Quando sono cattive

Quando sono cattive

Umberto Montefameglio, direttore della rivista “Il Club della Pipa”, disquisisce sulle pipe cattive. L’articolo originale è pubblicato sulla rivista stessa (n°6, dicembre 1967).

Quando sono cattive

Chissà perché questa pipa proprio non «vuole diventare buona». «Sono già alla ventesima pipata, ma è ancora cattiva». Ogni pipatore di una certa «anzianità di servizio» credo abbia nella sua collezione almeno una pecora nera: una pipa avara di soddisfazioni. Io ho una pipa che, sono certo, se fosse stata la mia prima pipa, ora forse sarei ancora un accanito fumatore di micidiali «tubetti» e non conoscerei le incommensurabili voluttà che solo certe buone pipe sanno dare. E’ probabilmente per questo motivo che se cerco di convertire alla pipa un caro amico prima gli faccio io il rodaggio, oppure, dopo averle cambiato il bocchino, gli regalo una mia pipa vecchia, una delle migliori. Forse per questo di amici cerco di farmene pochi… A meno che non siano già pipatori.

Chi compra una pipa di marca, si sa, è difficile che rimanga deluso; più facile, se sceglie una pipetta anonima, di poco prezzo. «Ma — obietterà qualcuno — io ho una pipetta da 500 lire che è una meraviglia». Ne ho una anch’io e non so proprio dirvi chi l’abbia fabbricata: sul cannello c’è scritto «bruyère», ma questa parola, come il lettore certo sa, vuol solo dire «radica» in francese; il che non garantisce però che la pipa sia stata fabbricata in Francia. Quella pipa è l’unica superstite delle pipe della mia adolescenza, che comprai ancora studente a Torino, su una bancarella di via Po, quasi di fronte ad un negozio oggi tempio dei pipatori subalpini. La pagai, non ricordo più, cento o duecento lire; ebbene, ancora oggi questa pipetta è lì, sul mio «collector», dove tengo le sessanta pipe migliori. E’ lì proprio in mezzo ad una fiammata ed una bella sabbiata. E questa mattina, come faccio spesso, per la prima pipata ho scelto proprio lei, la più piccola, la più modesta: la riempio di Three Nuns o di Park Lane, che sono i miei trinciati mattutini. Le altre due belle pipe di marca, che sono anch’esse nel «turno» di oggi, fremono, ma dovranno aspettare; la prima è riservata alla pipata di Capstan dopo pranzo e la seconda, alla sera, sarà riempita di Hollandia e spuntature, mentre guarderò il film alla TV, con accanto il bicchierino della grappa di Barolo (se mia moglie dovesse correggere le bozze di questo articolo cancellerebbe «bicchierino» e scriverebbe «bottiglia»; è sempre esagerata, lei).

Questa pipetta, dunque, è tra le migliori, ma altre ne ho avute dello stesso prezzo ai goliardici tempi della penuria di «quibus» ed erano quasi tutte pessime; hanno fatto, ahimè, ben misera fine. Di una di esse scoprii, durante una rabbiosa vivisezione, che aveva una caverna che trapassava il fornello da parte a parte; per forza era cattiva: fumavo stucco, neanche della migliore qualità… La pipa di poco prezzo che diventa buona è secondo me una eccezione, la classica eccezione che conferma la regola. Oggi come oggi, per avere una pipa degna di questo nome bisogna spendere sulle tre-cinquemila lire. Ma vi voglio parlare di altro: cioè delle pipe dalle cinquemila lire in su, che non diventano buone. Perché certe pipe di valore irrisorio siano cattive è facilmente spiegabile. Si tratta di pipe fatte con radica di scarto o con radica insufficientemente stagionata o ricoperte con vari strati di vernici di poco prezzo o addirittura, a volte, con buchi cosiddetti «passanti». Quest’ultimo, però, è un caso limite. Nessun fabbricante serio, infatti, mette in commercio, sia pure nelle più infime sotto-marche, una pipa col buco «passante»: anche gli studenti squattrinati hanno diritto di pipare, perbacco! E infatti le «teste» coi buchi da parte a parte servono a scaldare le fabbriche d’inverno… oppure le serre con le rose.

Ora, una buona pipa di marca ha i seguenti requisiti: è fatta di radica ben venata e stagionata, non ha stuccature, o almeno ne ha poche e piccole che non incidono assolutamente sulla bontà della pipa; se è verniciata, il fabbricante ha usato coloranti inodori: insomma, chi firma una pipa con la sua marca, e magari col proprio nome, ha tutto l’interesse di mettere in vendita un prodotto buono. Meglio scartare qualche testa difettosa in più che fare brutta figura. Vi è però l’imponderabile. Cioè può succedere che la radica provenga da un ciocco magari centenario, che sia stata stagionata per un lungo periodo, che sia stata rifinita con cura, che sia stata colorata a regola d’arte o anche solo lucidata; eppure può succedere che questa pipa sia avara di soddisfazioni. La colpa non è certo del fabbricante. Che cosa può essere successo? Difficile spiegarlo. Basti dire che due pipe fatte con radica dello stesso ciocco possono avere sapore differente. Infatti, una parte del ciocco può essere stata esposta verso il mare e l’altra verso il monte, una parte verso il sole e l’altra in ombra perenne. Può dipendere dalla natura del terreno o dal fatto che la pianta di erica arborea è cresciuta accanto ad un altro albero ammuffito. Può anche darsi che una talpa abbia fatto la tana proprio vicino al ciocco, o che qualche capra si sia fermata lì accanto per impellenti necessità fisiologiche. 

La radica, appunto perché materia naturale, non è come un prodotto sintetico che l’uomo può fare esattamente come vuole. Di questo problema di pipe che non diventano buone ne ho parlato a lungo anche con il prof. Ramazzotti, noto ormai più per la sua cultura pipologica che per fama internazionale di studioso di tardigradi. Ebbene, l’illustre pipologo non ha saputo neppure lui dare una spiegazione precisa al fatto che una certa pipa possa non diventare buona. «E’ però un caso molto raro, se si acquistano pipe di marca — ha precisato il prof. Ramazzotti —. Ho fumato in vita mia più di 500 pipe di radica e a dire la verità due sole non sono mai riuscito a farle diventare buone: una, ogni volta che la fumo, è come se fosse la prima pipata; l’altra ha un profondo radicato sapore di muffa che non sono riuscito ad eliminare in alcun modo». Due pipe cattive su cinquecento sono ben poca cosa, ma bisogna considerare appunto che il prof. Ramazzotti si riferisce solamente a pipe di marche pregiate. Vi sono però certe pipe che stentano più delle altre a «farsi», ma prima o poi, tranne quelle rarissime eccezioni a cui accennavamo sopra, tutte finiscono per dare soddisfazioni. Lo spazio avaro mi costringe a rimandare al prossimo numero (link) la descrizione dei metodi usati dal prof. Ramazzotti e dal sottoscritto per far diventare buona una pipa ribelle. Invitiamo i lettori a esporci le loro esperienze in proposito: può darsi che qualcuno abbia trovato qualche sistema ancora migliore dei nostri.

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