Quando in famiglia non puoi

quando in famiglia non puoiTonino Ruscitto firma questo simpatico pezzo pubblicato sulla rivista Smoking (n°1, marzo 1982). L’argomento, ciclicamente, riemerge e viene trattato anche nelle “moderne” comunità on-line dei fumatori di pipa: come fare se, il nostro fumo, infastidisce la nostra famiglia? Beh, il signor Tonino Ruscitto, raccontandosi, ci restituisce un quotidiano che – a tratti – mi ha fatto tornare alla mente (e vuole essere un complimento, intendiamoci) il Marcovaldo di Italo Calvino.

Quando in famiglia non puoi

Della pipa o, meglio, dell’uso della pipa personalmente ho una concezione “dinamica”.
In altre parole, non sono completamente d’accordo con quanti vedono la pipa circonfusa di un alone miticamente statico fatto di poltrona (magari, di fronte ad un bel caminetto), di comode pantofole ai piedi e di bottiglia di cognac o di whisky a portata di mano.
Sarò subito sincero: questa mia visione “dinamica” della pipa è solo in parte frutto di un intimo convincimento e di una predisposizione caratteriale. Di più è la risultante di due cause di forza maggiore: un’allergia ed il vertiginoso aumento del costo della benzina. Immagino già il vostro disorientamento, il vostro stupore. L’allergia? L’aumento del prezzo della benzina? Ma che hanno a che spartire con la pipa, seppure “dinamica”? Hanno a che spartire: seguitemi e ve ne renderete conto.
Incominciamo dall’allergia, non fosse altro perché è la causa principale del “movimento” che caratterizza, da lungo tempo oramai, le mie pipate che, solo per comodità espressiva, ora definisco “domestiche”…
L’allergia in questione è quella che angustia mia moglie (soprattutto) e mia figlia. Basta un fil di fumo (eccezion fatta per quello pucciniano della “Butterfly”) e i loro nasini fanno tilt nel senso che si intasano. Subito dopo arrivano starnuti a raffica e, infine, a complicare ancor più le cose, sopraggiunge un brutto mal di gola come se, invece di aver annusato un po’ di fumo di tabacco, mia moglie e mia figlia fossero andate a spasso, in piena stagione invernale, sulle cime dolomitiche in maniche di camicia…
Capirete come, davanti ad un quadro clinico così preoccupante, a suo tempo fui costretto a correre ai ripari, a trovare dei rimedi. Che fare, allora? Rinunciare alla pipa ed al tabacco in generale? No, francamente, non me la sentivo. Impossibile.
Rinunciare alla famiglia? Per natura non sono portato alle esagerazioni né amo fare scandali… Una maniera per far convivere insieme mia moglie, mia figlia, io, la pipa, qualche sigaretta e qualche sigaro ci doveva pur essere. Senza contare, poi, che mia moglie vantava, nei riguardi della pipa, un diritto di precedenza dal momento che avevo conosciuto ed amato prima lei che la pipa. Scartata l’idea del divorzio, automaticamente spariva anche il problema della rinuncia a mia figlia. Sfortunatamente però restava il problema di non rinunciare alla pipa, almeno fra le pareti domestiche.
Mi guardai attorno come se fosse la prima volta che capitassi a casa mia e, dopo aver constatato che non potevo usufruire di una soffitta di cui non disponevo, scartai l’uso dello scantinato perché scomodo, umido, maleodorante e poco o niente aerato. Mi rimanevano il pianerottolo condominiale e la balconata dell’appartamento in cui abito. Avrei sfruttato il pianerottolo nelle giornate fredde dell’autunno-inverno e nelle ore calde della stagione estiva e la balconata nelle giornate ed ore meteorologicamente propizie.
Abolite le soste su sedioline e sdraio dopo un paio di rovinose cadute, sulla balconata preferisco camminare (una ventina di passi, andata e ritorno) mentre fumo la pipa. Ogni tanto mi fermo davanti alla balaustra per “appoggiare” non “la mia malinconia” (evitando, così, la scontata imitazione ungarettiana) bensì, un po’ più prosaicamente, l’eventuale mia stanchezza.
I vantaggi che traggo da queste mie pipate peripatetiche sulla balconata sono innumerevoli. Ve ne elenco schematicamente alcuni, non senza aver prima fatto notare che tale balconata dà su un fazzoletto di verde sfuggito, chissà come, al bombardamento di cemento più o meno armato che ha devastato Monte Mario, qui a Roma. Ma torniamo ai vantaggi. Eccoveli:

  1. osservazione, nelle ore notturne (è chiaro), di alcune costellazioni, nonché delle romantiche fasi lunari. Conto, prima o poi, di avvistare l’immancabile disco volante che finora tutti hanno avvistato ed io ancora no;
  2. specializzazione nella cura delle piante domestiche dislocate lungo tutta la balconata. Ho un pollice così verde che più verde non si può averlo. La cosa è messa in dubbio dalle mie due donne. Secondo loro, “annebbiato dal fumo della pipa” (sic), strappo le piantine buone e risparmio le erbacce. Ma, si sa, “nemo propheta in patria”… figuriamoci “in familia”…;
  3. studio degli amori rissosi, rumorosi, violenti, funambolici, sofferti delle coppie di gatti ai quali fanno contrasto quelli più calmi, più schivi, più signorili direi delle coppie di neri merli, variopinti cardellini e giallo-verdi verzellini;
  4. riflessioni analogiche sulle lotte sorde, senza esclusione di colpi, fra i maschi dei gatti, per la difesa o presa del potere… e delle gattine. Tutte le mie simpatie vanno, osservando tali lotte, ad un magnifico gattone color tabacco… Lui, i gatti nemici, se li fuma tutti…

Sul pianerottolo, come ho già spiegato, di solito fumo la pipa quando non mi è possibile farlo sulla balconata e cioè quando piove, fa freddo e, d’estate, quando impazza la canicola. Le distrazioni sono minori e, quindi, è possibile accompagnare alle pipate letture non molto impegnative alla luce, un po’ spettrale a dire il vero, dell’immancabile plafoniera. Le camminate qui sono lente e circolari. Ogni tanto però conviene cambiare il verso del giro, ad evitar giramenti di testa accompagnati da senso di nausea. Soste? Sì, ogni tanto restando “surplace” oppure facendo brevi, brevissime sedute sui gradini.
La cosa non è molto entusiasmante: il primo, perché i gradini, si sa, sono duri e poi, stranamente, basta sedersi per un attimo sui gradini per sentirsi immediatamente più… a terra di quanto effettivamente uno non stia. Certe volte mi chiedo se… che so… un Agnelli, un Rothschild provano le stesse sensazioni standosene seduti su un gradino…
Comunque, bazzicando abbastanza di frequente il pianerottolo, posso vantarmi di essere uno dei pochi mortali che, senza aver preso parte ad una sola riunione di condominio, conosce tutti gli inquilini del palazzo in cui abita. Della maggior parte di loro ho fatto la conoscenza in occasione dei guasti (non certo rari) all’ascensore. I più, specialmente quelli non più in verde età, li sento arrancare tirando certi moccoli da far arrossire persino un toscano (e non alludo al glorioso sigaro…). Poi, appena mi scorgono sul pianerottolo smettono di smoccolare e, fra una penosa sbuffata e l’altra, trovano la forza di dire che, in fondo, un po’ di moto fa bene… L’altra causa che ha contribuito a dare dinamicità alla mia pipa è scaturita, come ho accennato sopra, dall’aumento (il milionesimo o giù di lì nel giro di un ventennio) del costo della benzina.
(A proposito — scusate la breve digressione —, avete notato anche voi come, ad ogni aumento del prezzo della benzina, fa da “pendant” in maniera direttamente proporzionale un aumento del traffico? Se questo non è masochismo…)
Su di me le due cose e cioè l’aumento del prezzo della benzina e l’aumento del traffico hanno, invece, avuto effetto e come… Da parecchi mesi ormai, per recarmi in RAI uso un mezzo economicissimo, ecologico e vecchio quanto l’uomo, i piedi, chiamati qui a Roma anche “fette”. Tre chilometri all’andata e tre al ritorno: esattamente quattordici in meno di quelli percorsi dal poveraccio di cui parlava o, meglio, cantava anni fa Nicola Arigliano in una canzone di successo. Appresso mi porto sempre qualche disco (un po’ i ferri del mestiere) e la pipa. I vantaggi, da ogni punto di vista, sono entusiasmanti: da quelli economici a quelli che dà l’ineffabile piacere di poter fumare la pipa in santa pace, in libertà, in movimento. A tutto questo — e già non è poco — s’accompagna un senso di calma ordinata mentre cammino speditamente in mezzo al caos di auto, autobus, moto, motorini e motorette dai quali si sprigionano le solite note rabbiose del solito demenziale concerto di clacson. L’unico strumento musicale, come più o meno sosteneva Ennio Flaiano, che tutti gli italiani sanno suonare.

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