Quando il mio si confonde con l’io

Quando il mio si confonde con l'io

Di Guido Zavattaro. La lettera originale è pubblicata sulla rivista “Il Club della Pipa” (n°6, dicembre 1966).

Quando il “MIO” si confonde con l’ “IO”

E’ la ’’mia pipa”, mia da più di venti anni, “mia” più delle altre, più di cento mie pipe. E’ mia quasi come sento mio un mio braccio od un mio orecchio, al confine dove il “mio” si confonde con l’ ”io”. Stava sbocciando la primavera del ’42, quando in Russia, dove mi trovavo, ufficiale d’Artiglieria, mi giunse una lettera di un mio fratello, nella quale mi preannunciava, con parole acconce a solleticare la curiosità di un fumatore che della pipa gode la forma oltre che il fumo, l’arrivo di un pacco, ove, oltre il resto, avrei trovato una pipa, ottima di marca, dissueta nella forma. La steppa era tutto un germoglio ed il sole era già caldo, quando, finalmente, arrivò l’ ’’attesa”. Era, anzi è, una pipa ricurva, di forma un po’ strana, la prima comunque che vidi sbozzata così. Mio fratello, sia per cortesia verso di me, che per comprensibile gusto personale, aveva già provveduto, con sagge, dosate fumate preparatorie, a rendere la pipa pronta all’uso.

All’arrivo del pacco, lo apersi con una fretta superiore al consueto, sbozzolai la pipa dal suo involucro protettore, subito adocchiato, la impugnai, ne gustai l’aspetto alla luce e controluce e… me la infilai tra i denti: sapeva del profumo della marasca. Ancora oggi, non so per quale strano caso, quando fredda, ne aspiro le prime boccate, unisce all’aroma del tabacco il profumo della marasca, pure essendo una pipa di radica. Cominciai così a fumare in questa pipa che alternavo con due altre, inglesi; ma questa, che mi aveva raggiunto dall’Italia, divenne la mia preferita. Passavano i mesi e le tre pipe si alternavano tra le mie labbra, ma, nei momenti di emergenza, era ’’Lei” che sceglievo per riporla in tasca, fida compagna.

Venne l’inverno del ’42. Era l’alba di un giorno di mezzo dicembre e mi trovavo in una isba di Makaroff, paesino ad alcuni chilometri dal Don, sede del comando della mia divisione. Da giorni si sentiva rombare il cannone e da giorni si combatteva disperatamente sulla sponda destra del Don. Ad un tratto squillò il telefono da campo: ordine di apprestare a difesa i miei pezzi e di fare suonare l’allarme dal mio trombettiere. Provvidi a quanto necessario e, mentre la tromba suonava accorata e rabbiosa, provvidi anche a me stesso: antigelo ed un paio di calze supplementari ai piedi, due bombe a mano nella tasca destra del pastrano e nella sinistra la ’’mia” pipa e la borsa del tabacco stipata degli ultimi resti del trinciato ’’Italia” che mi ero portato in Russia e che tenevo come estrema riserva: talmente estrema che, per non intaccarla, mi adattavo, quando ne disponevo, all’erbaceo tabacco tedesco e, quando ne trovavo, alla forte ’’macorca” russa.

Ebbe poi inizio il ripiegamento, sempre più doloroso, sempre più disperato. La mia pipa, nella tasca, mi accompagnava nella marcia e nel gelo, che sempre di più si faceva sentire. Il fumo, che raramente si levava da essa, segnava le mie soste. Nel fumo della pipa trovavo un mio breve Nirvana. Più tardi, le mie mani congelate non mi permisero, per lungo tempo, di fumare, ma quando all’ospedale, in Italia, oramai convalescente, mi venne donato un pacchetto di tabacco svizzero, profumato ed invitante nella carestia di quel tempo, sorrisi alla mia pipa che mi guardava dal comodino, mi levai dal letto, e, con la mano sinistra, valida, aprii il pacchetto e caricai lentamente e dolcemente il fornello della mia amica. Poi, nel corridoio, l’accesi e lo sfrigolio del primo zolfanello l’ho ancora nella memoria. Ero ritornato io.

Ricordo una poesia che lessi da piccino, che raccontava di un vecchio soldato di Napoleone che chiedeva di essere sepolto con la sua pipa in tasca e la sua croce al valore sul petto. Io desidero quello che desiderava quel vecchio soldato.

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