Pipe celebri: la pipa tra i denti dei personaggi famosi

Pipe celebri: la pipa tra i denti dei personaggi famosiGiuseppe Bozzini passa in rassegna i fumatori di pipa più celebri, immaginari e non. L’articolo originale è pubblicato nella rivista Smoking (n°3, settembre 1986).

Pipe celebri: la pipa tra i denti dei personaggi famosi

La consueta pagina delle lettere si trasforma questa volta in un articolo sui nomi celebri legati alla pipa. Me li chiedono alcuni giovani lettori. Vogliono modelli o rassicurazione? Forse la loro è semplice curiosità, che accontento volentieri, anche perché gli elenchi «vanno» persino in letteratura. Si può cominciare constatando che forse proprio i più celebri sono personaggi inventati, ennesima prova che quando la fantasia va a segno risulta più vera del vero. Del resto a uno di questi personaggi, il detective inglese Sherlock Holmes, è dedicato in patria il culto — popolare e letterario — che si può dedicare a una persona realmente vissuta. «Alto, magro, dal cranio spiccatamente dolicocefalo», dal «volto affilato, vivace, incorniciato dai copri-orecchi del suo berretto da viaggio» e dalle lunghe mani sensitive e nervose, la pipa è inseparabile da Sherlock Holmes e gli serve, come la veste da camera, per raccogliersi e pensare. Quale pipa? L’iconografia teatrale e cinematografica gli ha attribuito definitivamente la Calabash (e a questa iconografia si è giustamente attenuto Dorelio Rovera nella sua recente serie di pipe ispirate ai grandi detective). Ma è proprio così?

I racconti e romanzi polizieschi dello scrittore scozzese Sir Arthur Conan Doyle (che è vissuto tra il 1859 e il 1930) sono raccolti in una decina di volumi: il primo della serie, «La macchia scarlatta», è del 1887, che è quindi la data di nascita di Sherlock Holmes. Ne ho letti parecchi di questi racconti, ma molto tempo fa, e francamente allora non ho badato con sufficiente attenzione al tipo di pipa. «S.H. si raggomitolò tutto sulla sedia, sollevando le ginocchia fino quasi all’altezza del suo naso, e rimase seduto con gli occhi chiusi e la pipa d’argilla nera che gli usciva dalle labbra come il becco d’uno strano uccello». Ecco, mi pare di ricordare pipe di terracotta, di marasca, di radica; vere e proprie Calabash no, ma posso sbagliare. Quel che mi ha colpito, invece, sono le pessime abitudini del fumatore Sherlock Holmes: conserva i fondigli e li rifuma, tiene il tabacco nella punta di una pantofola o babbuccia persiana e per di più accanto al camino. Opinabile il fatto che conservi le pipe con il bocchino in basso e interessante che fumi tabacchi diversi secondo le ore del giorno. Curioso che anche il suo assistente e cronista, il dottor John H. Watson («Elementare, caro Watson») fumi la pipa; ma risulta solo in pochi racconti. E allora, com’è saltata fuori la Calabash? Pare che l’idea sia stata di William Gilette, il primo attore che ha portato sulla scena il personaggio già popolare (non dimentichiamo che Conan Doyle ha scritto anche commedie, romanzi storici alla maniera di Walter Scott, opuscoli di propaganda patriottica e persino libri di spiritismo e scienze occulte, argomenti ai quali, lui che era medico, si era appassionato negli ultimi anni della sua vita). Da allora altri interpreti del personaggio, in teatro, al cinema, in televisione, hanno seguito l’esempio di Gilette, ed ecco fissata per sempre un’immagine, il dinoccolato investigatore inseparabile dalla sua curva Calabash. Sarà perché ci siamo abituati, ma non riusciamo a vedere in bocca a Sherlock Holmes una pipa diversa; o forse quell’attore inglese aveva azzeccato proprio la pipa giusta.

L’altro personaggio immaginario è Maigret, l’ispettore francese creato da George Simenon (che è belga e pipatore verace), anche lui inseparabile dalla pipa che si confà all’acuta e sanguigna bonarietà del tipo umano. I meno giovani hanno ancora negli occhi l’indimenticabile interpretazione del caro Gino Cervi in una serie televisiva degli anni sessanta, alla quale si attribuisce (e non si sbaglia) il merito di aver convertito alla pipa migliaia di italiani. Posso aggiungere per esperienza diretta che Gino Cervi, nelle pause delle riprese, correva a fumarsi una sigaretta; ma che poi, piano piano, aveva preso gusto alla pipa, anche lui «convertito». La pipa di Maigret è una diritta classica, sul medio-grosso, nella quale fuma ovviamente il «gris», l’altrettanto classico trinciato francese Caporal. 

È il momento di passare ai pipatori in carne e ossa; ed è il momento dell’imbarazzo. Perché, nel grande numero, è facile dimenticare chi non si dovrebbe. Per fortuna, un po’ tutti gli italiani «che contano» sono apparsi nelle pagine della nostra rivista: i politici come Pertini, Mammì, Andreatta, Reviglio, Severi; i sindacalisti come Lama e Trentin; i giornalisti Augias, Brera, Goldoni, Orefice, Pansa, Sparano, Torelli; gli architetti Zevi e Piano; e poi Umberto Eco, Mike Bongiorno, Bearzot, Alberto Rusconi, Pavarotti, Nanni Loy, Alberto Dall’Ora. Basta sfogliare la raccolta di «Smoking» e si ritrova un bell’empireo. Senza contare pipatori celebri del recente passato, da De Pisis a Ruggero Ruggeri, da Giorgio Bassani a Emilio Cecchi e Umberto Saba; anche a quel «piccolo» poeta che fu Berto Barbarani che definì la pipa «cane da caccia dei pensieri». La poesia, piccola e grande, è ben rappresentata nel nostro mondo: Apollinaire, Baudelaire, Mallarmé, basta la triade massima dei francesi? E l’accoppiata inglese Byron-Tennyson? Di Lord Alfred Tennyson si racconta che mentre lavorava teneva ai piedi una scatola piena di pipe di terracotta; ne prendeva una, la fumava, poi la rompeva e la gettava in una seconda scatola che teneva a portata per questo scopo. Pare che non abbia mai fumato due volte la stessa pipa, abitudine che gli risulterebbe un po’ difficile con le radiche di oggi, tanto più che prima di diventare un’istituzione nazionale (e «poeta laureato») aveva attraversato periodi economicamente oscuri. Carlyle ha scritto di lui: «Uno dei più bei uomini che esistono al mondo; con una gran massa di capelli neri, occhi color nocciola, vivaci e sorridenti; volto statuario, aquilino, assai imponente eppure estremamente delicato…». Per chi non lo ricordasse, Tennyson ha vissuto in pieno l’età vittoriana, essendo nato nel 1809 e morto nel 1892.

Non altrettanto famoso, ma certo non trascurabile, il poeta e saggista Charles Lamb (che scrisse anche con lo pseudonimo di Elia) era arrivato ad affermare che lui perseguiva tenacemente la pipa «come alcuni uomini perseguono tenacemente la virtù». Ci si è sempre meravigliati — per restare in Inghilterra — del fatto che Shakespeare non abbia mai detto una parola sul tabacco, mentre per esempio Sir Francis Bacon, suo compagno di bevute (e da qualche leggenda accreditato come vero autore delle immortali opere teatrali), era un gagliardo fumatore di pipa. La spiegazione starebbe nei legami di Shakespeare con il re Giacomo I, passato alla storia come odiatore del tabacco; ma anche Bacon, sia pure con alti e bassi, fu legato al re. Misteri della storia e del fumo.

Eccellenti pipatori Rudyard Kipling e Somerset Maugham, Dickens e Bertrand Russel, il letterato inglese decisamente più benemerito della categoria è stato però James Matthew Barrie, fecondo autore di teatro, il cui nome è soprattutto legato al fantasioso Peter Pan (commedia nel 1904, racconto nel 1906 con un seguito nel 1910). Le storie letterarie scrivono di lui: «Uno sfortunato matrimonio con un’attrice si sciolse nel 1909, e fu dopo questo divorzio che si formò attorno al Barrie quella imprecisa leggenda che lo vide come Peter Pan invecchiato e dolcemente deluso, metà savio e metà folletto, segregato dalla realtà in una modesta quiete, con l’eterna pipa taciturna». Ecco: queste storie ignorano quasi sempre un’opera per noi (noi della congrega) fondamentale, scritta nel 1890 e intitolata “My Lady Nicotine”. Nel libro Barrie parla di una favolosa Arcadia Mixture la cui identità ha intrigato, a suo tempo, molti lettori-fumatori. Al punto che Barrie alcuni anni dopo dovette rivelare che si trattava della Craven A Mixture, prodotta dalla Carreras Ltd (la lettera A era stata aggiunta successivamente e stava appunto per Arcadia). Non risulta che abbia guadagnato un soldo da questa propaganda; ma che bei tempi quando uno scrittore poteva avere tanto peso su fumatori e produttori di tabacco. Noblesse obblige, lasciamo l’Inghilterra con i nomi di tre pipatori regali: Giorgio V, Edoardo VIII, il duca di Windsor che è stato anche Principe di Galles e in questa veste ha dato, senza volerlo, il nome a un modello di pipa.

Tra i letterati americani devoti alla pipa, da ricordare Herman Melville e Sinclair Lewis, ma soprattutto Samuel Langhorne Clemens, cioè Mark Twain. Umorista e dissacratore, prendeva la pipa tanto sul serio che — almeno così si racconta — rinunciò a tenere una conferenza ben remunerata perché cadeva nella sera che egli regolarmente dedicava alla pulizia delle sue amate pipe. Nella sua casa di Hartford, nel Connecticut, la sala del biliardo aveva il soffitto decorato con motivi di stecche e pipe. Fumava pannocchie, aveva un debole per le Calabash e le Peterson. Si vantava spesso di essere stato un abile pipatore fin da giovanissimo. Legata alla pannocchia (e si intende naturalmente la tipica pipetta del Missouri) l’immagine dell’eroe della frontiera Davy Crockett e anche quella del famoso generale Douglas MacArthur, con due «diminuenti»: che ricorse alla pipa quando, in tempo di guerra, non riuscì più a rifornirsi dei suoi sigari preferiti; che ebbe come «maestro» il generale John Pershing (vi dice qualcosa questo nome?). Pipatore anche Dwight Eisenhower e, visto che con questo generale siamo entrati nella categoria presidenti USA, citiamo pure John Adams, Andrew Jackson, Herbert Hoover e Gerald Ford. Lo stesso Franklin Delano Roosevelt, sempre visto con la sigaretta, era anche fumatore di pipa. Tra i governanti, oltre a Stalin, il canadese Pierre Trudeau, l’egiziano Sadat, Dom Mintoff, Clement Attlee, Harold Wilson, Helmut Schmidt, Heduard Herriot. Il mondo della scienza è molto ben rappresentato: Albert Schweitzer, Jonas Salk, Einstein, Planck, Van Allen, Sabin, Jung, ma l’elenco potrebbe continuare. E altrettanto lungo sarebbe quello del campo artistico, in Italia e fuori, con Pablo Casals, Segovia, Iturbi, Cugat, Grosz, il grande Van Gogh di cui ricordiamo due memorabili autoritratti con pipa, oltre a quella abbandonata su una seggiola.

Chiudo con il mondo dello spettacolo, in cui spicca l’attore-cantante Bing Crosby, del quale si è raccontato in questa rivista che ebbe contatti per una pipa con il suo nome da fare in Italia. Ancora oggi in America «pipa Crosby» fa capire immediatamente che si tratta di un modello a cannello sottile e fornello alto che era appunto il favorito del dolce, caldo cantore di «White Christmas». Accettò anche di fare pubblicità alla pipa, come Edward G. Robinson, che ebbe addirittura un tabacco con il suo nome. Pochi lo sanno, ma anche Clark Gable è stato pipatore, come gli attori Arthur Godfrey e William Conrad il quale — beato lui — possiede più di mille pipe, fra cui quattrocento Charatan. Il più celebre, ascoltato, stimato personaggio televisivo americano, il giornalista Walter Cronkite, vero e indiscusso «opinion maker», è convinto pipatore. Devo proprio concludere, tralasciando altre decine di nomi. Non vorrei però passare sotto silenzio quello di J.S. Bach (che dedicò alla pipa un «lied» giovanile) e quello di George Sand, tanto donna da fare innamorare De Musset e Chopin, ma tanto spregiudicata da adottare un nome maschile (si chiamava in realtà Amandine-Lucie-Aurore Dupin), mettersi in calzoni e fumare beatamente e pubblicamente (siamo in pieno Ottocento) sigari e pipa. Campionessa del romanticismo, divoratrice appassionata della vita, scrittrice instancabile anche dopo che si era ritirata tranquillamente in campagna a fare la nonna, la raccolta delle sue opere complete è di ben centocinque volumi. Come volevasi dimostrare, una pipa in bocca può impedire di parlare ma non di scrivere…

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