Pipe e ricordi di una guida alpina

Pipe e ricordi di una guida alpina

Maurizio Achille de Julio intervista la guida alpina Pierino Sertorelli. L’articolo originale è pubblicato sulla rivista Smoking (n°2, giugno 1982).

Pipe e ricordi di una guida alpina

La lancetta dell’altimetro segna intorno ai 3800-3900 metri. Sotto, alla destra del piccolo e agile elicottero, si ergono le cime alpine dai nomi epici: Cevedale, Ortles, Gran Zebrù, Cresta di Rejt. Poco oltre, a sinistra, si staglia inconfondibile il Piz Umbrail, già in territorio elvetico. L’elicottero, alzatosi da Bormio, si sta dirigendo, dopo un’ampia virata, verso le nevi eterne dello Stelvio, dove hanno sede alcune delle più affermate ed attrezzate scuole di sci estivo. Al mio fianco siede, pipa in bocca in un volto che più «montagnino» di così non riesco ad immaginare, un personaggio noto a tutti gli sciatori italiani e non. Ha lo Stelvio e lo sci nel sangue, è una questione di razza, nel 1872 suo nonno già lavorava lassù, nel 1904 suo padre ed i suoi zii, ora lui con la sua discendenza. È Pierino Sertorelli, classe 1916, guida e maestro di sci, ex nazionale, membro del soccorso alpino e guida alpina, personaggio lucido ed umano del mondo sciistico italiano, che tanta evoluzione ha subito negli ultimi decenni. Ma Pierino, pur adattandosi alle nuove tendenze e mode, non ha mai tradito il sostanziale per l’esteriore, e soprattutto non dimentica che lo sport è anche generosità e comprensione, in cuor suo, sono certo, c’è più spazio per i dilettanti impacciati che per gli stilisti altezzosi. Dicevo pipa in bocca, ed allora, accomunati da un fil di fumo, inizia il dialogo, mentre già appaiono le sagome degli alberghi-rifugio ove tra qualche settimana affluiranno migliaia di sciatori per frequentare quelle che un neologismo designa come le «Università dello sci». I nomi di queste facoltà? Eccoli: Livrio, Nagler, Pirovano, Perego e quella che il nostro fumatore ha fondato e dirige, la Sertorelli.

Pierino, da quanto fumi la pipa? “Ho iniziato tardi, avevo 29 anni, ero in Prussia, prigioniero”.

E perché proprio la pipa? “Perché il tabacco, che qualcuno ci passava, era troppo grosso e grezzo per bruciare avvolto nella carta da giornale, ed allora niente sigarette (ma erano sigarette quelle?), quindi da necessità virtù. Un pezzo di ciliegio fatto bollire un paio d’ore, poi essiccato, sbozzato, forato, un cornino di cervo per bocchino ed ecco la pipa. E ci serviva, perché fumare quel tabacco fortissimo era dimenticare per un attimo, e di dimenticare ne avevamo bisogno”.

Quante pipe avevi in prigionia? “Cinque o sei; tempo a disposizione ne avevamo tanto, purtroppo, e per impegnarlo si faceva ogni cosa. Ricordo che smontammo un binocolo rotto per prenderne le guarnizioni di ottone che ci servirono per le vere dei bocchini e le lenti furono utili per accendere il tabacco”.

La tua collezione adesso? “Una cinquantina di pezzi, certe acquistate, altre regalate. Una dozzina di gran lusso, altre più economiche, ma ho lo stesso riguardo per tutte”.

Che tabacco fumi, abitualmente? “Spuntature di toscano”.

Le pipe preferite? “Una Savinelli ed una pipetta anonima, forse perché più ricche di ricordi”.

Fumi molto? (Mi sorride e risponde): “Non troppo, alle volte capita che sto anche dieci minuti senza accendere la pipa”!

Smetterai prima di sciare o di pipare? “Penso sciare, perché pipare è più facile e meno faticoso”.

Sei più affezionato alle pipe o agli sci? “Per me gli sci sono stati e sono la vita, le pipe mi hanno aiutato a renderla più lieta”.

Consiglio per iniziare una pipa nuova? “Si, massima concentrazione. Assoluta”.

Le pale dell’elicottero violentano l’aria, un cilindro di neve turbinosa e diafana si alza tutt’intorno al mezzo che sta per adagiarsi sul manto, che qui misura dai due ai tre metri di altezza. Per fare una ricognizione alle strutture dei rifugi, bisognerà entrare dal secondo o dal terzo piano. Un’ultima domanda al nostro uomo, prima che i motori si plachino.

Hai da raccontarmi un episodio legato alla pipa? “Attraversavo il ghiacciaio del Madaccio, tra lo Stelvio e l’Ortles, quello là sotto, vedi?, ed avevo sulle spalle due pezzi di ferro, residuati della guerra 15-18, e la pipa in bocca, proprio una di quelle fatte in prigionia, grossa e grezza. Aveva nevicato di fresco e tutto era uniforme, ad un tratto perduto l’equilibrio sono caduto in avanti, istintivamente ho aperto la bocca e la pipa è volata via, scivolando sulla neve; la seguivo con gli occhi, dopo qualche metro … la neve si apre e la pipa va giù nel crepaccio. L’ho vista laggiù, dieci-quindici metri di azzurro. M’è parso di sentire l’odore del fumo tornare in superficie a salutarmi e poi spegnersi. Era un po’ di me stesso, che moriva tra le nevi”.

Ora il portellone si è aperto, Pierino con le racchette ai piedi si allontana verso il suo rifugio, il pilota gli grida «Torno verso l’imbrunire a riprenderti». Il vecchio uomo della montagna si volta, accenniamo un saluto con la mano, e sembra che la sua pipa ci sorrida. Ciao, Pierino!

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