Pipa industriale e pipa artigianale: una divisione sempre più piccola

Pipa industriale e pipa artigianale: una divisione sempre più piccolaGiulio Alessandri firma l’articolo che segue andando a rinfocolare l’eterno dibattito che vede contrapposta la pipa d’artigianato da quella di natura più industriale. L’articolo originale è pubblicato su Smoking (n°4, dicembre 1988).

Pipa industriale e pipa artigianale: una divisione sempre più piccola

Ho scritto in queste pagine che mi fanno andare in bestia (al punto da decretarne la «moratoria») le pipe in cui lo scovolino non scorre fino in fondo, sia perché il foro del bocchino è troppo stretto, sia perché c’è l’intoppo di uno «scalino» o di un inopinato restringimento. Aggiungevo che l’inconveniente mi capita più spesso con pipe «artigianali» che con quelle «industriali». Queste notazioni, fatte di passata (e con tono un po’ paradossale) come modesto risultato d’esperienza e non come giudizio dalla cattedra, hanno provocato qualche risentimento e una polemichetta alla quale non mi sottraggo. Anche perché offre lo spunto per alcune considerazioni di qualche interesse.

Dice: tu condanni una pipa solo perché lo scovolino non ci scorre? Ma no, per piacere, ci sono tanti e tanti fattori per apprezzare o meno una pipa, ma mi sembra lecito esprimere disappunto per un inconveniente che dovrebbe essere evitato; specialmente in un «prodotto» presentato con qualche pretesa e per il quale si chiede un prezzo non modesto.

Dice: che razza di fumatore sei che vuoi fori larghi larghi? Non sai che provocano più condensa? Non sai che un foro sui tre millimetri è più che sufficiente per un buon fumatore? Credo di saperlo (e l’ho anche scritto), così come mi risulta che con questo diametro i normali scovolini scorrono. Però mi risulta anche che fior di pipari adottano fori più larghi, senza conseguenze negative per la fumata (sempre del «buon» fumatore). 

Aggiungiamo pure che c’è scovolino e scovolino, qualcuno con calibro eccessivo e qualcuno «debole d’anima», vale a dire con un filo metallico che si piega appena incontra un po’ di resistenza. Va bene, ricordiamo che anche lo scovolino bisogna saperlo usare: spingerlo tenendo le dita molto vicine all’imboccatura, farlo ruotare quando si impunta.

Ma i rilievi non si fermano a questi particolari che chiameremo tecnici, c’è addirittura l’accusa di aver «parlato male» degli artigiani (solo perché ho detto che l’inconveniente l’ho verificato più spesso nelle pipe di produzione artigianale). Quasi quasi accetto l’accusa, del resto ho sempre sostenuto che una buona pipa di serie è spesso meglio di certe strombazzate «creazioni» di artigiani improvvisati o presuntuosi. E non ho difficoltà a ribadire che alcuni di questi artigiani (li chiamo così per intenderci, ma non sono «veri») non esitano a sacrificare la funzionalità (una pipa è «anche» uno strumento per ben fumare) alla voglia di sbalordire, trascurando il rispetto della tecnica costruttiva per inseguire linee insolite e stravaganti. 

E allora ecco l’imperfetta foratura di cannello e bocchino (da cui ha preso le mosse questo discorso); ma ecco anche il foro alla base del fornello non bene centrato, troppo alto o troppo basso, con la nota conseguenza di una difettosa formazione del carbone e della creazione di fondiglio umido; ecco la mania del gigantismo (oggi, veramente, in calo); ecco il fornello troppo basso e largo oppure troppo alto e stretto; ecco il gradino tra cannello e bocchino (in compenso ci sono inserti «artistici»); ecco la discontinuità del foro bocchino-cannello che rende accidentato il percorso del fumo; ecco la sede del perno nel cannello troppo profonda (si forma una camera d’espansione, la pulizia viene complicata); ecco l’interno del fornello troppo conico senza che il modello lo giustifichi ma solo per dare più legno al fondo, un’apparenza di robustezza.

Accidenti, ne combinano di guai questi «artigiani». A parte il fatto che anche la produzione industriale non è sempre esente da questi difetti (il cui elenco potrebbe continuare), è anche vero che dalle mani dell’autentico artigiano può uscire la pipa-capolavoro, quella in cui si realizza l’ottimale fusione tra pregio estetico e funzionalità.

Se poi si affronta l’argomento radica, allora si entra davvero nel cuore del problema, restando ben fermo che sono le qualità essenziali del legno e dare una pipa «buona». Quanti artigiani conoscono veramente, profondamente la radica? Quanti conoscono provenienza, sistemi di bollitura e di stagionatura delle placche che acquistano? Quanti sono capaci di stabilire il giusto grado di umidità e di porosità? Quanti ritengono che sia soltanto il peso a rivelare una radica male bollita e male stagionata? (Il peso, cioè la maggiore o minore quantità di umidità sottratta al legno, è solo un elemento: è la durata della lenta stagionatura che conta, con tutti i processi che si producono soltanto nel tempo). Qui è uno dei punti di maggiore polemica. L’artigiano dice che osserva con cura compattezza, trama, grana del legno e sceglie; in realtà è spesso nelle mani del fornitore; l’industriale acquista probabilmente meglio (perché ha più «peso» sul fornitore) ma poi deve comunque «smaltire».

C’è poi la stagionatura che gli uni e gli altri si fanno (o non si fanno…) in casa, prima della lavorazione, ma qui si entra in particolari tecnici che non era mia intenzione trattare (e non è neppure — sia chiaro — mia competenza: non mi stanco mai di dire che quando scrivo queste cose riferisco il parere di esperti, di quelli veri). E forse invece giunto il momento di fare un discorso più generale a proposito di questa contrapposizione fra industria e artigianato. Ed è che la contrapposizione si va pian piano dissolvendo. La produzione industriale, intesa come produzione di massa, non c’è più o quasi. La «massa» non compra più pipe, semplicemente perché non le fuma; e questo è vero un po’ in tutto il mondo. È una tendenza che qui — voglio dire in queste pagine — è stata prevista e anticipata da anni, al di là dei più o meno effimeri boom. Ci hanno più volte accusati di essere elitari, i fatti ci stanno dando ragione. L’industria, dunque, che alla produzione di grandi serie ha sempre (specie in epoche recenti) affiancato lavorazioni semi-artigianali, è oggi per forza di cose e di mercato orientata su queste ultime. Sopravvivranno quei fabbricanti che sono in grado di fornire questo tipo di prodotto, un po’ elitario, sissignore, vicino, vicinissimo al prodotto artigianale. E naturalmente sopravvivranno gli artigiani (speriamo solo quelli veri) che d’altra parte non usano più, e da tempo, esclusivamente le mani. Anche chi fa poche centinaia di pipe qualche macchinetta ormai ce l’ha.

Smetteremo dunque presto di parlare, contrapponendole, di pipa artigianale e di pipa industriale? È molto probabile, ci sono nel settore industriale ridimensionamenti notevoli che lo fanno pensare. E d’altra parte si ha anche la sensazione che sia calante pure la «fioritura» degli artigiani che fino a poco tempo fa spuntavano numerosi come i funghi dopo gli acquazzoni (d’accordo, i funghi non fioriscono). Si sta formando, del resto, un terreno d’incontro. Considerando che la manodopera incide per l’80 per cento sul costo di una pipa, l’orientamento non potrà essere che verso il prodotto di qualità medio-alta. E l’orientamento è avallato dagli stessi fumatori, che diminuiscono di numero, che potranno cambiare gusti (come spesso fanno), ma vorranno sempre più pipe belle e ben fatte.

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