Pipe celebri: intervista a Gianni Brera

breraG.B. Baccanelli, nella rivista Smoking (n°3, settembre 1977), ci regala una delle più divertenti interviste riservate ad un fumatore di pipa italiano, anzi: italianissimo. L’intervistato è l’arcigno Gianni Brera, all’anagrafe Giovanni Luigi Brera, noto giornalista sportivo e non solo. Ho sorriso nel leggerla anni fa e di nuovo, oggi, nel riproporla in versione digitalizzata.

Prologo

Mi è capitato sovente di vedere fotografato sui rotocalchi sportivi il noto giornalista Gianni Brera con la pipa tra i denti e … siccome Lin Yutang ne “L’importanza di vivere” affermava che “l’uomo con la pipa in bocca è mio amico” ho pensato più volte (timidamente) di telefonargli per poter scambiare quattro chiacchiere da “amici pipaioli”. Le mie incertezze iniziali sono presto svanite appena il dottor Brera si è dimostrato molto interessato all’argomento ed alla nostra rivista. Da buon “fumatore di vecchia data” – è nato a S. Zenone Po (PV) nel settembre del 1919 ed ha iniziato giovanissimo a fumar la pipa – Gianni Brera è un conoscitore profondo e acuto di quest’arte. E’ giornalista dal 1937 e la pipa gli è stata fedele compagna nelle importanti e salienti tappe della sua famosa carriera. Ufficiale paracadutista è già corrispondente nella seconda guerra mondiale; nel 1945 è redattore della “Gazzetta dello Sport” e quattro anni più tardi ne diviene il direttore. Nel 1954 lascia la Gazzetta e va negli Stati Uniti per la rivista “Tempo”; è capo dei servizi sportivi del “Giorno” dalla fondazione e nel 1967 diviene inoltre direttore del “Guerin Sportivo”. Ha scritto libri di sport, due commedie e due romanzi (“Il corpo della ragazza” edito da Longanesi e “Naso bugiardo” edito da Rizzoli uscito nell’aprile di quest’anno). Ha tre figli, sposati e laureati come lui, e sua moglie è professoressa di italiano in un istituto di scuola media superiore. Afferma spesso che le pedate gli escono dagli occhi e che si ritirerebbe volentieri dallo sport per scrivere romanzi e attuare giovevoli “transferts” dalla realtà, che non considera allegra per nessuno ma ancor meno per i vecchi!

Intervista a Gianni Brera

D. — Dottor Brera quando ha iniziato a fumare la pipa?
R. — Da ragazzo, ma senza coglierne la filosofia: strafumavo sigarette. Mi diede una pipetta da poche lire mio padre; un’altra me la regalò, già usata, un pipaiolo ricco: l’ho persa in camporella sulla riva del Ticino. Mi pare fosse una GBD.

D. — Fuma anche sigarette e sigari?
R. — Ho fumato e fumo anche i toscani perché non sempre i denti mi consentivano e consentono di reggere la pipa. Il toscano è un sigaro molto critico, capace di dare gli stranguglioni a stomaco vuoto. Preferisco tuttavia rischiare quelli che intasarmi i polmoni di fuliggine da carta e tabacco. Quando fumavo anche le sigarette, mi riducevo ad ansimare, quasi avessi l’asma. Sentivo i polmoni alla stregua di spugne fradicie: allora mi salvavo con pipa e toscani; da giovane, di preferenza, fumavo la pipa. Mai, tuttavia, sul lavoro a macchina perché la pipa esige impegno sia nel caricamento sia nell’accensione. Fumavo invece seguendo le corse ciclistiche, soprattutto al Tour, che mi consentiva di acquistare tabacco in Belgio (il “gris” francese non mi esaltava più che tanto: molto meglio i “Semois” belgi o congolesi).

D. — Che tabacchi fuma solitamente? Ha una sua mistura personale?
R. — Acquisto tabacco al duty free quando volo all’estero: ne do da tenere persino ai calciatori, che non hanno mai fastidi alla dogana: non è che faccia contrabbando, però qualche mezza dozzina di scatole, ad ogni viaggio, riesco sempre a procurarmele: di preferenza Dunhill Mixture 965, Sobranie e Three Nuns: nel mescolarli seguo il naso ma, poiché la cosa succede da molti anni, quasi sempre azzecco: alla mia mistura aggiungo, per virilizzarla, toscani difettosi (ce n’è sempre nei pacchi), in ragione di uno e mezzo per scatola; ho tre portatabacco in attività (ho scartato quelli di legno acquistati in Finlandia): uno è di vetro, uno di coccio, uno di cartapesta, mi pare: quello di vetro è grande il doppio degli altri due e fa da deposito maggiore: gli altri me li porto in valigia quando sto via più giorni. Detesto i tabacchi profumati artificialmente, gli orrendi olandesi che sanno di cipria e di caramelle mouh; gli stessi inglesi con il profumo sofisticato alla melassa: non a caso aggiungo toscano anche ai Dunhill.

D. — Quante pipe possiede? Quali preferisce? Ricorda qualche pipa o personaggio particolare in proposito?
R. — Posseggo un centinaio di pipe, comprese quelle grosse, che acquistavo in Francia (Chacom, GBD, Ropp e Lavisse): ero giovane, allora, e non sapevo di lussarmi i denti. Sono riuscite tutte molto bene ma non posso più fumare le grosse francesi. In Inghilterra ne ho acquistate di tutti i tipi e marche: ma il collega Richetto Rizzini, che giocava al gentleman con la statura del bassotto, mi fece conoscere un giorno Mister Hinderwicks in Carnaby Street: era un signore un po’ checcheggiante come tutti gli inglesi educati troppo bene: teneva in eredità un negozietto che risaliva al ’700, con i barili nei quali si pigiava il tabacco Kentucky e Virginia. Hinderwicks soleva dire di Dunhill che era un gentiluomo: lui poteva garantirlo perché … dall’Australia aveva scritto un tipo mettendo solo questo indirizzo: “Al fornitore di pipe della Real Casa” – Londra. Le poste avevano recapitato la lettera a Dunhill, e questi, molto lealmente, l’aveva indirizzata a Hinderwicks, dal quale acquistavo pipe splendide, che accumulavo in un cassetto e mi godevo di quando in quando con lo spirito di un avaro secentesco: poi, essendo ricco, aprivo il cassetto a un amico e lo autorizzavo a scegliere: fatalmente, partivano le Hinderwicks migliori… A me si stringeva il cuore, ma … signori poveri si nasce. In occasione di un recente viaggio a Londra sono tornato in Carnaby: il negozio di Hinderwicks c’è sempre ma lo gestisce uno che vende roba corrente come l’altra che si trova in quella via di successo (su livelli bassissimi): il gentile signore checcheggiante è morto. Requiescat.

D. — Qualche suo apprezzamento sulle pipe italiane e straniere.
R. — Ho comprato pipe in tutti i paesi del mondo che le producono: persino in Svezia e Norvegia fanno pipe di lungo bocchino e buona qualità, che arieggia nel fornello, molto basso, le forme antiche di coccio (quelle olandesi, per intenderci); ho pipe di schiuma del Tanganika con il disegno dell’ippopotamo nel bocchino; pipe danesi fatte a mano, Stanwell e altre marche, di qualità ottima, non eccezionale, e dirò pure che le Stanwell mi sono venute raramente bene: quasi tutte si bagnano gorgogliando fastidiosamente. Inglesi irlandesi francesi sono le migliori, fuori d’Italia. Le pipe italiane di tre o quattro marche sono ottime: il solo rilievo riguarda il peso. Mi risulta che Castello vende in America al prezzo di Dunhill: ebbene, sono troppo grevi e vistose le sue pipe. Non distante da Castello è il Baffo (che poi è uno dei due soci di Cucciago). Savinelli è il più colto e abile nel trovare le vie buone al mercato: non fa mai stranezze, mi pare, e si attiene al classico.

D. — Che pipe fuma solitamente e in quali circostanze?
R. — Pipe ne posseggo di tutti i tipi: ripeto però di essere portato ormai ai modelli leggeri, con cannello ricurvo. Purtroppo, ne perdo sempre molte, di pipe, perché ho nella borsa tattica, da me portata molti anni prima che venissero di moda i borsetti, un’altra piccola borsa con cerniera lampo nella quale tengo le pipe da viaggio: da cinque a sette. Quando lavoro, ne preparo due o tre e le fumo pensando alle mie cartelle: alla fine ne dimentico sempre qualcuna sul tavolo, si tratti d’un club, d’un bar o d’un albergo. Penso altresì che qualcuna mi venga rubata: per esempio, non ho notizie di una pipa da me fatta costruire in Brianza con un pezzo di radica donatomi in Sardegna: questa pipa, riuscita splendidamente, mi è caduta e si è crepato il cannello: bene, l’ho fatto fissare con una ghiera d’oro; può darsi che il vil metallo abbia indotto qualcuno a frugarmi nella borsa e … Ma debbo prima vedere se non l’abbia lasciata a Monterosso, dove, tornando, ritrovo sempre qualche pipa cercata invano altrove.

D. — Conosce fumatori di pipa nell’ambiente sportivo?
R. — Fumatori di pipa ne conosco millanta, che tutta notte canta: alcuni fumano tabacchi a me ripugnanti, e si offendono se li esorto a provare il mio. Mi capita spesso in tribuna stampa che il vento mi mandi gli effluvi di cipria e di mouh: allora divento matto e mi faccio anche sfacciato: approfittando della mia età, e quindi del fatto che quasi sempre sono io il più vecchio, aggredisco l’inquinatore e gli passo la mia borsa del tabacco. Non tutti ci stanno, per vero dire: ma si tratta sempre di pipaioli per vizio letterario: ce n’è moltissimi, che si mordono i denti per malriposto senso esibizionistico ed estetico. Si sa infatti che l’immagine d’un uomo con pipa è particolarmente virile.
Rido molto quando vedo giovinetti impettiti che reggono piponi da circo, esemplari da collezione, frastagliati al giro del fornello, oppure strani, con cannelli bistorti: mi paiono quei bagonghi da circo che reggono pile di sedie con i denti della mascella inferiore. I fumatori seri pipano da modelli classici, giammai strani, e preferibilmente leggeri.

D. — Quali consigli darebbe ad un giovane neofita pipaiolo?
R. — Consigli non vorrei darne, se non ve n’è impliciti nei miei giudizi schietti. Sono molto noiosi coloro che impartiscono insegnamento in materia di pipe e di tabacchi: quasi sempre sono neofiti che hanno letto trattati… Io fumo proprio per vizio, non per esibizionismo, e non sto a far cocconi: quello che mi manca è un servo moro di fiducia che pulisca le pipe da me imbavate (veh! che neologismo) e imbagolate fino a renderle infumabili. Non sempre ho tempo di fuffignare sulle mie pipe, e qualche volta le sento gorgogliare con molto dispetto; ma come accusarle di “non funzionare” se da tempo non le ho spazzate a dovere?

D. — Una sua personale definizione della pipa?
R. — Definire la pipa? Mi pare che un poeta dialettale veneto abbia detto che succhiandola tiene acceso il fuoco sotto i suoi pensieri: però non ne sono sicuro. In effetti la pipa succhiata durante il lavoro è solo una concessione al bisogno di tener livellato il tasso nicotinico; è qualcosa che rasenta la beatitudine, invece, il fumare consci dell’esercizio e del piacere tecnicamente ben procurato.

Condividi:

Un commento

Aggiungi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *