Mille lire al mese

Mille lire al mese“Se potessi avere / mille lire al mese…”: si cantava così nei tardi anni Trenta; e l’ultimo verso faceva rima con “io non ho pretese”, a sottolineare le modeste esigenze e, in qualche modo, l’angusto orizzonte delle famiglie borghesi dell’epoca. “Mille lire al mese” è ora anche il felicissimo titolo di un bel libro di Gian Franco Venè pubblicato da Mondadori (300 pagine, 28.000 lire) con l’esplicativo sottotitolo di “Vita quotidiana della famiglia nell’Italia fascista”.

Mille lire al mese

Gian Franco Venè, giornalista, attualmente capo redattore del settimanale Panorama non è nuovo a questi temi. Ricordiamo, fra gli altri, il libro “L’ideologia piccolo borghese” (ma abbiamo soprattutto apprezzato “Capitale e letteratura”). E dunque scrittore e storico a pieno titolo. In quest’ultimo libro ricostruisce la vita di tutti i giorni, i salari, i prezzi, i modi di mangiare e di vestire, gli snobismi, le mode degli anni Venti e Trenta, quando le famiglie italiane borghesi tiravano appunto avanti con mille lire al mese. Ricostruisce quell’epoca con scrupolo documentario (tanto più eccezionale in quanto lui l’ha vissuta solo in parte, e da bambino); ce ne rende abitudini, vezzi e umori con la sottile e affettuosa ironia con cui si guarda un passato che è ancora dentro di noi. Come sappiamo e come del resto documenta la fotografia sulla copertina del volume, Venè è un appassionato fumatore di pipa. Non potevano mancare, nel suo libro, pagine dedicate all’abitudine del fumo. Si tratta, in verità, di un paio di pagine soltanto, ma dense, come tutto il resto. Le riproduciamo: 

« Non era mai vietato fumare, neppure davanti ai superiori. (Si sta parlando degli italiani sul luogo del lavoro – n.d.r.). Le donne non lo facevano, ma per innata e doverosa modestia, per non assumere quell’aria spavalda che era prerogativa degli uomini e che, in faccia a loro, avrebbe malamente inciso sul voto in condotta aziendale, assai più severo di quello scolastico. Il fumo maschile, negli anni fascisti, non era vizio. Non era catalogato fra le virtù soltanto perché troppo diffuso. Nei salotti le signore fumavano sigarette che sapevano di paglia, le Macedonia, e altre che avevano il bocchino dorato: così dimostravano d’aver guadagnato la maturità insieme con il decoro sociale. I bambini di due-tre anni venivano iniziati al gesto del fumare con sigarette di cioccolata confezionate in pacchetti identici a quelli delle marche più note. I tabaccai vendevano minuscole pipe di legno o di celluloide con un fischietto nascosto nel camino. Le ragazze non prendevano in considerazione un coetaneo se non fumava: il fascino maschile si misurava con la quantità di brillantina solida sui capelli e l’intensità della macchia di nicotina tra l’indice e il medio. Si fumava negli ospedali, nei teatri, nelle case del fascio, sui treni: si entrava nei cimiteri e nei sacrari con la sigaretta in bocca. Mussolini aveva smesso di fumare per via dell’ulcera, ma del fatto che avesse smesso si parlava altrettanto poco che della sua ulcera. Non fumavano i preti, il che suffragava la tacita tesi fascista che fossero uomini a metà; però i cappellani militari fumavano. I vecchi fascisti della prima ora ricordavano d’aver infilato la sigaretta tra le labbra delle loro vittime uccise, non in segno di irrisione, ma di apprezzamento perché erano morte virilmente. Gli anziani fumavano il toscano che per tutto il decennio 1930-1940 continuò a costare 80 centesimi. La pipa la fumavano soltanto vecchi contadini e vecchi operai che avevano ereditato la prima, antichissima, regola non scritta dell’igiene del fumatore di pipa: sputare il più possibile perché la saliva pregna di nicotina non danneggi il fegato. La norma “Vietato sputare per terra”, esposta non solo negli uffici ma in ogni negozio cittadino e sui mezzi pubblici, per loro non valeva. In città e negli uffici, pipe se ne vedevano pochissime: erano invise al fascismo perché troppo borghesi o, peggio, ‘inglesi’. La sigaretta trionfava sovranamente in pacchetti da dieci, a strati sovrapposti di cinque (solo le sigarette per signora erano in scatole piatte, di cartoncino). Le ‘Popolari’, tra le più diffuse con le ‘Aoi’ (Africa orientale italiana) e le ‘Giuba’, erano contenute in sobrie confezioni di carta grigia o gialla sigillate con una linguetta. Dal 1930 al 1940 costavano 1 lira e 70, quaranta centesimi più che nel decennio precedente. La precarietà del pacchetto rendeva necessario il portasigarette, che diventò il più consueto regalo di laurea o di fidanzamento. Il rapporto tra il prezzo di 10 sigarette di cattiva qualità e un chilo di pane (da 1,60 a 2 lire) fa pensare che il tabacco fosse un lusso sopraffino per una famiglia i cui introiti medi difficilmente bastavano a garantire un vitto abbondante: ossia per la grande maggioranza del popolo italiano. Ma la sigaretta non si fumava mai in una volta sola, e poteva durare un’intera mattinata. La cicca, ridotta a dimensioni minime grazie all’uso di uno spillo che le attraversava orizzontalmente, veniva poi disfatta nella tabacchiera di latta che tutti avevano, foss’anche ricavata da una scatola di lucido per scarpe. Un operaio non temeva la vergogna di raccattare mozziconi dal marciapiede e negli uffici le donne delle pulizie, svuotando i portaceneri degli impiegati, garantivano il diritto di fumare ai maschi della famiglia. Il ciclo di una sigaretta si ripeteva così all’infinito e nessuno avrebbe saputo indovinare chi e quando avrebbe bruciato l’ultimo filamento di tabacco. Il commercio delle cartine per sigarette, nei quartieri popolari, era più intenso di quello delle stesse sigarette; ma si adoperavano anche striscioline di carta velina da ufficio; persino brandelli di giornale. Gli impiegati alla scrivania spesso rinserravano la sigaretta tra le labbra senza accenderla; più per esibizione che per vizio. Tamburellare l’estremità della sigaretta sull’astuccio era un segno di sicurezza, di efficienza ».

Altri cenni sul fumo si trovano qua e là nel libro di Venè, ma ci sembra che questo capitoletto basti. Soprattutto a invogliare a leggere tutto il libro. Una lettura nostalgica per chi quei tempi ha vissuto, istruttiva per i giovani, abituati a ben altro genere di vita. Ma più che altro è da leggere perché è un libro intelligente e scritto bene. Scusate se è poco.

Articolo a cura di Giulio Alessandri (pubblicato su Smoking, n°4, dicembre 1988).

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