Perché pipe piccole?

Perché pipe piccole?Nel testo che segue Gianmassìmo Zuccari spiega, a suo modo, i tanti perché delle pipe piccole. L’articolo originale è pubblicato sulla rivista Smoking (n°3, settembre 1978).

Perché pipa piccole?

In questo articolo si vuole rendere ragione della tendenza, ormai accertata, del fumatore di pipa medio, a rivolgere le proprie attenzioni a taglie piccole. Un fenomeno che non può non fare i conti, come forse un po’ troppe cose, oggi, col fattore economico. Vediamo di analizzare le cause di questa propensione, lasciando peraltro spazio anche ad altre motivazioni, più sofisticate ma non certo meno importanti di quella pecuniaria.

Non possiamo, innanzitutto, esimerci dall’annotare come l’opera dell’uomo, intento a soddisfare i suoi piaceri terreni, tenga ben raramente conto dell’ambiente che ne ospita l’artefice. Si badi, non vogliamo qui dare sfogo al comune pianto sul latte versato, pennellando di intenti ecologici il lavoro che ci vede impegnati nella redazione della nostra rivista: si sappia soltanto che l’erica, pure pianta estremamente longeva (si dice di ciocchi che abbiano superato il quarto di millennio) soffre di un’irreversibile crisi. Siamo già arrivati, in alcuni posti, alla coltura intensiva e forzata di essa che, come ormai tante altre piante, verrà spietatamente costretta a svilupparsi più in fretta, per gonfiare rapidamente il ciocco non più opera spontanea della natura. Quali le conseguenze? Un’inevitabile involuzione nella qualità delle pipe il cui legno, non godendo più della congenita stagionatura naturale, risulterà meno compatto e di sapore forse meno pieno.

Ma veniamo al primo punto. Scarseggiando la materia prima, il fabbricante, che è già costretto a notevoli immobilizzi di capitale per la stagionatura e ad altrettanto notevoli perdite per lo scarto, si trova a dover aumentare i costi. E fin qui, mi direte voi, i prezzi aumentano tanto per le «piccole» quanto per le «grosse»; ma bisogna fare i conti anche con un altro fattore. Il fabbricante che, pur destinando la sua attività ad un pubblico in parte «malato» di collezionismo, non può adeguare proporzionalmente i prezzi ai costi (teniamo presente che se minori sono le scorte di legno, a parità di tempo, il costo della stagionatura aumenta) preferisce ricavare da un ciocco, anziché — ad esempio — 10 pezzi grandi al prezzo di 10, 20 pezzi piccoli al prezzo (ed ecco qui il recupero) di 7 invece che di 5. Quali sono i risultati di questa operazione? Elementare: il mercato tira sulle pipe piccole, infatti la media del formato tipo tende al piccolo e le «grandi» diventano introvabili facendosi pagare dei veri e propri capitali. Al termine di questa esimenda dei fabbricanti, peraltro, sembra doverosa un’osservazione: stiamo pur certi che questi signori non moriranno di fame, almeno fino ad un prossimo futuro!

Non sarà fuori luogo, sempre nel tema del nostro assunto, accennare ai prezzi dei tabacchi. Volete che i fruscianti bigliettoni pagati al vizio, per la razione settimanale o mensile, secondo gli usi, non influisca sulla capienza dell’ingordo aggeggio che con vezzo romantico teniamo fra i denti? E’ certo che sì! Il fumatore preferisce dotarsi di una razione inferiore di tabacco per ogni fumata, magari eliminando gli sprechi che una pipa grande agevola, specie nella parte finale, e cercando di sfruttare al massimo il prezioso combustibile. Qualche cifra a sostegno: se è vero come è vero che un fornello medio contiene circa 4 gr. di tabacco e che un tabacco inglese di prezzo medio costa 4000 lire ad ogni scatola di 50 gr., ecco che una sola fumata, di medio calibro, ci è costata 320 lire. Non mi sembra ci sia da aggiungere altro.

Verrei ora alla terza ed ultima delle motivazioni che, stendendo questa piccola analisi, ho ritenuto di citare. Proviamo a chiudere un attimo gli occhi e pensiamo ad un uomo che fuma la pipa: con ogni probabilità, rivivendo con il pensiero l’immagine che nel nostro fatidico «primo giorno» abbiamo emulato, costui sarà un signore dall’aria distinta, avvolto in una abbondante giacca da camera e sprofondato in una grossa poltrona rivolta al camino, magari intento alla lettura di un libro, ma certamente in un ambiente caldo, denso di aureo silenzio e piacevolmente animato dalle lenti e costanti volute del fumo leggero prodotto da un magnifico ciocco di radica grosso e pesante, ovviamente di forma curva e morbidamente adagiato sul mento dell’uomo. Proviamo ora un’altra immagine: l’uomo è vecchio, rivolto al sole al tramonto, sul molo, osserva la lunga canna da pesca diretta al mare, la pelle brunita dal sole è solcata da profonde rughe, la barba, per nulla curata, fa capolino sul mento e le guance scavate dal vento, contribuendo a indurire quel volto sul quale è dipinta una vita densa, vissuta; dopo i tanti anni che quel vecchio mostra così impudicamente di avere alle spalle, l’unica cosa che ha ancora con sé è un’antica e pesante pipa di terra, dal lungo e ricurvo cannello di marasca masticato dai denti e dal tempo.

Due immagini, queste, che fanno sorridere, un po’ anacronistiche, accomunate da un lento e potente sentimento di calma e… da una pipa dal grande fornello. E’ dunque vero che la grossa pipa è conciliabile quasi esclusivamente con momenti di placida tranquillità, sempre più rari nel viziato e frenetico mondo di oggi, impero e suddito della venefica sigaretta. E’ quindi spiegabile, anche sotto questo aspetto, la moderna tendenza ad accompagnarsi, nelle colazioni d’affari o nei rapidi spostamenti cittadini, con una pipa che consenta di essere agevolmente accesa e riposta e di nuovo accesa, o magari tenuta fra i denti pur spenta, ma senza dar peso alla mascella stremata già da tante parole spesso inutilmente spese.

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