non interesse economico per un investimento, peraltro incerto, con un ritorno dopo 20/30 anni 2) la quasi certezza che una pianta di Erica, curata e nutrita dall’uomo, non formi il ciocco e perda quindi il suo specifico interesse. 

Questa lunga premessa serve per dimostrare quanto la nostra materia prima sia legata ai ritmi ma anche ai capricci della natura. L’intervento dell’uomo avviene successivamente, quando la natura ha esaurito il suo compito. Egli dovrà, di fronte ad una tale eredità, saperla valorizzare, e qui parliamo di pipe sul piano tecnico, funzionale ed estetico. Molte case di produzione dichiarano, vantano e, molto spesso, bluffano circa la provenienza della radica utilizzata per le proprie pipe, supponendo che tali dichiarazioni possano dare nel moderno linguaggio del marketing un importante “valore aggiunto”. Pensano forse di imitare il linguaggio di altri settori (vino, champagne, cognac, formaggi,…) incollando la targa “D.O.C.” alla materia prima. Mi viene quasi da pensare che, mancando argomenti più determinanti ed importanti, tale messaggio voglia coprire del vuoto! Anche molti fumatori, appassionati e molto convinti di tali informazioni, che peraltro in altri settori fanno parte della nostra cultura quotidiana, fanno proprie queste sensazioni al punto da essere portati a considerare più appetibile e migliore la propria pipa. Vorrei mettere un po’ di chiarezza ed ordine su quanto sia o non sia importante la specifica località di provenienza del ciocco. Cercherò di farlo fornendo delle notizie il più possibile oggettive e chiedendo fin d’ora comprensione a persone più esperte di me in botanica o in geologia per le mie eventuali inesattezze.

Differenza in latitudine

Aree Meridionali: Algeria, Tunisia, Marocco e Grecia – Le particolari condizioni climatiche (temperature più elevate e più prolungate e minor quantità di pioggia) ed ambientali (terreni relativamente più soffici e minor densità di adiacenti piante ad alto fusto) producono elementi favorevoli ad una crescita più veloce e relativamente più facile del ciocco. Quindi si può trovare ciocco più grande, più pastoso e meno fessurato, ma di contro la venatura, proprio per la maggior velocità di crescita, sarà più rara ed impersonale. Aree settentrionali: Sardegna, Corsica, Var e Toscana – Le condizioni climatiche non sono altrettanto favorevoli, le piante ad alto fusto circostanti sono più fitte e più alte. I terreni sono per lo più duri e rocciosi. Ogni elemento deve impegnarsi più sottoterra che nel fusto e nei rami ed il ciocco cresce lentamente, assumendo spesso forme meno regolari perché deve adattarsi a crescere laddove trova lo spazio. Avremo quindi un legno più forte con venature molto più strette ma anche con zone nodose poco sfruttabili. Tagliando i ciocchi si avrà una minor resa quantitativa, ma nel contempo una maggiore probabilità di trovare fiamme di incomparabile bellezza.

Differenze zonali

All’interno di ciascun territorio già menzionato si possono riscontrare differenze nel ciocco per motivi esterni. Ad esempio: esposizione del terreno a sud piuttosto che a nord; diversa tipologia delle piante ad alto fusto che compongono il bosco; possibilità o meno che il bosco negli anni abbia subito degli incendi; diversa composizione del terreno.

Differenze all’interno dello stesso bosco

La più importante è che piante di Erica Arborea vicine fra loro possono dare ciocchi molto diversi l’uno dall’altro, come può capitare che alcune piante addirittura non lo formino. Perché? Non si sa! Ci sono evidentemente fattori imponderabili che ci sfuggono, ma, come dicevano i latini, “Natura non facit saltum”, quindi la natura sa che… va bene così!

Differenza all’interno dello stesso ciocco

Auguro a tutti i fumatori curiosi di poter assistere al taglio del ciocco. Oltre ad essere un lavoro estremamente interessante sul piano della manualità, è stupefacente riscontrare quale meraviglia della natura si celi al suo interno. Zone fiammate meravigliose, vicino ad angoli assolutamente senza venatura. Legno bianco rosato da una parte, legno rosso cupo quasi marrone dall’altra. Pezzetti di legno o terra o sassi “mangiati” e “digeriti” dal ciocco durante il suo faticoso sviluppo. Sul piano della resa qualitativa, per avere placche e abbozzi è evidente che da uno stesso ciocco si può ottenere tutto ed il suo contrario. La norma vuole che da un buon ciocco si possano avere uno o due abbozzi di buona qualità, quattro o cinque di qualità media o bassa e, quando si è molto fortunati, anche una placca.

Differenze nel tempo

Fingendo di poter far scorrere un film che testimoni dove e quando si è scavato il ciocco nell’area Mediterranea, si nota che le zone di estrazione sono variate nel tempo per motivi diversi da quelli tecnici. Porterò un paio di esempi: 1) molti anni fa la costa Dalmata e le isole ad essa adiacenti erano un grosso bacino di raccolta del ciocco e milioni di abbozzi venivano spediti in Italia e soprattutto in Inghilterra. A quell’epoca si producevano pipe molto piccole. Quando i mercati hanno iniziato a richiedere pipe di dimensioni più grandi, il ciocco della Dalmazia non ha più interessato, in quanto, celando all’interno troppi sassolini, non si presta a produrre abbozzi più grossi. 2) Potete immaginare quante persone in Gallura o sulla Costa Smeralda abbiano oggi la voglia di dedicarsi ad un lavoro così faticoso e difficile come quello della raccolta del ciocco.

Conclusioni

Ma tutte queste informazioni, si chiederà il fumatore di pipa, non chiariscono i dubbi sulla bontà di questa o quella radica. Infatti, non è possibile dare un certificato di “bontà” in base alla provenienza della radica, perché in tutte le aree menzionate e per i motivi descritti la natura ci può dare del buono e del meno buono. E’ sempre e comunque l’uomo che, in base alla propria capacità ed esperienza deve fare la differenza. Sarà il cioccaiolo a distinguere quale ciocco raccogliere e quale no; sarà il segantino durante il taglio a segare il buono dal cattivo; sarà il produttore di pipe, se esperto di materia prima, ed in Italia ce ne sono, ad esigere la qualità migliore di abbozzi e placche. Sarà ancora l’artigiano a lavorare il legno in modo da esaltarne le caratteristiche con tecniche che l’esperienza ha tramandato, senza mai stravolgere ciò che la natura ha fatto. Sarà ancora il produttore di pipe ad aggiungere, se ce l’ha, quel “quid” che fa la differenza. La condizione necessaria, ma non sufficiente, che farà un buon prodotto è l’amore per il proprio lavoro e per l’oggetto che si produce.

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