Noi la pipa e il lavoro

noi la pipa e il lavoro

L’articolo “Noi la pipa e il lavoro” è stato originariamente scritto da Neri Paoloni e pubblicato nella rivista Smoking (n°1, marzo 1975). Di seguito ne viene riproposto il testo integralmente digitalizzato.

Noi la pipa e il lavoro

L’operazione è sempre quella. Quante volte la compiamo in un giorno? Cinque, dieci, una quindicina di volte? Dipende da noi, dalla nostra voglia di fumare, dalla nostra capacità di fumatori, dal nostro desiderio-piacere di accarezzare quel legno, liscio e caldo, della nostra pipa, di avere in bocca quel sapore rotondo del buon fumo di tabacco non inquinato dalla carta delle sigarette, di odorare il nostro fumo, il fumo del “nostro” tabacco, la nostra miscela preferita, sia essa consumata così com’è, acquistata dal tabaccaio, o frutto di nostre pazienti prove.
Questo non è un articolo diretto ai non fumatori di pipa, ma a noi che cinque, dieci, vent’anni fa, adesso, abbiamo sposato quest’oggetto, all’inizio misterioso e un tantino scomodo, e poi ce ne siamo innamorati. Sissignori, perché la pipa, ci avete fatto caso, prima la si sposa poi ci se ne innamora. Non avviene il contrario, come con le donne. E non si provano quindi delusioni postume.
Oddio, c’è qualcuno forse di noi che prima si è innamorato dell’immagine di se stesso con la pipa. Prima ancora di acquistare la sua prima compagna. Capita. Ma, avvenuto l’incontro, le ipotesi sono due: o è ancora innamorato dell’immagine di sé con la pipa e allora non potrà, comunque, separarsi dalla sua quotidiana compagna, pena la non identificazione con se stesso, e il trauma. Oppure, come tutti i normali, passate le prime esperienze, traumatiche per tutti e in tutti i matrimoni, come tutti si innamorerà della pipa e non potrà mai più separarsene.
Nel primo caso sarà un infelice. Il suo è un matrimonio d’interesse non d’amore. Vivrà accanto alla pipa come un antico galeotto accanto al remo, pronto a tradirla appena possibile con la prima sigaretta venuta, o quale orrore con un sigaro dagli incerti costumi. O sapori?
Nel secondo caso sarà un uomo felice. Non si separerà mai da lei. E se il matrimonio con la Pipa comporta la poligamia, egli rimarrà comunque sempre fedelissimo all’archetipo, al simbolo all’ideale. A lei, alla Pipa. E il Toscano, fumato di quando in quando, non sarà un tradimento ma l’incontrarsi con un caro amico. Amico di famiglia, oltretutto.
Gli “altri” ci hanno sempre detto: “come fai? E’ scomoda, tutte quelle operazioni, riempirla (che linguaggio gli ignari), accenderla, e la borsa del tabacco e lei che pesa, e tutti quegli impicci… Eppoi come fai quando lavori? “.
I blasfemi. Verrebbe voglia di rispondergli: “E voi come fate con sigarette spezzate nel pacchetto floscio, o il pacchetto rigido che fa rigonfio nella tasca della giacca? E quando lavorate con la sigaretta lontana da voi, in un posacenere a consumarsi, o all’angolo della vostra bocca a mandarvi il fumo negli occhi? Siete degli incerti, degli insicuri, che avete bisogno del fumo solo per fare qualcosa, non del piacere di una compagna fedele che, mentre lavorate, è con voi”.
Stavo per abbandonarmi al sogno: “… è con voi, con la mano sulla vostra spalla…”. No, non devo! Siamo seri. I fumatori di pipa lo sono seri, per antonomasia.
E’, dunque, con voi mentre lavorate. Compagna fedele, non avete bisogno di affidarla a nessun portacenere, mentre scrivete a macchina.
— “Grazie, caro!”
(Non fateci caso, è la mia compagna del mattino che mi ha interrotto).
Oppure mentre attaccate un chiodo, in casa, o siete al volante della vostra auto, o state facendo qualsiasi cosa.
La pipa, noi lo sappiamo benissimo, al contrario della donna è la compagna ideale nel lavoro. La donna, se è bella ti distrae, se è brutta ti da fastidio averla tra i piedi, se ti è indifferente, ti è indifferente e basta.
La pipa, invece, lavora con te.
Il mio primo incontro con lei avvenne tanti anni fa, per interposta persona. La incontrai nella soffitta della casa di un mio zio, pensionato delle ferrovie dello Stato, con l’hobby della falegnameria. Si era attrezzato una soffitta meravigliosa, piena di arnesi strani, con una splendida morsa che ricordo ancora bene perché mi ci schiacciai subito un dito, e li passava tutto il suo tempo, a lavorare d’intaglio, a fare cose meravigliose, lontano dalla moglie che, guarda caso, odiava il fumo della sua pipa. Perché in soffitta egli poteva lavorare e fumare e, grazie a Dio, fumava in continuazione, mentre lavorava, meravigliose puzzolenti spuntature di toscano e l’aria della soffitta era impregnata tutta di buon fumo azzurrino.
Ma non fu allora che sposai la pipa. Fu qualche anno più tardi, quando, letteralmente, rubai una “pipetta” a mio padre che l’aveva acquistata per (errore, gravissimo errore) fumare di meno.
Abbandonata in un angolo per le solite sigarettucole, mi faceva pena e la raccolsi. E’ ancora con me, vecchia e malandata dopo tanti anni di onorata professione, che ancora esercita, è il caso di dirlo, onorevolissimamente.
Ci sono dei mestieri, delle professioni per i quali la pipa è vietata? Non li conosco, e se ci sono non li voglio conoscere.
Non certo le professioni cosiddette liberali. Oddio, chi sta a contatto con la gente, il medico, l’avvocato, faranno bene a domandare prima ai loro clienti se la pipa dia, per caso, fastidio, ma nulla, altrimenti, vieta loro di continuare a fumare mentre ascoltano i casi del paziente o cliente. E il politico, come l’avvocato, a meno che non stia tenendo un discorso, può benissimo evitare di togliersi la pipa di bocca, mentre pronuncia solamente qualche battuta, eventualmente per interloquire in un discorso altrui. La pipa sarà una sua complice perfetta, potrà sempre dire di essere stato frainteso e ripiegare, con la pipa in mano stavolta, su un discorso esplicativo del suo pensiero.
Non certo il lavoro dei tecnici, a meno che non siano costretti a operare in un ambiente asettico, dove il fumo, qualsiasi fumo, sia severamente bandito.
Non certo i lavori manuali; non avere le mani occupate da una sigaretta, ma potere continuare a fumare, mentre si lavora, o a lavorare mentre si fuma, è l’ideale.
Nel lavoro del fumatore di pipa, non c’è, è vero, la pausa per fumarsi una sigaretta, anche se c’è la pausa, più breve, per accendere la pipa. Questa compagna fedele non ama l’incontro rapido e casuale. Non ama la breve fumata, rapida, quasi arrabbiata nell’atrio di un teatro o nel rifugio di un camerino. Vuole essere coccolata a lungo, carezzata oltre che fumata. Se la si ama, il tempo per lei si trova sempre e, al limite, starà con noi, accanto a noi, senza la passione travolgente del fuoco che brucia. Cioè, scusate, senza essere accesa.
Oddio, mi viene in mente adesso che c’è un mestiere con il quale la pipa è assolutamente incompatibile. Quello del soffiatore di vetro! Come lo compatisco! Comunque, può sempre fumare a casa. Il suo sarà, in fondo, un amore clandestino.

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